La cultura dei territori.

Domenico Argentieri e l’ottica di Leonardo

La cultura dei territori.

È strano come il proprio territorio a volte non sia in grado di raccontare sé stesso, come tenda a nascondere dentro di sé le sue ricchezze, quasi a proteggerle.

Presso il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” di Milano sono esposte e conservate alcune macchine di Leonardo che, stando alle indicazioni in catalogo, sarebbero state ricostruite da Mario Alberto Soldatini e Vittorio Somenzi sulla base degli studi e delle interpretazioni di Domenico Argentieri (1888-1959), studioso di ottica e di astronomia. Tra di esse, le Macchine per levigare specchi e lenti, del 1957.

Cosa abbiano di particolare queste macchine nella storia dello studioso di Vinci e nella ricerca del Prof. Argentieri lo si scopre solo addentrandosi all’interno dei numerosi scritti presenti nell’archivio del Museo e presso l’IRIS Consortium di Firenze (Istituto per gli studi sul Rinascimento italiano).

Argentieri, esperto di chimica, matematica e fisica, fu chiamato alla direzione della Salmoiraghi [1] a Milano intorno al 1930; in quegli anni dedicò una parte dei suoi studi a Leonardo, interpretandone alcuni disegni tecnici fino ad allora rimasti indecifrati.

Egli dedicò le sue ricerche, in particolare, all’ottica di Leonardo, pervenendo a delle conclusioni importanti e rivoluzionarie.

Lo scienziato partecipò attivamente alla realizzazione di molte macchine esposte in occasione della Mostra di Leonardo da Vinci e delle Invenzioni Italiane che si tenne al Palazzo dell’Arte di Milano nel 1939 [2]. Le sue ricostruzioni in legno erano una riproduzione di quelle disegnate nel 1513 da Leonardo nel Codice Atlantico, (foglio 1103, verso), la cui funzione era quella di levigare senza imperfezioni vetri e specchi.

All’interno del prezioso manoscritto di Leonardo si incontrano numerosi studi sui pianeti e in particolare sulla luna. Uno dei suoi disegni (foglio 674 verso) mostra un quarto di luna di 18,5 cm di diametro descritta minuziosamente; il confronto con altre immagini del satellite (foglio 310 recto) nonché alcuni fogli del Codice Leicester (1505-1506) che mostrano analoghe rappresentazioni, questa volta raffiguranti la luna a occhio nudo, lasciano ipotizzare che per i suoi studi egli si sia servito di un’immagine ingrandita, molto probabilmente ottenuta con un sistema di lenti [3].

Questa ipotesi è stata sostenuta in tempi recenti da R. Chavez, nonché ancor, prima, dall’astronomo G. Abetti, che avanzò l’ipotesi che Leonardo si fosse costruito un sistema a cannocchiale che si avvicinerebbe all’invenzione del riflettore newtoniano. Altri, come Vasco Ronchi, ritennero che il grande artista si fosse prefissato di realizzare specchi di curvatura così tenue da consentire di vedervi ingrandita la luna.

Ma fu Domenico Argentieri, prima di ogni altro, ad intuire la grandiosità della scoperta e ad approfondirla, come testimoniano alcuni schizzi e riproduzioni di lenti e sistemi ottici ottenuti sulla base dei disegni di Leonardo.

Un giorno, sempre nel Codice Atlantico (foglio 190 a, recto), Argentieri legge: «Fa ochiali da veder la luna grande». E ancora (Codice E, foglio 15, verso, intitolato “Veder la luna grande”): «Possibile è fare che l’ochio non vedrà le cose remote molto diminuite, come fa la prospettiva naturale, … ma l’arte che io insegno qui in margine, … dimostrerà… la Luna di maggior grandezza, e le sue macule di più nota figura. A questo nostro ochio si debba fare un vetro pieno di quell’acqua, di che si fa menzione nel 4 del libro 113 delle cose naturali la quale acqua fa parere spogliate di vetro quelle cose che son congelate nelle palle del vetro cristallino»[4]. E ancora (Codice Arundel, foglio 279, verso): «Per vedere la natura delli pianeti apri il tetto e mostra alla basa un solo pianeta, e il moto refresso di tale basa dirà la complessione del detto pianeta, ma fa che tal basa non veda più d’uno pianeta per volta»[5]. Il sistema di riflessione di cui parla Leonardo è paragonabile a quello di un vero e proprio telescopio, di cui potrebbe essersi verosimilmente servito per la realizzazione dei suoi schizzi.

Domenico Argentieri ne trovò le prove. Il manoscritto F (conservato presso l’Institut de France), al foglio 25, recto, reca un disegno essenziale in cui viene descritta una combinazione di lenti concave e convesse assemblate insieme per ingrandire oggetti: il telescopio a rifrazione.

