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“La speranza che la carta sia buona” Avvio alla terza edizione di The Art Chapter

By 29 Luglio 2019 No Comments
Culturefuture_Boragina

“Intanto, piano piano, mi sono drogato con quel piacere speciale che uno può avere a stampare libri, a depositare un po’ della propria vita o di chiunque altro sulla carta stampata, a far girare tra la gente un po’ della vita, a suscitare vita, suscitare pensieri, emozioni, odio, disprezzo, allegria, conoscenza, forse anche

a trovare la propria reale posizione sul pianeta”

(Ettore Sottsass)

 

Scrutare lentamente la carta, accoglierla fra pollice e indice e sentirne la leggera ruvidità; correre con lo sguardo lungo un filo teso che lega insieme le pagine e indovinarne la rilegatura. Guardare, leggere, toccare.

 

Nell’ultimo decennio, nel mezzo di un irrisolto dibattito per capire se sia meglio kindle o kobo, l’editoria cartacea sta vivendo una nuova primavera. Si tratta di una rinascita di sapore novecentesco che trova sguardi attenti e mani curiose soprattutto nelle generazioni di coloro che sono cresciuti con i fumetti, i libri illustrati da colorare, gli album delle figurine e poi, solo una volta divenuti adolescenti, lentamente sorpresi dall’avvento di internet e del digitale. I cosiddetti millennials, perfettamente a loro agio con i polpastrelli sopra il touchscreen ma con qualche librone di arte o di fotografia, ben rilegato e ben stampato, magari chiesto come regalo di Natale e ora salvaguardato fra un trasloco e l’altro.

 

Ed è proprio da questa memoria che nel contesto recente dell’arte contemporanea sono fioriti numerosi progetti editoriali, rigorosamente cartacei: fanzine, magazine, libri d’artista, photobook, autoproduzioni, diffuse e condivise in fiere e rassegne che raccolgono sempre più visitatori e che costituiscono il mondo, un po’ mitologico, dell’editoria d’arte indipendente.

Ma di cosa parliamo quando parliamo di editoria d’arte indipendente?

Si tratta di sperimentazioni creative che trovano nei supporti editoriali, siano essi libri, poster, riviste, un canale privilegiato di espressione, un luogo di ricerca. L’origine di questi esperimenti si rintraccia nelle avanguardie di primo Novecento, nello specifico nel Futurismo e nel Dadaismo, i cui protagonisti, recuperando la pioneristica lezione di Stéphan Mallarmé con Un coup de dés n’abolira jamais le Hasard (1897), hanno rinnovato radicalmente le modalità operative dell’editoria con strabilianti risultati come le Parolibere futuriste, libri divenuti oggetti – si pensi, a titolo esplicativo, al Libro imbullonato (1927) di Fortunato Depero – e riviste dalla grafica dirompente, fra cui «Dada» e «Le cour à la barbe» (la matrice di quel gusto hipster ora di gran moda).

Ulteriore momento di significativo sviluppo sono stati gli anni Sessanta e Settanta, stagione d’oro dell’editoria d’artista, non solo per gli importanti risultati prodotti, ma anche perché la sperimentazione è stata accompagnata da una prima indagine teorica e critica, magistralmente inaugurata da Germano Celant, dall’ibridazione con contenuti extra-artistici, come la musica e la controcultura; e dalla creazione di circuiti di diffusione editoriale alternativi e internazionali.

È stato proprio nel 1971, infatti, che con un articolo pubblicato sul primo numero di «Data», Celant descrisse il ricorso a supporti editoriali da parte di molti artisti come un “assalto alla Galassia Gutenberg”, motivata dall’esigenza di ibridare i confini dell’espressività artistica: il lessico bellico e combattivo fu quanto mai efficace e appropriato perché si trattò proprio di uno sconfinamento tecnico e concettuale, capace di rivelare un cambiamento ontologico dell’opera d’arte, emancipatasi da altri riferimenti e divenuta “un campo auto-significante”.

Lucido e puntuale, il critico genovese tracciò il panorama perfetto in cui trovava posto la molteplicità di produzioni concettuali che emergevano proprio a cavallo fra i due decenni e che sempre più spesso facevano ricorso a supporti editoriali, affascinando il mondo dell’arte e divenendo nuovi oggetti da collezione. Nel corso dello stesso decennio si susseguirono numerosi tentativi critici di definire l’editoria d’artista, nacquero librerie specializzate e, nel 1976, Lucy Lippard, Sol Le Witt e altri artisti impegnati in sperimentazioni concettuali, diedero vita a Printed Matter, un’organizzazione internazionale di produzione e distribuzione di prodotti editoriali d’artista caratterizzati da prezzi abbordabili e da una diffusione il più possibile democratica.

Fu proprio in questi anni che l’editoria d’artista definì la propria identità, qualificandosi come possibilità di sperimentazione di nuove forme espressive e come risposta all’esigenza di creare un canale di diffusione alternativo rispetto al circuito elitario dell’arte contemporanea, coinvolgendo i maggiori protagonisti dell’arte contemporanea.

Tali possibilità e intenzionalità ritornano con vigore nel panorama attuale dell’editoria d’arte indipendente, emerso con nuova vitalità dopo anni in cui era rimasto in sordina, interessando principalmente i collezionisti. Ed è così che molti artisti, giovani e meno giovani, scelgono di far ricorso a supporti editoriali come strumenti che consentono di accedere ad altri livelli di lettura dell’opera o di mostrare il procedimento creativo che ad essa ha condotto. Accanto a ciò, la progettazione editoriale concede agli artisti di sperimentare nuovi linguaggi e di confrontarsi con ulteriori canali di diffusione della propria ricerca.

Ma quali sono questi canali?

Librerie di settore e, soprattutto, le fiere, talvolta ospitate nell’ambito di rassegne d’arte, talaltre organizzate in autonomia. In questo panorama si inserisce The Art Chapter, fiera dedicata alla sperimentazione e alla ricerca editoriale legata all’arte contemporanea, nata dalla sinergia tra BASE Milano, centro creativo e di promozione culturale della città e lo Studio Boîte, attivo da dieci anni nell’ambito dell’editoria d’arte.

La fiera, che si terrà dal 15 al 17 novembre 2019, in occasione di Book City Milano e Photo Vogue Festival, si propone come una grande narrazione condivisa ispirata alla storia decennale del libro d’artista e come testimonianza delle nuove sperimentazioni, attraverso una selezione tra le più interessanti ricerche editoriali apparse sullo scenario nazionale e internazionale contemporaneo.

 

L’open call è aperta e l’augurio per i futuri partecipanti è solo uno: “che la carta sia buona”.

 

 

Federica Boragina

FOTO: ©ROARstudio

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