linguaggi

La qualità del tempo: i mediatori culturali della mostra “Kronos e Kairos” al Palatino

By 25 Luglio 2019 No Comments

Il Palatino non fa da sfondo alle opere dei quindici artisti contemporanei italiani e internazionali esposti in mostra.

Non è cornice neutra né ambientazione. È un dispositivo di senso e significati, di storie e tempi sui quali, dal 19 luglio al 3 novembre s’installano nuovi e potenti dispositivi: sculture, installazioni, installazione sonore e audiovisive.

 

 

Tutto ciò che gli ambienti del Palatino sono stati e che sono oggi, si arricchisce del percorso della mostra Kronos e Kairos porta con sé, in un intreccio di dimensioni non solo temporali. Per gli antichi greci, cui non mancava l’acutezza d’espressione, il Kronos è il tempo che scorre, inesorabile, inarrestabile, che invecchia e che non torna indietro; Kairos è l’occasione, è quel momento che emerge dal fluire indistinto, è il momento giusto, della creazione artistica, da acchiappare al volo. Non a caso nell’iconografia greca, il Kairos, meno diffuso del Kronos (il terribile gigante divoratore dei propri figli) è rappresentato come un giovane dai piedi alati, con un rasoio in mano e il capo rasato ad eccezione di un ciuffo sulla fronte. Non è facile acchiapparlo dunque, quest’attimo di qualità, perché vola come il vento, e se ci viene in contro, dobbiamo afferrarlo per i pochi capelli mentre arriva e non un secondo dopo, perché la nostra mano su una nuca rasata scivolerà.

Dove aleggiano le memorie della nascita di Roma con tutto il proprio portato simbolico, dove l’aristocrazia romana e gli imperatori hanno lasciato le monumentali e flagranti tracce del proprio passaggio, gli artisti della nostra epoca, del nostro passaggio, si sono inseriti per interrogare il nostro sguardo e la nostra riflessione sulla doppia definizione del tempo. La fragilità della storia, l’obsolescenza, la memoria ma anche l’ispirazione e la forza della vita sono alcune delle declinazioni di questo progetto, dove nell’ambiente millenario delle Arcate Severiane, nella silenziosa quiete dello Stadio Palatino, negli spazi carichi di luci e ombre del peristilio inferiore della Domus Augustana e della Sala dei Capitelli, le opere contemporanee si insinuano, spesso inaspettate allo sguardo, senza mai imporsi; ma aprendo nuove discrasie, nuove narrazioni e nuovi tempi per vivere l’arte.

La stratificazione delle “rovine” è riattivata attraverso le opere di Nina Beier, Catherine Biocca, Fabrizio Cotognini, Dario D’Aronco, Rä di Martino, Jimmie Durham, Kasia Fudakowski, Giuseppe Gabellone, Hans Josephsohn, Oliver Lari, Cristina Lucas, Matt Mullican, Hans Op De Beeck, Giovanni Ozzola e Fernando Sanchez Castillo. Molteplici i background, i linguaggi e gli approcci con cui gli artisti hanno affrontato gli aspetti dell’illusione, del potere, del mito e della precarietà che il tempo custodisce e che hanno restituito nell’eterna, ma carica atmosfera del Palatino, attraverso interventi selezionati e site specific.

La grandiosità degli spazi archeologici si elettrizza a contatto con i linguaggi contemporanei, a testimoniare che antico e contemporaneo in quanto espressione dello spirito del proprio tempo, si rafforzano a vicenda e ci parlano di un bisogno specifico ed esclusivo dell’essere umano: la rappresentazione di se stesso attraverso l’arte. L’innesto del contemporaneo tra le vestigia antiche è uno strumento per orientarsi oggi attraverso la storia e per far parlare quest’ultima ancora attraverso l’arte che è sempre stata contemporanea. Nella propria dimensione kairologica, infatti, ogni espressione artistica, per suo vocazione intrinseca, tenta di sopravvivere all’incedere perentorio e annientatore di Kronos, non cessando mai di voler raccontare, le motivazioni, i significati, le volontà dettate dal Kairos: il momento di illuminante verità e di ispirazione dell’atto creativo da cui ogni forma d’arte è nata e nasce.

L’eternità viva del Parco Archeologico e l’esperienza del momento creativo fresco, che offe questo progetto espositivo, insieme, danno vita ad un’autonoma dimensione cronologica, stratificata e dialogica. Il visitatore che si reca al Palatino per ritrovare e ricostruire le tracce di un periodo storico lontano; nell’incontro con gli interventi curati da Lorenzo Benedetti, si confronta con una serie di atti creativi figli del proprio tempo e si trova immerso dunque, in uno spazio altro, che non è caratterizzato da una sola dimensione cronologica lineare, ma è quasi atemporale.

Il plusvalore del progetto realizzato con il coordinamento scientifico della Direzione Generale Arte e Architetture contemporanee e Periferie Urbane, promosso dal Parco archeologico del Colosseo con l’organizzazione di Electa, sono i mediatori culturali. Studenti dei Corsi di Laurea Triennale in Studi-Storico Artistici e di Laurea Magistrale in Storia dell’Arte di Sapienza Università di Roma, intraprendono un specifico percorso formativo a cura di Antonella Muzi, per essere presenti in mostra dal 1 settembre al 3 novembre, a servizio del visitatore. Presenze discrete, puntali e illuminanti, sono un diaframma fondamentale tra scenario culturale e fisico, opera d’arte e visitatore, con lo scopo di costruire insieme e in maniera condivisa i significati. Con il proprio apporto di giovani veicoli di competenze museologiche, storiche artistiche e didattiche, armati di una buona dose di pensiero laterale, offrono un prezioso servizio a chi si trovi negli spazi della mostra: creare cortocircuiti attivando il valore semantico del contesto. Si misurano essi stessi con la metodologia dell’experiential learning, formandosi per il proprio futuro professionale, e si mettono a disposizione di ognuno di noi per costruire un confronto, ascoltandoci, suscitando la nostra curiosità e fornendo chiavi interpretative sulle opere e sugli artisti esposti.

Quante volte di fronte ad un’opera d’arte contemporanea avremmo desiderato sapere a cosa pensasse l’artista, o semplicemente abbiamo espresso un commento ad alta voce, ci siamo vergognati, ci siamo incuriositi e anche indignati. I mediatori culturali sono lì per i nostri bisogni, ci invitano a esprimerci senza filtri, ci aiutano dove serve e ci spronano a mettere in gioco il nostro senso critico. Collaborando a individuare legami emotivi e culturali con le opere e con i significati che esse veicolano, ci sollecitano a trovare le connessioni tra le opere e il nostro patrimonio di conoscenze e di esperienze e questo è quello che ci portiamo a casa al termine della mostra.

I ragazzi sono il nostro “paio di occhiali” che possiamo indossare per entrare a far parte del valore culturale dell’offerta di questo progetto espositivo, permettendoci di mettere in gioco il nostro vissuto, sono l’opportunità da prendere al volo perché ci fanno sentire parte attiva di un’esperienza kairologica e cronologica: la conoscenza e scoperta dell’arte.

 

 

Arianna Casarsa

CultureFuture

CultureFuture

Tools for Culture è un’organizzazione non profit attiva nel campo della ricerca, della consulenza e della formazione per l’economia, il management e le politiche dell’arte e della cultura. Il suo obiettivo è contribuire a estrarre il valore dalle risorse creative e culturali, rafforzando il loro impatto sulla qualità della vita, stimolando la creazione e il consolidamento di un network di professionisti, imprese e competenze, e fornendo assistenza strategica e tecnica in campo culturale.