La globalizzazione culturale? Una nuova forma di identità

La globalizzazione culturale? Una nuova forma di identità

“Odio la globalizzazione. Guardate noi. Andiamo a Berlino per finire in un ristorante giapponese, ci godiamo il ramen e pensiamo di andare in una birreria belga. E il ben noto spirito tedesco? Perché mai dovremmo provare ad andare via da casa? Possiamo goderci ogni cosa che esista senza neanche lasciare la nostra zona di conforto”. È il discorso appassionato tenuto (non senza una qualche partecipazione alcoolica) in inglese da una mia amica d’infanzia moscovita. Aveva superato la distanza di mille miglia per trascorrere un paio di giorni  a Berlino, semplicemente per festeggiare il mio compleanno, era quello che voleva. Potreste pensare: contraddittorio che una ragazza reduce da studi internazionali si metta ad argomentare contro la globalizzazione mentre si esprime in una seconda lingua e ha attorno persone di vari Paesi.

 

Un po’ confusa ho cominciato a domandarmi: quando siamo diventati ardenti eppure finti oppositori della globalizzazione culturale? Ogni persona anti-globalizzazione che abbia incontrato nella mia vita finiva a un certo punto per contraddirsi. Ridicolo quanto più si possa. C‘era un docente-ospite belga (mi scuso per non ricordare, o semplicemente per omettere, il suo nome) che incontrai a uno dei convegni sulle trasformazioni contemporanee della nuova industria culturale a Rotterdam. Diede una lezione appassionata sugli orrori dello stile di vita culturale contemporaneo, in particolare sull’inquinamento ambientale eccessivo causato dai nostri voli e viaggi abituali.

 

“Perché non possiamo semplicemente stare qui dove siamo?”, era la domanda che rivolgeva al pubblico. Quando il convegno e le domande che scaturivano dal suo approccio diventarono troppo lunghi per formulare una risposta (potete immaginare quanto la discussione fosse accalorata), espresse preoccupazione sui tempi, il suo biglietto di viaggio da Rotterdam non gli permetteva di restare ancora. Pare che viaggiasse in giro per il mondo a dare lezioni su questi temi, senza neanche comprendere quanto le sue stesse azioni risultassero contraddittorie. Chissà, magari è un sostenitore devoto di Karl Popper e dei criteri di ‘falsificabilità’ di una buona teoria scientifica, avendo provocato la mia solida critica.

 

Pensandoci per un po’ mi ritrovai con un sentimento che certo non mi aspettavo da me stessa. Rabbia. Una sana rabbia verso tutte le persone che sembrano essere nate e cresciute in famiglie perfettamente omogenee, che condividono una cultura, una storia nazionale e un linguaggio dominanti, e sono ancorati a idee e azioni culturali convenzionali ai quali sono soltanto abituati; sono persone che vanno contro la mescolanza culturale globale del ventunesimo secolo. Magari ero solo io, a non far parte di questa maggioranza perfetta, da eterna bambina minoritaria.

 

L’argomento della ‘protezione del patrimonio culturale nazionale’ non mi convince, davvero. Da chi cercate di proteggerlo, altre persone come voi? Perché se ne parla sempre con termini duri: combattere, proteggere, difendere? Perché ci mettiamo fin dal principio nella posizione dei nemici? E poi, siamo davvero così convinti che la nostra cultura ‘forte’ potrà scomparire così facilmente sotto l’influenza straniera? E comunque la nostra cultura non è un giardino di rose (mi si passi l’eufemismo). È vero, abbiamo bisogno di investire il nostro denaro in attività legate alla conservazione, alla ‘protezione’ (e magari cambiamo questo termine una volta per tutte) degli oggetti culturali che già abbiamo. Nondimeno, l’idea di proteggere l’intera cultura nazionale dalle influenze d’oltremare appare una strada verso il nulla.

 

Qui si tratta di un corso naturale della storia, mutamento dopo mutamento, qualche volta moderato, altre volte radicale. Vero, viaggiamo più rapidamente che nel Medio Evo e inquiniamo di più. E non parliamo in latino, quanto meno non naturaliter. Certo, I nostri confini nazionali vengono costantemente alterati. Abbiamo perduto irreversibilmente alcune sorprendenti invenzioni create dai nostri antenati. E lavoriamo duramente su altre cose affascinanti che ci serviranno in futuro, e che potrebbero comunque essere distrutte dai nostri posteri. Direste che questi mutamenti non esistono, contro lo stato di fatto?

 

Quando faccio una nuova conoscenza la cosa più difficile è rispondere alla domanda “da dove vieni?”. Mi è capitato di nascere in una famiglia mista, e di esplorare la mia terra natale solo recentemente, da adulta. Di conseguenza gente internazionale, la comunità e la cultura globali sono diventate quello che chiamo ‘casa’. So che questo è altrettanto vero per milioni di persone. La nostra zona di conforto è costruita sulla mescolanza di culture, la lingua inglese in comune, e una ricerca senza fine di un modo più efficace di identificare noi stessi.

 

Siamo i nomadi del ventunesimo secolo. Siamo aperti a ogni esperienza culturale, a ogni influenza, e siamo tolleranti in massimo grado. Non abbiamo paura di perdere l’identità, comunque la si voglia chiamare. L’identità di oggi è una pozione magica, un cocktail in fiamme di tutto quello che impariamo, esploriamo, assorbiamo e cui permettiamo di lasciare un segno dentro di noi, alla fine dei conti. Non vogliamo credere di essere nati con un sé precotto; decidiamo di sceglierlo. Dunque, perché combattere contro la globalizzazione, quando possiamo diventare, meglio, parte di un mutamento più grande? Dopo tutto potete facilmente criticare e contestare il mio approccio. Sono una grande fan di Popper. Ne sarò soltanto lieta.

 

 

Sofiko Gvilava

 

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One thought on “La globalizzazione culturale? Una nuova forma di identità

  1. Ho letto un saggio di Mary Beard riguardo la potenza di Roma e i fattori che l’hanno portata ad essere la città che fu, e tra i tanti motivi annoverati si poneva l’accento su quanto i Romani fossero stati progressisti (sicuramente più dei corrispondenti moderni) nel capire che la forza di una città risiedeva nella sua multiculturalità. Personalmente condivido l’idea che da qualche generazione non siamo più legati semplicemente all’idea di appartenere ad una nazionalità-un paese-una cultura. Credo anche però che ci sia una necessità sempiterna di rimarcare le proprie differenze e di conseguenza di “proteggersi” dalle influenze esterne, che non ha a che fare con nazionalismo ultras, ma con un certo orgoglio storico, un rimarcare felice di un’identità costruita e stratificata – o detta ancora più spicciolamente: un’idea materna di casa come punto di riferimento su cui edificare personalità e idee e valutazioni e valori (anche solo per contrasto). Forse non c’è bisogno di usare un atteggiamento e una nomenclatura aggressiva, forse ci vuole solo dialogo.


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