La mia prima volta… all’opera

La mia prima volta… all’opera

Quante volte ripensiamo alla nostra prima volta, con un po’ di nostalgia, con un sorriso velato e con la certezza di possedere un suo ricordo. Nostalgia, dal greco Nòstos, il ritorno al paese e Algia, dolore, è quel sentimento melanconico e violento che ci pervade quando vogliamo tornare in un luogo a noi caro. E così la prima volta riaffiora come un turbinoso desiderio di ritorno alle origini, celata dietro alle immagini di una vita passata. La sua importanza non è data tanto dal suo successo ma piuttosto da quel sentimento che voracemente riaffiora. Raccontare la propria prima volta è sempre un’esperienza esilarante. La storia accresce e si riempie di virtuosismi, dolci o aspri arzigogoli del mestiere, ormai messi in pratica da anni.

Qui vorrei raccontare la mia prima volta… all’opera, si intende. Ma partiamo da principio. Decido di andare all’opera, un po’ per caso, un po’ per coincidenze fortuite, un po’ per avere detto un sì un po’ troppo affrettato. Poi torno a casa, mi guardo allo specchio soffermandomi su quel paio di jeans comprati al mercatino vintage e al maglione che mia madre indossava quando aveva all’incirca la mia età. Proprio a questo punto della storia cado in un vorticoso tunnel di non ritorno, immaginandomi all’interno di un luogo sontuoso, non sapendo cosa indossare, come acconciarmi i capelli e pensando a quale possa essere il make-up più adatto.

“Ma perché ho detto di sì?”, mi chiedo più e più volte prima di infilarmi sotto le coperte, il computer in mano e le dita veloci che cercano di farsi coraggio googlando: “Come vestirsi per andare a teatro”. Il motore di ricerca mi fornisce una moltitudine di immagini ma nessuna riesce a catturare la mia attenzione. Ho solo un giorno per decidere cosa fare, e nel dubbio non faccio niente, aspetto che arrivi sera sperando che compaia magicamente qualcosa di adeguato per la serata. Ma, ovviamente, l’outfit perfetto non si palesa e sono costretta a indossare l’unico vestito decente che ho comprato con mia madre il mese scorso. Grigio, neutro, lungo; insomma, niente di pretenzioso. Mi acconcio i capelli meglio che posso, indosso gli orecchini di mia nonna e metto ai piedi l’unico paio di scarpe eleganti comprato dagli ultimi quattro anni ad oggi.

Esco di casa, fa freddo, e mentre mi dirigo verso il teatro mi viene in mente di non essermi neppure informata su cosa fosse un’opera lirica. “Farò la figura dell’imbranata, come sempre!”. Per fortuna quando arrivo all’ingresso, la persona di cui avevo accettato l’invito è così gentile da spiegarmi meravigliosamente i ruoli dei cantanti, i personaggi principali, la trama dell’opera e altre importanti dettagli che nessun altro avrebbe mai saputo raccontarmi. Intanto nella mia mente penso a quante altre persone come me avrebbero gradito poter ricevere qualche informazione prima dell’inizio dello spettacolo. Nella mia ingenuità ho risposto sì, ma in quanti probabilmente risponderebbero di no solo perché non sanno cosa li attende?

Decidiamo di entrare, mancano solo quindici minuti. Cerco di essere disinvolta ma ovviamente quel lungo vestito mi fa inciampare. “Nessuno se ne è accorto”, spero. Intorno a me ci sono delle maschere che consegnano flyers. Le vedo, “mi stanno aspettando per rifilarmi uno di quei foglietti”, penso tra me e me. Tutti gli spettatori ne hanno uno tra le mani; le donne lo infilano nelle borsette con le paillettes, gli uomini all’interno delle tasche dei pantaloni. Tutti sono così eleganti che non riesco a focalizzare la mia attenzione: gioielli luccicanti, rossetti accesi, giacche e camicie ben stirate, capelli laccati. E poi ci sono sempre io, un po’ smarrita, che non so bene dove guardare né cosa fare. “Tutti sembrano così a proprio agio!”, penso. Ad un tratto, incorro in una strana installazione. Noto una distesa di tappeti dalle fantasie orientali, piante esotiche, una pomposa poltrona dai braccioli dorati e una serie di grandi piume color nocciola. “Un richiamo all’ambientazione di Aida”, dico tra me e me.

