La Calabria spiegata agli italiani

La Calabria spiegata agli italiani

Quando mi chiedono da dove vengo rispondo che vengo da un luogo che si è seduto dalla parte del torto, dato che tutti gli altri posti erano occupati. (…) È come se al primo giorno di scuola ti mettessero in castigo dietro la lavagna senza una ragione precisa, per poi chiederti perché non stai seduto tra i banchi, con gli altri compagni di classe, a studiare diligentemente. In questo modo sei spinto a crescere con un grave senso di colpa, senza tuttavia conoscere qual è questa colpa.

Si legge così a pagina 17 del libro “La Calabria spiegata agli italiani. Il male, la bellezza e l’orgoglio della nostra Grecia” del giornalista Mimmo Nunnari, presentato a Castrovillari (CS) il 31 maggio 2018, in un incontro organizzato dall’Accademia Pollineana.

La storia della Calabria è antica: popolata di personalità che hanno dato notevoli contributi alla cultura dell’Occidente. A cominciare da Erodoto (padre della storia secondo Cicerone) che si stabilì nella colonia panellenica di Thurii, dove sorgeva l’antica Sibari. Pitagora a Crotone ha fondato una delle più importanti scuole dell’umanità, mentre Zaleuco a Locri Epizefiri fu il primo legislatore del mondo occidentale. Nel pantheon delle gradi figure culturali della Calabria, appaiono personalità con una tale forza pervasiva di genio capace di contaminare vari campi del sapere: Gioacchino da Fiore, Bernardino Telesio, Tommaso Campanella, Leonzio Pilato, Barlaam, Mattia Preti, fino a Corrado Alvaro, narratore di dimensione europea, bussola del libro di Nunnari.

Eppure, scrive Nunnari: “Il Sud del Sud,nonostante potenzialità e fascino dei luoghi, eredità ellenica e primo umanesimo, si presenta dopo quasi due secoli come terra di nessuno, remota: sospesa tra il non ancora e il mai più”. Già solo il nome Calabria o Calabrie al plurale evoca un microcosmo di fatti e immagini estreme: rappresentazioni di barbarie che si mescolano a frammenti di umanità generosa e accogliente; di intelligenza collettiva che si disperde, perché non indirizzata verso circuiti nazionali virtuosi. È questa Calabria  quella che denuncia Nunnari  – schiava del presente – che attende  il salvatore perché disabituata all’idea di potersi salvare da sola, è qui che mafia e poteri malvagi sottraggono pezzi di sovranità a uno Stato storicamente occhiuto e non governante: attento che non si superino determinati confini della legge, ma restio a mettere in campo risorse e strumenti adeguati a bonificare un marciume politico-burocratico che diventa sistema (pag. 11).

Ecco allora la creazione del vuoto che viene riempito dalla mafia, il male assoluto della  ‘ndrangheta, il cancro da sradicare al più presto, se vogliamo riuscire a sopravvivere. Perché lì dove manca lo Stato e regnano povertà e disoccupazione, e la classe dirigente è suddita del potere centrale, a cui serve per i voti, succede che gli spazi vuoti sono riempiti dalla mafia, che diventa strumento facile di accesso al potere e alla ricchezza.

Un mostro non invincibile, ma che rappresenta il male assoluto: la dittatura di una minoranza che tiene in scacco la maggioranza della gente perbene della Calabria,ancora custode da mettere a disposizione degli altri italiani: valori, senso della solidarietà e dell’accoglienza, tradizioni e culture altrove scomparse (pag. 31).

E a proposito di culture e dell’altrove, Nunnari ragiona sulle analogie inquietanti che accomunano la nostra terra ad altre terre, quelle sante culle di civiltà del vicino Medioriente che “vivono breve primavere di speranza, alternate a lunghi inverni di solitudine”. E qui la scrittura si fa densa di aura e spiritualità, sfiorando picchi di poesia, quando l’autore ricorda i luoghi che custodiscono i primati del pensiero filosofico e spirituale che hanno contribuito più degli altri allo sviluppo dell’umanità.

Sono quelle terre – scrive Nunnari – con forti relazioni di somiglianza col Sud: stesse radici, identiche ferite, conflitti interni e una disperazione che scaturisce dalla percezione che il futuro sia una strada ostruita e senza vie di uscita. Sono luoghi appiattiti sul loro presente, incurvati da crisi provocate da peccati propri e di altri, dove l’impotenza a cambiare rappresenta la cifra dell’infelicità. Impotenza – come afferma Samir Kassir – a essere ciò che si ritiene di dover essere. Impotenza ad agire per affermare la propria volontà di esistere, e non altro come possibilità  di fronte all’altro che ti nega o ti disprezza. Impotenza a reprimere la sensazione di essere un’entità trascurabile sullo scacchiere planetario, quando è in casa tua che si gioca la partita.

Spiegare la Calabria vuol dire giocare la partita e disegnare uno schema di vittoria, ragionando sui nemici, fittizi oltre che reali, che giocano pure loro in casa nostra e di cui dobbiamo riuscire a liberarci, se vogliamo riappropriarci del destino. Prima di tutto bandire autocommiserazione e autocompiacimento. Bisogna fare i conti col presente.

