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L’arte ai tempi del virus, parliamone ancora

By 18 Aprile 2020 No Comments

Tour Virtuali, Video-Racconti, Dirette Streaming su Facebook, Video-Pillole, StreetView delle Sale museali e chi più ne ha più ne metta! Sono molti gli strumenti di cui le istituzioni museali si stanno avvalendo per dimostrare che, sì, possono chiudere le porte dei musei ma sostanzialmente l’arte non si ferma (e auspicabilmente non ha nessuna intenzione di tornare ai tempi delle WunderKammern …).

Si aprono nuovi scenari, dunque, e si conquistano nuovi pubblici abbattendo le barriere sociali che una imponente struttura architettonica può “erigere” scoraggiando i visitatori meno motivati in cerca di un deterrente o – nei casi di vecchi edifici storici, intrinsecamente “scomodi” e poco adatti alla fruizione senza ostacoli per i diversamente abili – impedendone fisicamente la visita.

Ci voleva – ahinoi – una pandemia per aprire finalmente le porte a tutti e portare la cultura direttamente nei nostri soggiorni, dove possiamo fruire delle bellezze del nostro Paese in ciabatte, tramite un canale o mezzo che è ormai diventato parte integrante (e talvolta fagocitante) delle nostre vite: lo schermo di un qualsiasi device.

 

Ma chi ne parla?

Proprio tutti: abbiamo visto un entusiasmo iniziale dei telegiornali nel promuovere le varie iniziative, per poi leggere articoli nelle più svariate testate giornalistiche online (per fortuna, non solo di settore!), e poi ancora scorrere le condivisioni della notizia nelle varie pagine social degli stessi Musei (apprendendo l’ampio ventaglio di offerta scaturita da questa situazione eccezionale) e puntualmente approfondire la conoscenza dell’argomento qui, su Culture Future, grazie a un intenso articolo di Matilde Ferrero, che ha originato questo nostro simposio.

Ecco perché, per iniziare una breve analisi delle opportunità che sorprendentemente il Covid-19 ha creato costringendoci a stare a casa, ritengo sia interessante notare come i risultati organici di una breve ricerca Google, digitando le parole “musei tour virtuali” (e ignorando le ADV che assicurano un posto in evidenza ON TOP PAGE ai cinque musei del Comune di Roma) siano così disposti:

1) Al primo posto, incontrastati, i Musei Vaticani che ci portano a passeggio nei loro spazi espositivi – dal Museo Pio Clementino al Museo Chiaramonti, passando per il Braccio Nuovo fino alle sezioni archeologiche, le Stanze di Raffaello e la Cappella Sistina – e ci offrono una panoramica a 360°, lasciandoci indugiare liberamente e zoomare sul dettaglio senza limite di tempo!

Non potevamo aspettarci un diverso posizionamento, se consideriamo che il colosso culturale della Santa Sede ha registrato nel 2019 ben 6.756.000 visitatori, guadagnandosi il quarto posto nella Classifica dei Musei più visitati al Mondo, stilata da Travel 365 e basata sull’ultimo report fornito dall’associazione nonprofit Themed Entertainment Association (TEA) in collaborazione con la multinazionale AECOM, società americana del settore ingegneristico/edile.

Insomma, per chi è cresciuto con un minimo di educazione sociale, anche in rete è il caso di dire “Prima le Signore!”

2) Al secondo posto, con mio grande stupore, troviamo un’outsider: un’ex insegnate di Storia dell’Arte, Pina Licciardello, che, grazie ad un sapiente uso degli hashtag, si piazza tra il Vaticano e Vogue nella pagina dei risultati e così continua a ispirare i suoi vecchi allievi scrivendo articoli nel suo Blog Gocce di Perle, dove si introduce  ai tesori di Google Arts & Culture e si riportano i link per accedere ai tour virtuali di ben 17 luoghi di cultura, tra siti archeologici (come la Necropoli Vaticana), chiese (tra cui le basiliche di Roma di San Giovanni e San Paolo) musei italiani (gli Uffizi di Firenze o i Musei Capitolini di Roma) ed esteri (National Gallery di Londra, Reina Sofia di Madrid, Van Gogh Museum di Amsterdam, Metropolitan di New York).

