La fragilità creativa moltiplicata per otto, Sense8 si pente e riprende.

Dialogo sull'evoluzione dei sensi

La fragilità creativa moltiplicata per otto, Sense8 si pente e riprende.

Carlotta Susca: La notizia è recentissima, il web ha vinto: avremo un finale di Sense8 .

Michele Trimarchi: Ogni tanto la democrazia sembra funzionare.

Carlotta: Ci si mobilitasse sempre così! D’altra parte è sciocco lasciare nel finale di stagione le storie aperte senza la certezza di poter continuare.

Michele: Vero, ma prendiamo il buono della notizia: il segnale che un magnifico elogio della fragilità e dell’empatia crea dipendenza.

Carlotta: Sulla dipendenza sono pienamente d’accordo: è questo il meccanismo principale della serialità, e in più il protagonista qui era moltiplicato per otto.

Michele: Certo, ma va un minimo interpretato. Ci sono serie del tutto irrilevanti, anche sul piano formale.

Carlotta: Sì, la serialità in sé non basta a creare dipendenza, ma il meccanismo funziona alla grande con narrazioni ben costruite. Sense8 lo è, secondo me.

Michele: Sense8 è un film destrutturato, una lezione di linguaggio dell’immagine senza leziosità, un bel glossario del ritmo teatrale, delle dinamiche personali e sociali, della psicologia turbolenta che quanto meno la società contemporanea ha finito per accettare.

Carlotta: Ha fatto molto presa anche per le tematiche queer, è un elogio della diversità e dell’amore.

Michele: Sì, ma evitare di santificare i protagonisti, estrarne le contraddizioni, esporli a rischi, controversie e conflitti rende autentica la sostanza. Con buona pace della retorica queer, ciascuno degli otto è una persona intera e cattura per quello che ha dentro. Magari potremmo finalmente accettare che la diversità riguarda ciascuno di noi, al di qua delle etichette.

Carlotta: Beh, nell’ultima stagione si parla proprio di uno stadio evolutivo nuovo per l’umanità. È il principio alla base di X-Men e della serie Heroes di qualche anno fa, d’altra parte le sorelle Wachowski sono sensibili al tema, basta pensare a Matrix.

Michele: Segnali forti, infatti. Per quanto mi riguarda in assenza di Sense8 sto divorando la serie Divergent.

Carlotta: Non l’ho vista: la consigli?

Michele: Anche lì si tocca il nervo scoperto: siamo animali sensitivi e usando l’intuizione prima della ragione non possiamo sbagliarci. La straconsiglio, altro caso un po’ bistrattato dalla critica ma adorato dal pubblico, proprio come Sense8.

Carlotta: Anche l’idea dell’intelligenza collettiva è centrale: rappresenta la realtà del web, in cui si è forti con lo sforzo di tutti. Ne è un esempio l’esegesi di Twin Peaks nelle ultime settimane: c’è una comunità di fan che condivide intuizioni e scoperte.

Michele: Ovvio: c’è un forte desiderio di partecipazione empatica, in cui ci si possa riflettere. I personaggi di Sense8 offrono uno specchio a molte delle nostre sfaccettature, ci liberano dallo slogan: “io sono uno che” (una delle frasi più idiote che abbia mai ascoltato).

Carlotta: A me ha colpito sin da subito la densità narrativa: i personaggi sono stati intercettati in un momento delle loro vite in cui avevano moltissime vicende trascorse, ciascuna backstory basterebbe per una serie a sé.

Michele: E danno un altro segnale importante accogliendo sia nel plot sia nelle dinamiche intense gli altri (i semplici sapientes), che sanno partecipare accettando cose e persone che non vedono. Sono d’accordo, è un affresco forte e talmente ricco che ci navighi con pienezza, e ti invita a un esercizio inconsueto: dividerti in otto. Altra scoperta che ci riguarda, siamo tanti in una stessa persona, e non è schizofrenia ma meravigliosa pluralità.

Carlotta: Io credo che la densità e la moltiplicazione dei personaggi siano una possibile risposta al rischio che le serie finiscano con l’annoiare. La competenza del pubblico cresce in maniera esponenziale: si è in grado di gestire una quantità di informazioni molto maggiore rispetto a qualche anno fa.

Michele: Certo, anche questa è una scoperta che vado difendendo da tempo contro molto scetticismo mainstream: siamo la società più sofisticata mai esistita.

Carlotta: Senza dubbio abbiamo accesso a una quantità di informazioni impensabile prima d’ora.

Michele: Siamo anche la società più delicata, più morbida, più fragile. La solidità non sta nell’irrigidirsi ma nell’essere indulgenti.

Carlotta: … nell’imparare a trarre senso.

Michele: Penso a Riley tra i ghiacci, Lito tra i giornalisti, Kala tra le turbolenze ideologiche, e alla bellissima scena del concerto “Imperatore” di Beethoven cui tutti assistono commossi.

Carlotta: Le scene collettive sono meravigliose.