In un saggio dedicato all’ottica di Leonardo egli ne fornisce una spiegazione esaustiva: la ricostruzione reale di uno strumento di bassa potenza (ingrandimento 1.41), con una lente convessa a una estremità e una lente concava all’altra – la configurazione nota oggi come telescopio Galileo.

Come dice Argentieri, il fatto che il telescopio di Leonardo non fosse ancora ottimale, non è rilevante. «La storia della scienza ha il dovere di scoprire chi è stato il primo a fare un tubo avente una lente convergente ad una estremità e concava nell’altra, che serva a fare in modo che gli oggetti osservati appaiano grandi; oggi, dopo le mie ricerche, possiamo dirlo, questo “primo” era Leonardo»[6].

Recentemente (nell’ottobre 2009 in un convegno tenutosi presso l’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento di Firenze e la Biblioteca Comunale Leonardiana, Centro di ricerca e documentazione per gli studi leonardiani di Vinci) lo studioso Sven Dupré (Centre for History of Science, Ghent University) nel suo intervento Il Leonardo di Ronchi. L’ottica di Leonardo ieri e oggi ha illustrato i risultati della sua ricerca, evidenziando come le intuizioni del Maestro di Vinci possano essere considerate un’evidenza abbastanza solida dal punto di vista scientifico. Lo stesso Ronchi [7] afferma: «Ora che la ricerca del Rosen [8] ha dimostrato che il silenzio degli uomini di scienza e dei filosofi del medio evo a proposito delle lenti è stato veramente assoluto fino alla Magia Naturalis del 1589, si deve concludere che Leonardo è stato l’unico a occuparsi delle lenti a scopo di studio […]. Leonardo non era un accademico, ma non era un artigiano; tanto meno un artigiano occhialaio. Era un uomo di grande ingegno, di acuto spirito di osservazione, e di buon senso. Egli ha studiato i testi dei maestri classici e li ha ammirati, vi ha imparato molte cose; ma poi ha guardato coi propri occhi e ha avuto fiducia in ciò che vedeva […]; e avendo avuto tra le mani delle lenti, non ha esitato a guardarvi attraverso […]. Se poi in questi tentativi non è giunto a risultati degni di rilievo e definitivi, non deve diminuire il valore del fatto che vi si è dedicato. Non si può non riconoscere che il compito era sovrumano per un uomo del tardo medioevo; i suoi sforzi erano prematuri e i problemi da lui affrontati potevano essere risolti soltanto con lo sforzo combinato di diecine e diecine di ricercatori in tutti i settori della scienza»[9].

Domenico Argentieri fu astronomo, scrittore, fisico e critico.

Pochi si sono sinora soffermati sulla sua figura. Io stessa ho dovuto accostarmi prima all’opera di Leonardo da Vinci per conoscerne direttamente gli studi.

La cosa più singolare di questa appassionante vicenda è stata, per me, scoprire che era originario della mia città. Nacque infatti a Terranera, nei pressi di Rocca di Mezzo, all’Aquila, nel 1888.

Anche ai suoi conterranei, aquilani e abruzzesi in genere, resta per lo più sconosciuto: di lui non resta neanche la memoria di una strada o una piazza, a ricordarne il nome.

Nel 2019 ricorreranno i 500 anni dalla morte di Leonardo Da Vinci: spero che qualcuno rammenti anche la figura di Domenico Argentieri, che intuisca la grandezza del suo lavoro e che ne diffonda gli importanti risultati, magari in una mostra che unisca, con un ponte ideale, la sua città con il Museo della Scienza.

Molto probabilmente Leonardo non ha mai conosciuto il territorio abruzzese, i suoi paesaggi, la sua gente: ma è davvero sorprendente ritrovare tracce della sua grandezza ovunque.

 

Silvia Cacciatore


[1] Attilio Selvini, Appunti per una storia della topografia in Italia nel XX secolo, Milano, Maggioli Editore, 2012, p. 95.[
[2] Claudio Giorgione, The birth of a collection in Milan: from the Leonardo Exhibition of 1939 to the opening of the National Museum of Science and Technology in 1953, Science Museum Group Journal, Autumn 2015, Issue 04.
[3] Rodolfo Calanca, Il volto di Selene, in “Astronomia Nova” n. 12, aprile 2012, p.17.
[4] Rodolfo Calanca, ivi, p. 18.
[5] Rodolfo Calanca, ibidem.
[6] Susan Welsh, Leonardo’s ‘leaps’: metaphor and the process of creative discovery, EIR Volume 23, Number 48, November 29, 1996.
[7] Vasco Ronchi, Un aspetto poco conosciuto dell’attività di Leonardo Da Vinci nel campo dell’ottica, in Luci e immagini, Firenze, Serie II, n. 1137, 1965, pp. 133-140.
[8] Edward Rosen nei suoi scritti dimostrò l’inesistenza di studi ottici sino al 1589.
[9] Vasco Ronchi, op. cit., pag. 140.
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