Da io a noi: quando la periferia è il Quirinale

Da io a noi: quando la periferia è il Quirinale

La mostra sul tema della Periferia al Quirinale, che si è conclusa il 17 dicembre, ha confermato ancora una volta che i luoghi della cultura non sono quelli istituzionali.

Il Quirinale ha aperto le porte all’Arte Contemporanea tre mesi fa: Da io a noi. La città senza confini, a cura di Anna Mattirolo e promossa dalla Direzione Generale Arte e Architettura Contemporanee e Periferie Urbane del MiBACT, ha portato nella Galleria di Alessandro VII e nelle sale contigue un’acerba freschezza che sa di arte urbana e disuguaglianza sociale. Maurizio Cattelan, Mona Hatoum, Adrian Paci, solo per citarne alcuni, uniti nella trasmissione di un disagio generale: la città senza confini, la periferia che avanza nel bacino urbano della capitale, che accoglie persone e divide opinioni.

Un allestimento senza giri di parole, con opere di videoarte e installazioni prorompenti – merita fra tutti il gruppo di bagni chimici di Sisley Xhafa – accompagnate da un progetto didattico firmato La Sapienza sotto la guida di Antonella Muzi, docente di Didattica del Museo e del Territorio: venti studenti nel ruolo di mediatori culturali con il compito di aiutare i visitatori nella comprensione e nell’assimilazione delle opere esposte, favorendo uno scambio di opinioni. Un ruolo particolare, ancora poco diffuso nei musei italiani, che in questo caso cerca di dissipare la formula “Ma questo potevo farlo anche io” in favore di un dialogo esteso, formativo e piacevole. L’arte contemporanea in un Palazzo istituzionale, il nuovo che si mescola con l’antico, le nuove generazioni a confronto con i padri della nostra storia.

Abbattere i confini gerarchici della cultura: i presupposti erano tutti lì, ed i visitatori sono stati per lo più soddisfatti. Complice un librone bianco che a fine visita aspettava  aperto su un tavolo in legno: “bellissimo esperimento!”, “bravissimi i ragazzi in sala che aiutano nella comprensione della mostra”, “perché la visita deve durare solo un’ora?”.

Ecco allora che iniziano i primi acciacchi: la visita dura solo un’ora, i visitatori sono accolti da volontari e portati al primo piano dove i mediatori, se viene loro richiesto, iniziano a lavorare e ad instaurare un dialogo col pubblico. Ma dietro, in fondo, c’è qualcuno che incalza: non si capisce bene il motivo, ma si hanno 60 minuti per visitare dieci sale allestite. Poco importa se il turno dopo è totalmente privo di gente  e le sale torneranno vuote come la maggior parte delle ore di un normale giorno infrasettimanale: le regole sono regole. E ancora, è possibile prenotare online la propria visita, se non fosse che le prenotazioni chiudono 48 ore prima dell’evento, costringendo così i più testardi a prenotare il giorno stesso, con qualche ora di anticipo, presso un piccolo infopoint fuori dal Palazzo che sopravvive in una città dove il turismo di massa ha la meglio su tutto il resto.

In un contesto in cui la comunicazione dell’evento, sia in termini grafici che divulgativi, avesse mantenuto uno standard medio, paragonabile a quello di altri musei romani, tutto questo potrebbe essere giustificato. Ancora una volta dobbiamo scoraggiare i più ottimisti: ad una pubblicità esterna praticamente assente, se non fosse per i soliti articoli pubblicati dalle testate di settore, non ha risposto neppure un tentativo di divulgazione interna. Lo sforzo eseguito in sede di allestimento per instaurare un dialogo fra opere e pubblico non è stato valorizzato, concretizzatosi esclusivamente in una mera guida di dimensioni tascabili: didascalie assenti, colophon muti, testi ripetitivi.

Una mostra entrata nel Quirinale senza che nessuno lo sapesse, in un viaggio di sola andata verso la voragine di indifferenza nella quale le istituzioni stesse, promotrici del progetto, si sono ritrovate. Aperta 5 giorni a settimana, dalle 9 alle 16, con picchi di pubblico durante il weekend: un classico esempio di mostra museale, con le dovute eccezioni.

L’arte contemporanea nella casa del Presidente Mattarella, simbolicamente nella casa degli italiani, è un segnale forte: un po’ perché l’arte contemporanea è ovunque, tranne che nei luoghi pubblici e istituzionali, salvo rare eccezioni, un po’ perché la conoscono tutti, ma in pochi ne sanno parlare. Che gli italiani difendano con i denti un patrimonio artistico che appartiene loro senza conoscerlo, è dato ormai assodato; che non vengano tuttavia messi nella condizione di conoscere dell’altro, è tema ancora per pochi. Un altro progetto da inserire nel guazzabuglio dell’offerta culturale italiana: è andato tutto bene, ma poteva andare meglio.

 

Eleonora Rebiscini

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