Salgo le scale del teatro, secondo piano, palco numero 14. Siamo in sei, le donne prendono posto nelle sedute davanti. Per un attimo mi sembra di essere catapultata in un’epoca passata. Guardo esterrefatta la meravigliosa conformazione del teatro, gli affreschi sul soffitto e le decorazioni dei palchi. Poi una voce risuona dagli altoparlanti e consiglia agli spettatori di usufruire del nuovo servizio offerto per l’occasione: Lyri. Un’app che sincronizza in tempo reale i testi dell’opera su smartphone e tablet. In questo istante la mia mente ritorna nel ventunesimo secolo dove la tecnologia è ormai entrata a far parte della quotidianità e le cui potenzialità possono essere sfruttate al meglio. Come in questo caso, del resto.

Ad un tratto le luci si affievoliscono e il lungo sipario inizia ad alzarsi mentre una proiezione vi si innesta al centro; l’immagine nitida di un antico geroglifico si trasforma armoniosamente in una forma ancora più sintetica e lineare. Il tracciato ora mi porta a sognare il futuro, spinge la mia mente verso l’ignoto, distaccandomi totalmente dal mondo passato e da quello presente. Le linee precise e monocolore mi accompagnano per tutta l’opera teatrale creando geometrie, direzioni, concetti e figure che mi aiutano nella comprensione della storia. Come una bambina vengo presa per mano e fatta camminare verso la conoscenza di questa meravigliosa macchina teatrale. Il personaggio appare subito dopo l’immagine, sempre più piccolo di essa, come a volercelo presentare come vittima delle sue stesse parole. Il suo nome è inciso sulla parete bianca, sempre sopra di lui, come se la sua identità fosse più importante della sua stessa persona. Il nome diventa etichetta e prigione perché chiarisce il suo ruolo all’interno della storia prima ancora che egli si faccia riconoscere attraverso la sua stessa voce.

I costumi e la scenografia non fanno pensare all’Antico Egitto ma piuttosto a un Nuovo Mondo, tecnologico e al contempo surreale. La storia che i personaggi ci cantano è forte e drammatica; parla di delusioni, di amori impossibili, di battaglie e di morte. Si spostano sul palco alternando movimenti frenetici a momenti di calma e fermezza. Il coro dai lunghi vestiti bianchi è incarcerato tra reti nere sul capo e schermi colorati tra le mani e prorompe deciso e potente come se volesse fare sentire a tutti i costi la propria voce. Un gruppo di ballerini, che sembrano far parte di un film di Kubrick, ballano una danza tra il tribale e il contemporaneo, enfatizzando la dinamicità dell’opera stessa. E mentre sul palcoscenico Aida, nella sua tunica nera, e Radamès, nelle sue vesti bianche, si dichiarano eterno amore, la scenografia cala delicatamente sui loro corpi, schiacciandoli eppure tenendoli uniti, per sempre. L’orchestra, che accompagna tutti e quattro gli atti, sorregge lo spettacolo in maniera eclettica ed elegante mantenendo viva l’attenzione e rendendo le scene estremamente sincere.

Nel momento in cui il sipario inizia a calare e gli interpreti si precipitano sul palco per ricevere i meritati applausi del pubblico, nel mio cuore prende il sopravvento la malinconia. Mi sento come se fossi stata privata di un regalo meraviglioso e di non trovare il modo per poterlo trattenere a me. La mia prima volta all’opera è quindi un tripudio di emozioni in cui ogni dettaglio costruisce un tassello fondamentale per la sua totale comprensione. (L’opera lirica, spesso e purtroppo, si nasconde sotto il preziosismo di gioielli sontuosi, abiti eleganti e luoghi storici. Il teatro “classico” è esso stesso un’arma a doppio taglio; un contesto magico ma al contempo estraneo al grande pubblico. Ognuno di noi dovrebbe avere la possibilità di assistere all’opera, almeno una volta nella vita, per smitizzare la sua entità e finalmente apprezzarla per la sua estrema semplicità e totale eccletticità).

 

Chiara Amatori

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