3) Dulcis in fundo, il terzo posto lo voglio annunciare come avrebbe fatto Madonna in un suo celebre brano: “Strike a pose”, Vogue!

Vogue pubblica un articolo “firmato” (scusate, non ho resistito al doppio senso) da Francesca Amé che, in verità, è anche un catalogo di bellissimi viaggi (seppur virtuali) tra il Partenone di Atene, L’Hermitage di San Pietroburgo fino ad arrivare al National Museum of Modern and Contemporary Art di Seoul (per poi tornare al panorama culturale italiano).

Questo interesse che le testate di moda hanno dedicato al nostro tema apre la porta ad un interessante quanto fondamentale discorso sulle varietà di pubblico dell’Istituzione Museo; ora, sappiamo che i lettori di Vogue costituiscono un target sicuramente già educato alla bellezza, ma non del tutto “autoctono” musealmente parlando e, questo abbattimento delle barriere fisiche, psichiche e sociali avvenuto grazie alla comparsa di questi “nuovi” strumenti digitali nel linguaggio quotidiano del Museo, ha permesso di conquistare tutte quelle fette di visitatori “possibili”, proprio come i lettori di Vogue.

Si pensi che probabilmente la vicinanza fisica tra il Quadrilatero della Moda e la Pinacoteca di Brera non è stata abbastanza motivante da far prediligere ai fashion blogger l’arcata della porta che conduce al solenne cortile del Palazzo – circondato da un porticato su due piani, al cui centro è situato il Monumento a Napoleone creato da Antonio Canova – rispetto ai negozi di via Montenapoleone: auspicabilmente ora, ai tempi del Covid-19, avendo già visualizzato tutte le ultime stories dei Ferragnez e trovandosi in panciolle sul proprio divano, grazie all’articolo su Vogue potranno trovare le video pillole MyBrera a portata di click e finalmente varcheranno il temuto portone, scoprendo il lavoro di tutto lo staff museale attraverso la scelta di un’opera, un oggetto o un luogo da condividere online.

 

Ok, abbiamo capito chi ne parla. Ma cosa si fa?

Come si legge nell’articolo di Francesca Amé, in Italia “ […] quasi tutti i musei hanno seguito sui loro account social l’iniziativa lanciata dal Mibac #iorestoacasa, rilanciandola al motto #museichiusimuseiaperti, e Instagram si sta senza dubbio dimostrando in queste settimane la piattaforma social più vivace dove poter fruire di bellezza e di intrattenimento intelligente.”

Se mi permettete di dare un’occhiata all’estero, vi dirò che a cavalcare l’onda social, sfruttando in primis il potenziale virale dell’aspetto ludico, è secondo me il Getty Museum di Los Angeles, che invita i suoi followers a partecipare alla sua “Quarantine Challenge” scegliendo un quadro qualsiasi e riproducendolo o imitandolo con gli strumenti che si trovano rigorosamente per casa: certo, l’obiettivo di sfruttare l’aspetto ludico per creare “engagement”è stato perseguito alla grande, producendo dei risultati divertentissimi, che non posso non riportare qui sotto!

  

Un’iniziativa semplice – già vista, sì, ma rispolverata e ricontestualizzata –  che proprio per il suo aspetto “banale ma efficace” è diventata virale in pochissime ore! Uno degli antenati di tale iniziativa è stata forse VanGoYourself, che risale a ben 6 anni fa, come si vede dalla data dell’articolo pubblicato su NoiGiovani (testata che già dal nome rivela il proprio target, cui è rivolta l’iniziativa!), di cui qui sotto riporto uno screenshot:

Ci sono però iniziative più intelligenti, che coinvolgono chi VIVE e FA VIVERE il museo grazie al proprio lavoro, ad esempio:

