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Iperrealtà

Noi, popoli del Mediterraneo, siamo benedetti. Siamo nati dove si sente il sapore dell’acqua salata, dove la brezza marina rinfresca capigliature scure e ondulate, dove il sole lascia le sue tracce su guance arrossate per tutto l’anno. Siamo nati dove botti di legno vengono riempite di mosto a settembre e dove le olive cominciano a essere raccolte e spremute durante il mese di ottobre. Siamo stati benedetti con un clima da quattro stagioni che rende uniche le nostre fauna e flora. Un posto nel quale scorrono latte e miele. Terre fertili, mare generoso. La nostra storia è ricca di teatro, arte, letteratura, filosofia e architettura. Qui sono nati l’alfabeto, la democrazia, il commercio e la navigazione.

 

E noi, che abbiamo fatto?

 

Abbiamo scaricato la nostra immondizia esattamente dove nuotiamo, nutrendone il pesce che mangiamo. Abbiamo costruito villaggi turistici bloccando la vista su quelle bellissime facciate marittime che tutti i poeti in viaggio hanno lodato. Abbiamo combattuto per la terra, l’acqua e l’archeologia, rubandocele a vicenda e occupandole. Alla fine, chiunque abbia avuto l’opportunità di sbarcare per la prima volta dovunque sembri ‘meglio’, ha lasciato tutto e l’ha sfruttata.

 

‘Meglio’ è un posto costruito negli ultimi cento anni grazie all’epoca del petrolio con l’aiuto di immigrati che fuggivano da guerre e povertà. Brilla come nuovo, le sue scintille dorate non possono non incantarti. Pulito, funzionale, e funzionante. Lì ogni cosa viene trasformata a velocità inimmaginabile. Il magico deserto è diventato un parco giochi urbano: strade strutturate, ponti efficienti e fantastiche meraviglie architettoniche, l’edificio più alto, il più grande parco tematico, il più grande centro commerciale e il brunch più caro del mondo. Dubai è enfatica. Dubai è estrema.

 

Nello snodo degli affari del Medio Oriente i grattacieli salgono verso il cielo e le spiagge si espandono verso il mare. Sono state create e costruite isole, piantati alberi e fiori, fatti migrare uccelli e generato un nuovo microclima. La storia è stata scavata e l’archeologia messa in mostra. L’afflusso degli immigrati ha portato un calderone di pratiche e tradizioni che è stato tutto miscelato insieme per generare ‘una nuova cultura’, una cultura che
è difficile definire: inventata, cosmopolita, artificiale, mitica, preparata, globale e sofisticata.

 

Aeroporti carichi di traffico e autostrade congestionate, viaggiatori in entrata e in uscita, prodotti materiali e immateriali importati ed esportati, lo scambio è incessante. Ma in questo sviluppo precipitoso che cosa rimane? Chi appartiene a cosa, e cosa appartiene a chi? Il luogo? La gente? La storia? O il futuro?

 

Decollando da Dubai per tornare a casa, ho pensato a questa città artificiale che ha attratto gli investitori e i lavoratori in cerca d’impiego da tutto il mondo; a come ha rubato i loro cuori e le loro vite ma ne ha forgiato e offerto di nuovi, così ogni cosa artificiale sembra naturale. Ma quattro ore dopo, atterrando in una Beirut congestionata, all’ombra di montagne che un tempo erano verdi e circondata dal Mediterraneo inquinato, ho pensato: non importa quanto grandi diventeranno gli agglomerati, là c’è un deserto che nessuna sovrappopolazione potrà riempire, e qui c’è uno stupendo Mediterraneo che nessuna esasperazione può privare di energia.

 

 

Joya Sfeir

 

English Version

 

Tools For Culture

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