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La poetica del vuoto. Intervista a Davide Pizzigoni

By 29 Maggio 2019 No Comments

Dopo aver lavorato un anno da Gregotti appena laureato ha fatto il “salto nel buio”:  messa in secondo piano la professione di architetto si è dedicato alla sperimentazione, cercando di dare forma al suo immaginario. La curiosità per il nuovo, la propensione a cogliere le occasioni della vita, forse anche una certa irrequietezza, hanno contrassegnato il suo percorso artistico. Le opportunità sono venute strada facendo.

“Un giorno – racconta Davide Pizzigoni – venne a trovarmi Cesare Lievi, un regista teatrale, nel mio studio e vide i miei disegni di architettura immaginaria. Mi propose – inaspettatamente per me – di fare una scenografia per Die Frau ohne schatten, di Richard Strauss, a Zurigo.  Con un po’ di incoscienza non mi sono tirato indietro, anzi ho colto al volo l’opportunità”. Fu così che Davide ha varcato una soglia, quella del teatro. Un mondo chiuso che raramente lascia spazio alle collaborazioni e alla creatività degli architetti.

Per lui, invece, proprio lo spazio vuoto del palcoscenico gli ha permesso di realizzare le sue ambizioni artistiche, definendo una poetica: la poetica del vuoto e la costruzione delle sue forme. Scriverà nel 1998 Davide Pizzigoni: “l vuoto è la madre di tutte le forme, poiché genera sia il vuoto che il pieno, lo spazio vuoto non è un’assenza di pieno, non è un’assenza di valore, non è un’assenza di identità: non è il nulla. Il nulla è ciò che non esiste. Il vuoto esiste, è ovunque, ci circonda, ci segue, il vuoto è eterno ed infinito”.

Oggi, affermato architetto delle forme, rappresenta una figura estremamente poliedrica nel panorama culturale milanese. Ha collaborato ad iniziative assai diverse (teatro, documentari, mostre, installazioni, libri), in ogni caso riuscendo ad imporre il suo tratto, ricercando nelle diverse arti le possibili declinazioni dei suoi temi, sempre alla ricerca di un’evoluzione creativa e mai scontata. L’esperienza che più lo ha segnato, peraltro, ha a che fare con il mondo dell’industria. Per oltre 15 anni ha lavorato per Bulgari. Autore delle campagne pubblicitarie dal 1992 al 1995, ha poi realizzato per questa firma una ricca serie di accessori e oggetti venduti in tutto il mondo.

Scenografia per ‘Gesualdo’ – La foresta di Astruni

Lo abbiamo interrogato sul suo lavoro.

Hai collaborato a diversi progetti: istallazioni di mostre, scenografie teatrali, costumi teatrali e capi di alta moda. Come hai declinato l’interdisciplinarietà nel tuo lavoro? Hai un settore a cui ti senti più affine?

Il teatro. Mi sono ritrovato a creare un mondo in uno spazio vuoto (il palcoscenico). Questo prende vita e si muove nel momento in cui entrano in scena i personaggi. Dal nulla si perviene al tutto. Si tratta di un vero spazio concettuale, simbolico. Solo quando ho iniziato a lavorare in ambito teatrale ho compreso una realtà che, sino ad allora, mi era del tutto estranea. Da una disciplina scientifica e assai concreta – materiale direi – quale quella di architetto, mi sono ritrovato a creare nel vuoto.

La cosa per me più sconvolgente e affascinante è la possibilità di poter osare nel costruire uno spazio. Ti muovi non secondo le leggi della statica, come nel mondo dell’architettura,  ma in uno spazio simbolico dove è il linguaggio ad essere principio. Più ti fai trasportare dalla tua creatività più interessante è il risultato. La via da seguire è quella che ti porta più lontano: devi rischiare senza seguire in maniera banale la descrizione spaziale che ritrovi nel libretto dell’opera teatrale. Devi guardare oltre le cose se vuoi ottenere un risultato originale, ma non volgare. Interpretare sia il testo scritto sia lo spazio vuoto del palcoscenico per rendere esplicito ciò che viene rappresentato, vedere ciò che sta tra le righe.

Tutto questo ha un preciso fine dialettico, che ho cercato di esprimere in tutti i miei lavori, i quali si concentrano non solo sulla rappresentazione di spazi che hanno una loro ricercata teatralità, ma che considerano l’importanza per l’opera di essere sempre rivolta verso il pubblico, esattamente come avviene in teatro.

Sei un architetto. In che modo questa disciplina – in fondo più scientifica – interferisce e fortifica il tuo lavoro di designer e artista? In quale momento hai capito che non avresti fatto la professione dell’architetto in senso tradizionale?

