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La forma dell’arte. Dialogo sui dilemmi del nostro tempo

By 20 Maggio 2020 No Comments

Ilaria Sola: Tutti che parlano di questo cambiamento, di queste ere contrapposte dallo scisma prima/dopo. Secondo me ripensare la cultura era necessario già prima, ora è solo diventato urgente. Non so se i musei si siano mai adattati davvero ai contesti e ai modi della contemporaneità…

Matilde Ferrero: Mi sembra che il modello sia rimasto quello autoritario, di un genitore severo che non dialoga con il proprio figlio. Davanti agli spazi culturali, percepiamo un certo timore reverenziale che spesso non ci permette di entrare. Ma come mai?

Ilaria: Perché non si è mai impostata una conversazione partecipata e autentica! I genitori continuano a trattare i figli (noi visitatori) come bambini a cui dare quel poco che credono sufficiente a farli appassionare, e magari anche ritornare. Il pubblico contemporaneo è avanzato e sofisticato, i luoghi della cultura dovrebbero almeno provare a proporre contenuti e modalità che ne siano all’altezza. Innanzitutto, spostando l’attenzione fuori dalle mura.

Matilde: Forse la soluzione è scendere dalle torri d’avorio e iniziare a cercare il pubblico: nelle piazze, nelle strade, nei locali. Ancor prima di mediare il contenuto, la cultura deve rendersi visibile. I tour virtuali e tutte le pillole regalateci dai musei nelle ultime settimane ci hanno aiutati a capire che il contenuto può abbandonare il contenitore ed entrare nelle nostre case. Adesso a chi tocca?

Ilaria: Adesso tocca alla dimensione reale che deve dimostrare di avere il coraggio e di ridefinirsi e di inventare. Non si è mai parlato così tanto di musei quando erano aperti e fruibili, mentre ora sembrano timidamente rientrare nel dibattito collettivo. Chiaramente il loro ruolo è definito e solido nella società, ma lo è in un modo tutto ottocentesco! L’overdose di virtualità degli ultimi mesi ci fa riflettere sull’importanza di potenziare la qualità dell’offerta anziché mortificarla. Magari iniziando a “umanizzare” la visita digitale e a disseminare evocazioni e narrazioni nella visita reale. I musei possono innestare dei ragionamenti insieme ai visitatori e possono diventare snodi narrativi, invadendo gli spazi urbani e i territori, non solo i pc e gli smartphone. Non te lo immagini bene un museo fuori dal museo?

Matilde: Me lo immagino, anche se non a breve termine. Per ora, le norme per la riapertura fanno pensare a un ulteriore irrigidimento. Non parlo di mascherine e disinfettante ma di un costante monitoraggio dell’esperienza da parte dell’istituzione: il percorso all’interno del museo sarà a senso unico e i movimenti del visitatore sotto rigida sorveglianza. Una cosa del genere non si è vista neanche nei supermercati! Come dicevi, bisognerebbe ripensare la permeabilità di spazi interni ed esterni, gli allestimenti, l’interpretazione. Pensavo che quel momento fosse finalmente arrivato…

Teatro Sociale, Mondovì

Ilaria: Hai ragione, ma proverei a declinare i nuovi vincoli e problemi come possibili scintille di opportunità. Non c’è dubbio sul fatto che la tecnologia potrebbe venirci ampiamente in aiuto a questi scopi. Gli spazi devono essere ridisegnati, a partire dal superamento definitivo del “cubo bianco” pieno di griglie cronologiche e nozionistiche. L’innovazione digitale può generare valore e può permettere di intensificare l’esperienza visita rendendola plurale, ricca e sinestetica. Come tutto però, troppa tecnologia anestetizza e l’effetto spettacolare supera il senso e il legame con il contesto. Insomma, la tecnologia va pensata e diversificata: astrarre il visitatore lo allontana proprio nel momento del riavvicinamento! Per ridefinire i format il digitale serve, ma io ripartirei dalle persone. Proprio il pubblico sarà il primo attore a mutare nell’attitude e nelle aspettative, non credi?

Matilde: Sì, analogico e digitale andranno integrati in modo sensato. Il digitale non può essere ignorato né abusato, dev’essere mezzo piuttosto che fine. Non so, prendiamo uno schermo e installiamolo fuori dal museo, investiamo in questo senso, comunichiamo anche con chi non ha mai sentito il bisogno di avvicinarsi a noi. Creiamo un dialogo.

