La Fornarina, tra Raffaello e Mirò

La Fornarina, tra Raffaello e Mirò

In questi mesi Palazzo Zabarella, Padova, ospita un’interessante e preziosa mostra su Joan Mirò. In una cornice classica è possibile godere di una collezione di opere di proprietà dello Stato portoghese che permettono al visitatore di attraversare sei decenni di attività dell’artista, durante i quali Mirò allarga in maniera decisiva i confini delle tecniche di produzione artistica del ventesimo secolo. In questo viaggio fra Materialità e Metamorfosi sono stata accompagnata da mio fratello e mia sorella, studenti rispettivamente di ingegneria dell’informazione e di neuroscienze e riabilitazione neuropsicologica. Io, invece, mi identifico in questa storia come curiosa.

Vagando tra arazzi, stelle e uccelli piombiamo nel 1929, anno della “Metamorfosi”. L’audioguida ci invita gentilmente a soffermarci su “La Fornarina”, ritratto che prende a modello l’omonima e misteriosa opera di Raffaello. Considerata per lungo tempo la sua amante, il ritratto della donna è stato gradualmente purificato da Mirò e rivisitato in una serie di schizzi e macchie di colore. L’artista nei suoi disegni preparatori deforma il modello visivo, sovverte il concetto di ritratto come similitudine e si spinge ai confini della mimesi guidato dalle mormorazioni “trop en pensant en mes choses précédentes” [pensando troppo alle mie cose precedenti] e “trop réaliste encore” [ancora troppo realistico].

Saggiamente, la voce femminile della guida ci invita a osservare come «il corpo della Fornarina viene semplificato in una voluminosa massa scura; la testa e il petto si riducono a protuberanze bulbose; il turbante, le cui estremità annodate sono tradotte in piccole corna, è notevolmente esagerato; l’occhio, infine, assume una fantastica configurazione di pesce»[1]. Estasiata, voltandomi a condividere lo stupore provocato in me dalla comprensione del mistero della mimesi, mi scontro con l’espressione tra il disgusto e il perplesso che trionfa sul volto di mia sorella e l’accidiosa indifferenza che contraddistingue mio fratello negli ambienti culturali, soprattutto quelli nei quali è vietato fumare.

D’un tratto mi risuonano in mente le parole di un mentore di vita, più che un docente, che tante volte ci ha provocato sul sorriso della Gioconda. La grande attrazione del Louvre desta delusione in tanti visitatori che, con ansia, attendono di vederla e si accalcano per immortalarla, ma poi sfugge loro l’essenza del mistero e dell’innovazione che ella cela. Cosa cambierebbe in loro se potessero conoscere i sorrisi, i volti femminili dei ritratti coevi?

Con gran furberia ricorro alla rete e cerco l’immagine rinascimentale sulla quale lavorò Mirò, piazzo “La Fornarina” di Raffaello [2]  sotto il naso dei miei compagni di viaggio che, dapprima, esplodono in sghignazzanti risate. Dopo il primo momento di ilarità, però, il viaggio fra stelle e uccelli ha assunto un nuovo significato e le macchie di colore sulla tela sono diventate un dipinto, una domanda e poi una necessità di confronto che ha accompagnato il prosieguo della mostra. Persino l’indolente fumatore si è, per un attimo, interrogato e illuminato, salvo poi essere riassorbito dall’inquietudine provocata dall’astinenza.

 

 

Giovanna La Face

[1] “Mirò. Materialità e metamorfosi. Ragioni e percorso dell’esposizione.” a cura di Robert Lubar Messeri.

[2] L’opera è attualmente nel percorso espositivo “Eco e narciso. Ritratto e autoritratto nelle collezioni del Maxxi e delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini” presso Palazzo Barberini, Roma.

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