La natura di Courbet

La natura di Courbet

Gustave Courbet mi è sempre stato simpatico. Lo incontrai la prima volta diciassette anni fa quando alle scuole medie un egocentrico ma assai illuminato professore di educazione artistica decise fosse arrivato il momento di fare la sua conoscenza. Inizialmente ciò che piacque alla me tredicenne fu la facilità della sua pittura: immediatamente riconoscibile e finalmente lontana da miti e allegorie religiose.

Rincontrai il padre del Realismo l’anno della maturità e questa volta rimasi affascinata dalla sfrontatezza con cui si era ribellato al sistema dell’arte opponendo ad esso la propria libertà intellettuale. Per anni ha campeggiato sulle pareti della mia camera la celebre frase:

«Ho cinquant’anni e ho sempre vissuto libero; lasciatemi finire libero la mia vita; quando sarò morto voglio che questo si dica di me: Non ha fatto parte di alcuna scuola, di alcuna chiesa, di alcuna istituzione, di alcuna accademia e men che meno di alcun sistema: l’unica cosa a cui è appartenuto è stata la libertà.»

Scelsi di studiare Storia dell’arte sapendo che lo avrei ritrovato e consapevole che questa volta, contrariamente alle altre, sarei stata preparata ad accogliere la complessità della sua pittura.

Gustave Courbet, Volpe nella neve, 1860, Dallas Museum of Arts

Benjamin ce lo aveva detto, i libri non bastano, per conoscere davvero l’aura delle opere d’arte bisogna vederle dal vivo. Tuttavia trovare Courbet in Italia è una rarità e perciò la mia conoscenza è stata a lungo mediata e mai del tutto sincera, un po’ come quella di due sconosciuti che si incontrano su Skype: pensano di sapere chi hanno di fronte ma non lo conosceranno mai del tutto. Lo stesso vale per la pittura, i manuali permettono di riconoscerne i soggetti, di interpretarne i significati ma non consentono di apprezzarne la qualità pittorica.

Troppo distante nel tempo l’ultima visita al Musée d’Orsay per avere un ricordo tangibile delle pennellate, degli impasti cromatici, della maniera con cui la luce lambisce corpi e paesaggi; era necessario che la mia strada e quella del pittore francese si incrociassero nuovamente. Così, complice un weekend tra Ferrara e Mantova che si prospettava essere “a tutto Rinascimento”, ho ceduto alle lusinghe dei manifesti pubblicitari affissi ovunque in città e ho dato una possibilità alla mostra Courbet e la Natura a cura di Dominique de Font-Réaulx, Barbara Guidi, Maria Luisa Pacelli, Isolde Pludermacher e Vincent Pomarède e organizzata da Fondazione Ferrara Arte Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara.

Gustave Courbet, L’onda, 1896, Francoforte, Stadel Museum

Sarò sincera, a palazzo dei Diamanti ci sono andata per incantarmi davanti alla particolarissima lavorazione a bugnato dello scrigno architettonico realizzato da Biagio Rossetti a partire dal 1493, e per la Pinacoteca Nazionale, più che per vedere la mostra. Temevo di trovarmi di fronte all’ennesima esposizione “rimediaticcia”, priva di contenuti e con il solo obiettivo di stupire. Una di quelle che sfruttano la fama di un artista ma che sono tutto fuorché una seria retrospettiva.

I miei dubbi, più che legittimi visto il contesto espositivo romano sempre più avvezzo allo sfruttamento commerciale del grande nome, sono stati smentiti: ben 46 delle 47 opere in mostra sono opere di Courbet, il titolo è coerente con il contenuto espositivo e, incredibile ma vero, il percorso di visita rispetta la biografia e cronologia dell’artista. Dodici sale per altrettanti momenti della carriera di Courbet trascorsa tra la natia Franca Contea, il Belgio, la Normandia, Montpellier, Parigi e la Svizzera. Ad ogni luogo è associata una selezione di opere adeguatamente illustrata dai pannelli esplicativi e dall’audioguida asciutta e per niente leziosa che fa perdonare i 13 euro del biglietto (intero).

Un rapporto intenso e verissimo quello che Courbet aveva con la natura intesa sì come paesaggio, addirittura per lui impossibile da dipingere senza conoscerlo, ma anche come umanità e società. Le vallate, i boschi della Franca Contea, le rocce della Mosa in Belgio, le marine placide di Montpellier e burrascose della Normandia, le Alpi svizzere e i laghi si alternano a tele che sono dei capisaldi della storia dell’arte dell’Ottocento come l’Autoritratto con cane nero presentato al Salon del 1844, quello dell’Uomo ferito sempre dello stesso anno, la Sorgente del 1868 nel quale si discosta profondamente dall’ideale classico di bellezza femminile ben rappresentato dalla tela del medesimo soggetto dipinta da Ingres quarantotto anni prima e infine non si può non sobbalzare dinnanzi a Les demoiselles des bords de la Seine. Sì certo, anche il programmatico Bonjour, Monsieur Courbet del 1854 non è da meno ma quelle gigantesche ragazze mollemente sdraiate sul prato sono ancora oggi irresistibilmente, e tuttora scandalosamente, contemporanee.

Gustave Courbet, Les demoiselles des bords de la Seine, 1857, Parigi, Petit Palais, Museum

Nel 1857 Courbet, non pago degli scossoni inferti all’estetica tradizionale con Il funerale a Ornans esposto al Salon pochi anni prima, decise di darle il colpo di grazia esponendo questa tela di 175cm per 200cm raffigurante due ragazze, all’apparenza poco rispettabili, riposare all’ombra di un albero sulla riva di quella Senna che sarà la protagonista dei quadri impressionisti.

Tutto in questo quadro, eccezionalmente esposto a Ferrara fino al 6 gennaio 2019, è rivoluzionario, dalla scelta del formato grandioso che tradizionalmente era impiegato per le epopee storiche, al soggetto brutalmente comune e così famigliare alla borghesia parigina fino all’uso del colore che travalica i confini del disegno avvolgendo in un abbraccio le ragazze e il paesaggio.

Un’ opera che attirò critiche alle quali Courbet rispose con la sfrontatezza di chi sa di aver fatto centro, la stessa che mi conquistò appena adolescente e che ritrovo pura e intatta a Ferrara in palazzo dei Diamanti adesso che di anni ne ho quasi trenta:

 

«Quando non sarò più contestato non sarò più importante».

 

 

Diletta Piermattei

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