Ilaria: Assolutamente! Un museo diffuso negli edifici pubblici, nelle piazze, nelle biblioteche. Un luogo rinnovato che sappia sfruttare il cambiamento radicale imposto dal momento storico, per permettere ai visitatori di sentirsi parte integrante, di prendere posizione. Non ci dimentichiamo che il pubblico dei prossimi anni si preannuncia diverso: da un lato un pubblico reale di prossimità, che può rendere fattibile un nuovo tipo di rapporto “personalizzato”, che condivide il contesto con il museo, che muove i flussi economici, che ritorna; dall’altra parte un pubblico virtuale, distante, globale e multiculturale, con altre esigenze da tenere in considerazione.

Matilde: Il museo deve diventare hub, polo di produzione creativa che stimoli la meditazione e il senso di appartenenza in modo intelligente, e che comunichi con la comunità ma anche con i suoi simili.

Ilaria: Con questo i musei non dovrebbero scadere nel campanilismo ma provare a restaurare un legame con le specificità territoriale e identitarie. Sicuramente più distanziamento, che non significa meno qualità e meno partecipazione. Parlare di aggregazione mi fa pensare ai teatri, lì sì che bisogna ricostruire da zero …

Matilde: I teatri devono inserirsi all’interno di questo grande dialogo, entrare in un network costituito da molti hub che tra di loro comunicano. Per farlo dovranno aprirsi, presentarsi al pubblico in modo del tutto nuovo. Anche qui si dovrà cavalcare l’onda, spostare momentaneamente l’attenzione dal rapporto fisico tra artisti e pubblico per disegnare qualcosa che ne racconti tutte quelle sfumature che in fondo ci siamo sempre persi. Hai sentito le parole di Gabriele Vacis?

Teatro Sociale, Mondovì

Ilaria: Davvero irriverenti, di quell’irriverenza di cui abbiamo bisogno oggi! Riaprire i teatri oggi, senza che siano mai stati aperti veramente, come dargli torto? Vacis parla di un approccio visionario e creativo, che mi fa riflettere ancora su quanto sia fondamentale smettere di perdersi nelle divisioni di settore e nelle etichette precostituite. I teatri, come i musei, dovrebbero proiettarsi fuori, estendere al massimo gli orari di apertura (anche alla notte, perché no?). Le platee potrebbero tornare come sono nate: splendide piazze di confronto, ognuno con il suo gabello rigorosamente a distanza. Ovviamente serviranno linguaggi ibridi, competenze concatenate, scambi professionali per portare tutto in scena: le prove all’italiana a teatro, gli allestimenti e i restauri al museo. In tutti questi luoghi e in tutti questi momenti di fa cultura e si genera bellezza. Redistribuzione dei ruoli, complicità, inclusione, relazioni… Sto sognando ad occhi aperti.

Matilde: Per la prima volta io mi sento ottimista, non la vedo più come un’utopia. Il distanziamento sociale ci ha forzatamente costretti a cambiare prospettiva, ripensando in primis alla fisicità degli spazi, poi di riflesso al contenuto. Quando riusciremo finalmente a vederne i risultati, ci sentiremo diversi, un po’ cresciuti. Ci saremo resi conto che i nostri bisogni erano oltre l’offerta già qualche mese fa, e che l’emergenza li ha soltanto resi necessità. Tu non hai sempre sentito il bisogno di un po’ di provocazione?

Ilaria: Non ti nego che un po’ di sconforto da questa situazione mi è derivato: contenuti online ovunque spesso senza senso, approcci ripetitivi e binari, palette intonate su Instagram senza contenuti. Di contro, secondo me, qualche buona idea su nuovi glossari possibili è circolata. Ora basterebbe lasciarsi ispirare e smetterla di assecondare gli ingabbiamenti. Un po’ di dentro fuori, un po’ di analogico nel digitale e viceversa, più professioni, più trasversalità, più multidimensionalità, più percorsi empatici e ipertestuali.

Matilde: Staremo a vedere. L’ingabbiamento persisterà per i primi tempi, è inevitabile! Con un po’ di pensiero critico e tanta osservazione forse riusciremo a liberarcene.

Ilaria: Allora aspettiamo di incontrarci in un foyer a mezzanotte o di fronte a un pezzo di museo in stazione?

Matilde: Sì, sempre distanti ma un po’ più soddisfatte!

Ilaria: Si può fare! Un po’ di creatività e un po’ di testa, senza alibi, con molta passione.

Matilde: Non sembra impossibile …

 

L’immagine di copertina è tratta dalla mostra di Jaume Plensa presso il Yorkshire Sculpture Park, nel 2011

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