Michele: Anche il finale della prima serie con tutti abbracciati sul battello. Perfino le scene leggere o ironiche hanno un loro senso (per tutte Lito che prepara il cocktail per Sun in Corea)

Carlotta: Le scene con la colonna sonora di What’s up delle 4 non blondes sono le mie preferite in assoluto.

Michele: Mah, è un vero mosaico, e anche pensandoci con freddezza non butterei niente, c’è un dipanarsi narrativo davvero denso e rapido.

Carlotta: Non è una mia idea, ma mi hanno detto che a volte lo stile è quello dei videoclip.

Michele: La continua sostituzione di luoghi, persone e scene usa il glossario dei videoclip. E la cosa funziona magnificamente.

Carlotta: Ora la domanda è: il finale sarà diverso da quello che è stato descritto in un’intervista dopo l’annuncio della cancellazione. Si parlava di una Riley rivoluzionaria e della morte di Will.

Michele: Ah, immagino che sarà una bella sfida. Certo, che gli affetti quaglino mi piace molto. Soprattutto che Kala si liberi dal marito che fa il figo ed è solo losco e truffaldino.

Carlotta: Con Wolfgang non c’è confronto 🙂

Michele: Riley ha la stoffa del leader, non dimentichiamo che una delle prime cose che fa è regalare droga e milioni a un clochard. Wolfgang sembra il più duro ma alla fine è estremamente morbido, basta guardare l’ambiguità e le resistenze nel suo scambio con Lila. Ah, a proposito: bellissima l’apparizione della cerchia ‘rivale’.

Carlotta: Beh, l’universo narrativo è in espansione.

Michele: E anche lo sterminio dei rivali identificati dal trucco di far suonare tutti i cellulari.

Carlotta: Il percorso dello spettatore è dal particolare (un cluster) al generale (un intero mondo nascosto).

Michele: Infatti Sense8 è intensamente esplorativa

Carlotta: Potenzialmente avrebbe potuto andare avanti ancora per molto.

Michele: Ogni singola scena va interpretata, questo è il vero mordente. Come fosse un interminabile giallo intrappolato in una sequenza di misfatti.

Carlotta: … in cui i personaggi scoprono di non essere soli, che è il messaggio migliore.

Michele: Infatti, se vogliamo fare il gioco delle parole chiave direi: tenerezza, empatia, conforto, sfida …

Carlotta: … unione, collaborazione.

Michele: Non è un caso che le scene meno da videoclip sono quelle in cui appaiono Whispers e Angelica

Carlotta: Quindi dobbiamo aspettare fino al 2018 per avere un finale, ma sapere che c’è mi conforta.

Michele: Aspetteremo fiduciosi, e poi il fatto stesso che non è una nuova serie ma due ore di storia indica un’ulteriore frontiera alla sperimentazione semantica.

Carlotta: Io credo fermamente che i personaggi abbiano una propria vita narrativa, saperli sospesi mi infastidiva. Sulla sperimentazione, con la terza stagione di Twin Peaks secondo me non c’è altro da dire.

Michele: È così, ma forse questa pausa permetterà nuovi metabolismi degli autori.

Carlotta: Immagino che non potranno strafare: i problemi di budget sono stati la causa della cancellazione della serie, ma almeno dovranno chiudere un arco narrativo (in realtà otto archi narrativi).

Michele: Sì, ma è interessante che si stia provando a rideclinare il prodotto culturale.

Carlotta: Netflix lo sta facendo, sì. Sperimenta anche con le durate (come in The OA).

Michele: Certo, ma soprattutto credo che avremo perduto quel poco che ci rimane di simile all’innocenza. La questione è: come metti in scena un’opera, esponi quadri in un museo, scrivi un romanzo dopo aver visto questi prodotti creativi inclassificabili?

Carlotta: Per me sono tutte declinazioni della narrazione, rispondono al bisogno umano di storie.

Michele: Verissimo: in fondo è quello che fa, per citarne una, Jennifer Egan con i suoi libri riformattati.

Carlotta: A ciascun medium le sue sperimentazioni. Ohhh, la Egan! Aveva sperimentato inserendo un PowerPoint in Il tempo è un bastardo. Giocare con la letteratura è estremamente complicato, devi tradurre tutto in parole.

Michele: Ovvio, ma qui scatta una sana selezione: solo chi guarda lontano e in profondo parla la lingua della società emergente: una specie di koiné 4.0

Carlotta: Oppure occorre sperimentare il più possibile e vedere cosa funziona meglio.

Michele: Sì, ma è anche un omaggio agli antesignani, da Umberto Eco a Quentin Tarantino. Intuizioni davvero uniche, per il loro tempo.

Carlotta: Eco è stato molto penetrante nell’analisi della contemporaneità, la semiotica è un’ottima strada per interpretarla. Abbiamo a disposizione tanti di quei supporti e codici che occorre sapersi districare.

Michele: È tempo di costruire nuovi glossari, e la semiotica potrebbe far luce su tante discipline tuttora mummificate nel loro mainstream (penso, tanto per cambiare area, a Fiona Apple o a Lorde).