 Senza la forma mentis da architetto che progetta nulla sarebbe accaduto, è stato ed è tutt’ora il mio punto di forza. Ciò mi ha permesso di non perdermi nella pura astrazione. Quando progetti ti poni una serie di questioni e rispetti una serie di esigenze di tipo funzionale. È grazie alla mia formazione che riesco a mantenere una visione razionale. È proprio questo che mi differenzia dall’irrazionalità fine a sé stessa e autoreferenziale di molti artisti. Nei miei lavori non manca mai l’attenzione alle esigenze strutturali. Immagino spazi in grado di stare “realmente” in piedi.

Davide Pizzigoni, Void on Canvas #71, 2008, carboncino su tela.

 Quanto il teatro, dunque, ha condizionato il tuo lavoro?

L’incontro con questo nuovo mondo è stato davvero devastante per me. Grazie al teatro mi sono accorto che tutto quello che mi interessava non era quello su cui mi ero concentrato sino a quel momento. Dovevo partire dai bisogni, dalla progettazione, dalla razionalità, ma dovevo pervenire al mondo della forma e dell’immaginazione. La ricerca dell’essenziale più che la riproduzione del reale.

Questa consapevolezza è iniziata mentre collaboravo per la prima scenografia a Zurigo in cui mi sono ritrovato catapultato in un inconsueto universo, con richieste del tutto nuove e, inizialmente, assai difficili da fronteggiare. L’anno successivo ho lavorato per la mia seconda scenografia in occasione del Gesualdo di Alfred Schnittke allo Staatsoper di Vienna. È lì che ho iniziato a razionalizzare questo particolare spazio concettuale. Ho compreso che bisognava rivoltare il modo di lavorare dell’architetto, partendo dalla costruzione dello spazio dall’interno, non dal contesto fisico come è solito fare chi progetta un edificio. È in quel momento che mi sono messo a lavorare non più sulle forme dell’architettura, bensì su ciò che sta tra le cose, vale a dire il vuoto.

Guardando le tue opere pittoriche traspare chiaramente la tua predilezione per la rappresentazione di spazi come grandi vuoti. Cosa ti fa prediligere questa dimensione? Che ruolo ha la percezione in questo contesto?

Io, come gli orientali, interpreto il vuoto come un’entità, lo spazio in cui noi viviamo, un luogo che condividiamo. Al contrario degli oggetti con i quali non possiamo avere nessun rapporto di immedesimazione (le cose sono altro da te), grazie al vuoto noi esperiamo la vita. Più esamino questa tematica più mi rendo conto della profondità del vuoto. Con questa dimensione, nel corso degli anni, il mio approccio è diventato sempre più esistenziale e filosofico, e sempre meno formale. Questa maturazione è avvenuta gradualmente, ottenuta soprattutto attraverso il disegno, inteso come luogo dove il pensiero incontra la materia.

Dopo avere disegnato quasi esclusivamente delle architetture, forme, ho cominciato a disegnare buchi, spazi vuoti. Nella convinzione che questi “vuoti” avessero un valore esistenziale, potremmo dire persino antropologico. È nel momento il cui l’uomo primitivo si è reso conto del vuoto che egli ha cominciato a crearlo, vivendo lo spazio lasciato a disposizione. Liberando lo spazio noi lo mostriamo e gli diamo una forma, una dimensione, lo riempiamo di contenuti. Il vuoto, al contrario degli oggetti, è un corpo che prende vita nel momento in cui entra in comunione con gli esseri che lo abitano. Come l’A Bao A Qu, l’animale immaginario descritto da J. L. Borges nell’omonimo racconto.  Il vuoto è il luogo dell’incontro, della condivisione, delle infinite possibilità della vita. Il nostro corpo nel vuoto si offre ad una completa percezione di sé, permette di giungere una più completa conoscenza. Lo possediamo fisicamente e ne siamo posseduti allo stesso tempo.

Il vuoto è il luogo delle infinite possibilità. Ci entri in contatto sia con lo sguardo che con il fisico. Questa è la differenza con le cose che sono, invece, necessariamente separate dall’uomo. Il vuoto ha, inoltre, una sua etica. Infatti, lo spazio vuoto è anche democratico giacché tutti lo possono abitare, poiché non è di alcuno. Non è acquistabile e non è espressione di nessun tipo di potere. Semplicemente esiste. Per accogliere.

Sentendo Davide Pizzigoni viene da pensare al film The Square e alla targa che accompagna il grande quadrato simbolo del vuoto: “un santuario di fiducia e altruismo, al suo interno tutti condividiamo uguali diritti e doveri”. In fondo una metafora dell’esistenza, non necessariamente un mondo idealizzato o fatto di puro spirito. Nel film proprio dentro questo spazio vuoto si realizza il dramma più feroce (l’agenzia pubblicitaria alla quale è affidato il compito di promuovere l’evento museale fa esplodere una bambina, solo per colpire lo spettatore e vendere il “prodotto”). Un’unione di innocenza e dannazione. La fiducia e l’altruismo, l’eguaglianza nei diritti e nei doveri, dunque si può affermare, ma solo attraverso lo sguardo etico di un artista visionario.

 

 

Marzia Azzariti

CultureFuture

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