Secondo Nunnari, le cause dell’attuale sistema di dittatura della nostra terra, anzitutto a stampo mafiosa, è da rintracciarsi nella cosiddetta “questione calabrese” – differente dalla questione meridionale – entro cui è recintata e che ha portato a una grande e smisurata sproporzione tra Nord e Sud nel campo delle attività umane, nell’intensità della vita collettiva, nella misura e nel genere della produzione, facendo venir meno il benessere e l’anima di un popolo a scapito di un altro. O partire o morire di fame: era già così dopo l’Unità, ed è così ancora adesso. Popolazioni della Calabria sono costrette ad abbandonare la loro terra come alternativa alla povertà. La soluzione per combattere la miseria, ma anche il calmiere delle tensioni che affioravano nella comunità contadina e lo strumento finanziario ideale per reperire tutte le risorse economiche necessarie allo sviluppo del Nord, con le rimesse che sarebbero arrivate alle famiglie del Sud. Nunnari descrive l’emigrazione come “il più imponente sistema di trasferimento verso l’estero di manodopera che tutta la storia europea ricordi”. Un esodo pianificato, fin nei minimi dettagli, un partire che non contemplava il diritto di vivere nella terra dove erano piantate le proprie radici e si coltivavano affetti, speranze, desideri. È così che si è svuotato il Sud, fisicamente e nell’anima. (pag. 22) prosegue l’autore.

Con la partenza massiccia di milioni di uomini e donne sono scomparsi dalle città e nei borghi di Calabria arti, mestieri, e lingue popolari di una comunità che ha visto convivere per secoli cultura romana e greca. Si sono frantumate le tessere di un mosaico che costituiva un universo culturale con una sua precisa identità. Partire,tornare, restare sono i motivi di una medesima vicenda storica, spiega Vito Teti – di un popolo dove chi parte e chi invece resta – diventa scheggia di un universo scomparso.

Lì dove sono da ricercarsi le cause, hanno preso vita anche le conseguenze. Perché se è vero che il paradiso non ci è mai stato in Calabria, messi in castigo com’eravamo dalla stessa storia, occorre anche difenderci da una certa mitologia del Sud che ha preso il sopravvento ed è diventata religione, fede, luogo comune, fino a trasformarsi in conformismo puro.

Scrive Nunnari:

Le cause del deficit della Calabria hanno motivazioni profonde, serie e complesse sulle quali il mondo intellettuale oltre al quello politico, non hanno riflettuto abbastanza, lasciando il compito di spiegare la Calabria alle cronache e agli stereotipi. Il racconto standardizzato ha evitato di cercare le risposte sia nello scarto iniziale che negli innumerevoli ostacoli frapposti al suo sviluppo, tutte cose che hanno prodotto strutture di “protetti” e “disperati” dominate da certi politici incapaci, burocrazie corrotte e signorie parassitarie.

Della questione meridionale ora non si parla più, eccetto forse nelle cerchie ristretta degli intellettuali.

Bisogna fare presto: la Calabria è una polveriera sociale. Per cambiare bisognerà partire da una narrazione senza precedenti che aiuti il paese a conoscere meglio questa regione (e magari ad amarla) e sfatare la sua fama di terra demoniaca per una forma mentis (pag. 12).

Ma c’è una via d’uscita. Attraverso la riconciliazione e la rivoluzione, titolo dell’ultimo capitolo dell’opera di Nunnari. Attraverso narrazioni differenti rispetto agli abusati stereotipi dei media e ai preconcetti dello stesso mondo culturale. Attraverso storie e racconti come questo che arrivano inattesi a far riemergere una storia negata. Attraverso il cuore, infine, che è il cuore dello Stato, innanzitutto. Come ricorda Sergio Zoppi: Il primo passo è “riportare la Calabria nel cuore dello Stato e il senso dello Stato nel cuore della Calabria”. Ma anche il cuore tenace di un’umanità forte, che recupera la consapevolezza che il senso del limite è stato varcato e che bisogna correre ai ripari(pag. 18). Un cuore che conosce le ragioni e ricorda le utopie di pensatori straordinari come quel Tommaso Campanella nella Città del Sole secondo cui  l’uomo calabrese deve smetterla di indossare la camicia bianca, aborrendo il nero, colore metafora di chi non si ribella e quando si indigna – perché viene denigrato –  rischia di giustificare tutto ciò che è ingiustificabile; con tutti i segni iconici riprovevoli che sono la concausa della malattia (pag. 15).Perché se anche fosse così, si sa che la parte malata di un corpo bisogna guarirla , per evitare che ne risenta tutto l’organismo. Secondo un concetto di Luigi Lucchini: “Se il piede va in cancrena, muore tutto il corpo, cioè l’Italia intera”.

Finisce così uno dei più bei racconti che possa capitare e volere di leggere, quello di un Mimmo Nunnari che crede e spera ancora in una rivoluzione culturale che si può e che si deve fare tra quei cittadini onesti che vogliono realmente cambiare, imparando a correre anche qualche rischio, emancipandosi, smettendola di rappresentarci come incompresi, inconoscibili, oggetto di negazioni, vittime (anche se in qualche modo inevitabilmente vittime lo siamo). Basta trasformarsi da vittime inconsapevoli a cittadini e lettori attivi che sperano, cercano, vogliono e ricreano equità, cultura civile, fiducia reciproca tra Stato e cittadini, rispetto delle regole e dei diritti. Che credano e che  profondamente siano convinti che il male non è mai irrimediabile e che perciò siano disposti a smettere di avere paura, cercando il coraggio delle idee, essendo pronti finanche a scendere in piazza con la Costituzione in mano, per ricordarci che “forti non sarem, se non siam uni”  e che bisogna essere disposti a sporcarsi le mani per tenere puliti la mente e il cuore.

 

 

Lorena Martufi

Tools For Culture

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