Carlotta: Ma non credo che l’accademia sia il luogo giusto.

Michele: L’accademia è un grande frigorifero, ma non ci fai neanche le granite.

Carlotta: Poi dipende anche dalle sedi, ma vedo molta resistenza al nuovo.

Michele: Anche lì possono salvare soltanto i divergenti

Carlotta: Viva i divergenti!

Michele: Pensa quanto sarebbe utile che un economista studiasse storia dell’arte, un giurista musica, un ingegnere storia, e così di seguito. Anche viceversa, ovviamente, e anche peggio. Io sostengo l’ibridazione.

Carlotta: L’interdisciplinarità è fondamentale. Il problema è che, come per tutte le cose, quando la pongono come vincolo non dà buoni risultati.

Michele: Vero, ma il punto è sviluppare degli indirizzi ludici. Se destrutturano il film è una forte lezione che dovrebbe essere appresa da ciascuna area. E visto che la società accetta e metabolizza indica un chiaro spirito del tempo.

Carlotta: Io continuo a pensare in termini di contenitori della narrazione.

Michele: Se capisco, parli di un contenitore narrativo?

Carlotta: Per me l’evoluzione è continua e le serie TV sono uno degli sviluppi. Nella mia testa, dalla letteratura ai film alle serie TV si tratta solo di aggiornare la modalità di raccontare storie. È su questo che sto lavorando.

Michele: Certo, ma pensalo in un museo: trasformi le pareti ospedaliere in un percorso con le sue asperità, le opere dialogano con il tuo muoverti. Il fatto è che questa domanda se la sono posta per millenni, solo dall’Ottocento ci siamo illusi di poter scolpire tutto nel bronzo.

Carlotta: La tecnologia in sé potrebbe portare ad altre sperimentazioni, ma a me interessano quelle relative alle modalità con cui viene rappresentata la realtà.

Michele: La tecnologia è un mezzo di trasporto, chi viaggia sono i nostri desideri e le nostre visioni. Tornando a Sense8, la cosa che mi ha intrigato di più è stata la relazione di complicità tra sapientes e sensorii.

Carlotta: È un elogio dell’amicizia.

Michele: Accettare la granulosità delle relazioni, privilegiare il sentimento e la fiducia, giocare le sfide insieme. La scena bellissima di Sun che lotta con il poliziotto al cimitero di Seoul e poi lo bacia, per esempio.

Carlotta: Certo, c’è anche il versante complottista che fa presa.

Michele: Sì, ma quella rimane una sezione necessaria ma non sorprendente, come a scandire il ritmo tra una meraviglia e l’altra.

Carlotta: E la mobilitazione del fandom è la meraviglia conclusiva.

Michele: Assolutamente. Segno che Sense8 ha toccato nervi scoperti in attesa di segnali.

Carlotta: Segno che il pubblico dice ciò che vuole, e le nicchie di audience sono sacrosante.

Michele:  … e che non ce la beviamo più, il che mi sembra una buona notizia per i prossimi anni, siamo diventati adulti. Il livello cresce, d’altra parte anche in libreria ho forti difficoltà a trovare un libro degno del mio tempo, la soglia si è alzata.

Carlotta: Lo spettatore/lettore/fruitore di storie è competente, è stato nutrito da subito, pretende di più.

Michele: … il frutto della conoscenza.

Carlotta: Che sia in formato intrattenimento, anche.

Michele: È il formato che prendiamo più sul serio: quando giochiamo siamo disposti anche a farci male.

Carlotta: Favorisce l’identificazione

Michele: Ho più amici finiti in ospedale per una partita di calcetto che per una rissa.

Carlotta: L’intrattenimento veicola meglio i messaggi.

Michele: Diciamo che ci piazza davanti un bello specchio che non riusciamo a eludere, che in definitiva è quello che faceva il teatro dei tragici greci.

Carlotta:  … ci prende al laccio e ci rende dipendenti. Esattamente, una catarsi sul divano di casa.

Michele: E questo è confortante: pur essendo una società antica e polverosa abbiamo ancora la voglia e la capacità di commuoverci come quando eravamo giovanissimi, all’alba della civiltà. Magari Sense8 sarebbe piaciuto a Euripide.

Carlotta: Infatti Aristotele sottolinea l’incremento del numero dei protagonisti nella tragedia.

Michele: Certo, ma era una società orale, con una concezione del tempo estremamente cosmica, e con l’asciuttezza necessaria per sopravvivere.

Carlotta: Direi che siamo la stessa cosa, mutatis mutandis.

Michele: D’accordo. Infatti Sense8 non moltiplica, semplicemente dipana in parallelo con alcune trecce dialettiche.

Carlotta: È quello che ci vuole per lo spettatore contemporaneo

Michele: Infatti, finché abbiamo la capacità di emozionarci andremo avanti

Carlotta: Mi sembra un’ottima conclusione!

Michele: Allora restiamo in trepida attesa confidando nel genio di Lana Wachowski.

Carlotta: Can’t wait!

 

Carlotta Susca e Michele Trimarchi

Tools For Culture

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