La lunga notte di Roma o La nuova alba del cinema italiano

La lunga notte di Roma o La nuova alba del cinema italiano

“Un Dio che può essere compreso non è un Dio.” W.S. Maugham

Vorrei potervi dire che questo esergo da brividi è mio; purtroppo non è così. Per fortuna per il cinema italiano, però, è l’esergo scelto da Matteo Rovere per Il Primo Re, nelle sale italiane dal 31 gennaio.

Matteo Rovere appartiene a quell’asistematica ma coerente onda di nuova arte cinematografica italiana in cui iscrivo, pur con le loro stringenti divergenze stilistiche, film come Lo chiamavano Jeeg Robot, Smetto quando voglio e Il racconto dei racconti.

Il primo Re, come i film in questa piccola lista di eletti, deriva buona parte della sua forza in primo luogo dalla capacità di combinare un’acuta e sensibile ipotiposi della realtà a uno stile vivo, immaginifico, audace senza avere un briciolo della supponenza del cinema cosiddetto d’essai; in secondo luogo, dal sapersi incastonare in diversi livelli di lettura, dal saper ibridare generi anche molto distanti fra loro: il mito dei due fratelli e della genesi di Roma, ambientato in un Lazio primitivo (quel ‘Latium vetu’s le cui tracce archeologiche percorrono tre millenni fino a noi) è al contempo cruento film d’azione, pane per i denti dei nerd classicisti (mancava all’appello del grande cinema un film recitato interamente in latino) e delizia per gli appassionati di film di argomento storico.

Al fine di risparmiarmi questioni tanto annose quanto inutili specifico che la qualità di un film non si legittima necessariamente con argomenti aristotelici di esattezza storica e filologica (che pure non è assente ne Il Primo Re): prescindendo da gerarchie qualitative, sarebbe un po’ come contestare a Giuseppe Verdi inaccuratezze fattuali nel Nabucco o nell’Attila. Più ancora che rendere un’epoca, quel che interessa a Rovere è rendere un’epica: lo fa rimaneggiando la materia mitologica primitiva di Roma dandole un taglio crudo ma, innanzitutto, tragico.

Incipit tragoedia Romuli Remique

Della tragedia ha tutti gli elementi: la nobiltà dei protagonisti che, come suggeriscono elegantemente l’allusivo titolo e l’esergo, sono dèi e re: ancora barbari, è vero, ma pur sempre prìncipi per un volere divino mai esplicitato e comunque sotteso alla leggenda. C’è un coro – ovvero le masse di bruti infelici popoli dominatori o dominati, che come in teatrale disposizione attorniano i protagonisti nei momenti cruciali di scontro; e nondimeno è un coro silenzioso, tanto più macabro in ragione del suo ottuso, sinistro mutismo, della sua fissità di spettatore (regem vestrum aspicite, sprezzantemente e non a caso li esorta Remo).

C’è un fato ineluttabile cui coloro che ne sono segnati provano a sfuggire; c’è una morte, quella scaturita dal fratricidio. In una magistrale progressione narrativa che stringe sempre più soffocante la sua morsa fino a culminare nell’ineluttabile assassinio, Romolo e Remo, fratelli visceralmente congiunti, si scambiano ambiguamente il ruolo di vittima e carnefice, il titolo di re e l’investitura divina, cercando atterriti di fuggire il vaticinio – e fallendo: il primo re assassina il fratello, l’oracolo vede confermata la propria ineluttabilità, il potere trova la sua legittimazione nel sacrificio umano e nel sangue.

L’ultimo nonché più rilevante dettaglio a innescare il meccanismo tragico è l’elevazione di Remo a rango di eroe tragico di una vicenda che lo vede, tradizionalmente, vittima e carattere marginale. Rovere trasla con sottigliezza i valori del mito, costruendo un’ascesa e caduta di Re Remo: è lui il perseguitato dal pensiero dell’assassinio, è sua la gelosia paranoica del sapere, suo il sentimento del destino scritto dagli dèi, che con tracotanza si permette di sfidare. Se inaudito è il ruolo che gli viene attribuito rispetto alla leggenda, è invece schiettamente, tragicamente classico il giganteggiare del suo solitario dilemma (paranoia dell’uccisione e sogno di potenza ne sono i perni), intorno a cui ruota la maggior parte del film: la sfida all’oracolo, il cieco rifiuto del responso e l’inevitabile caduta che da questa profanazione deriva non sono che le sfaccettature estrinseche del suo dilaniarsi.

Il Remo di Martone, in questa prospettiva, trova i suoi corrispettivi drammatici negli altri due monomani tragici per eccellenza, Macbeth e Edipo: l’uno regicida incapace di sostenere la propria colpa, l’altro vittima di quella maledizione che credeva, con le proprie azioni, di poter sfatare per il bene comune.

Né Macbeth è un riferimento esclusivamente shakespeariano in questo contesto: nonostante la marcata originalità della regia di Rovere, è impossibile non pensare a certe affinità con la livida tetraggine delle ambientazioni del Macbeth di Justin Kurzell, o con la selvaggia spazialità orizzontale dei paesaggi di The Revenant (Iñárritu), fino a toccare il tribalismo esoterico dell’Edipo di Pasolini.

Il Primo Re racconta una storia che è molte storie, e in fondo (come ogni buona storia), anche la nostra: di fraternità morbosa, di misticismo arcaico, di ossessioni, di politica. Eppure non si limita a questo: è un film che racconta a noi spettatori, bisognosi di raccontarci e rappresentarci di nuovo in qualcosa di davvero bello, il destarsi di un’inaudita creatività nella cinematografia italiana, che attinge indistintamente al folklore, alla materia supereroica o alla storia antica, e lo fa con degli strumenti efficaci. Una sorta di nuovo sguardo autoriale tutto italiano, in grado di parlare ad un pubblico ampio e, finalmente, internazionale.

 

 

Francesca Sabatini

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