La Guggenheim Foundation di Venezia offre presentazioni virtuali su Facebook, Instagram, Twitter, Linkedin e lascia raccontare la vita di Peggy o il dietro le quinte dei capolavori della collezione al proprio staff e agli stessi tirocinanti del museo: gente fresca dallo sguardo giovane ed entusiasta capace di trasmettere la passione per l’arte ai propri coetanei attraverso la creazione di art quiz o brevi focus su delle vere e proprie chicche – gli aspetti meno noti delle opere esposte sia della collezione permanente che della mostra temporanea Migrating Objects. La formula è: “Voi scegliete un’opera, noi ve la raccontiamo” e la prima protagonista dell’iniziativa Instagram è stata La donna luna di Jackson Pollock, 1942.

Uno screenshot dell’Art Talk avviato da Peggy Guggenheim con video racconti  della durata di circa 5 minuti girati dai tirocinanti. Qui Alanna racconta l’arte ‘in scatola’ di Joseph Cornell.

Anche la Fondazione Musei Civici di Venezia, come ricorda Francesca Boccaletto nel suo articolo pubblicato su “Il Bo Live”,  svela  “ogni giorno una storia, un gioco, un’opera, non per consolazione ma perché l’arte è vita e la vita è, anche, arte” e lo fa avvalendosi dei propri canali social e tramite Newsletter. Segue sagace la risposta de La Biennale, la cui apertura -ricordiamo- è stata “rimandata a settembre”, ma La Fondazione non demorde e lancia su sito e sui social i tesori dell’Archivio storico corredati da attività virtuali educational per studenti.

Non mancano, fuori dal Veneto, iniziative di tutto rispetto capaci di avviare un dialogo a più livelli come quelle degli Uffizi di Firenze – che hanno lanciato l’iniziativa “Uffizi Decameron”, su Instagram e Facebook – o del Mambo, Museo d’arte moderna di Bologna che ogni giorno, dal martedì alla domenica, alle 15, pubblica “Due Minuti per l’arte” con un nuovo contributo video su Instagram per dar vita a un inedito confronto tra curatori, artisti, mediatori culturali.

Su questa scia, sempre a Firenze, Palazzo Strozzi propone “In Contatto”, un progetto che svela il suo intento di costruire una “nuova relazione con i nostri pubblici” fin dal proprio pay-off e che principalmente consiste in “una piattaforma di testi, immagini, video, storie e approfondimenti […] con la volontà di stimolare a distanza una riflessione attraverso il linguaggio che noi conosciamo meglio: quello dell’arte”. Punto di partenza per questo nuovo progetto è la mostra Tomás Saraceno. Aria che  permette di parlare di presente e futuri possibili, di connessioni e isolamento, di partecipazione e meditazione: una riflessione più che mai attuale per portare avanti nuove visioni di futuro e di realtà.

A Roma, invece, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea si affida a Google Arts & Culture per proporre un tour virtuale, mentre le Scuderie del Quirinale si avvalgono dei video interattivi (gli stessi usati dal MET di New York) per poter inaugurare la mostra dedicata a Raffaello.

Eh già, come avremmo potuto tralasciare un anniversario così importante e vanificare i lavori preparatori della mostra, sigillando gli spazi espositivi e tornando così al concetto di WunderKammer?

“In un momento così difficile, è importante che le istituzioni culturali facciano la propria parte e rendano accessibile a tutti l’arte di cui sono custodi. Le Scuderie del Quirinale rispondono a questa chiamata proponendo un palinsesto di attività online che, a partire dalla visita virtuale, permetterà di conoscere e di ammirare la maestria di Raffaello e le tante opere riunite eccezionalmente in questa grandiosa esposizione” ha dichiarato Mario De Simoni, Presidente Ales – Scuderie del Quirinale

Un evento attesissimo e che potrà essere attraversato anche a distanza, grazie alle parole di Mario De Simoni, e Matteo Lafranconi, Direttore di Scuderie nonché curatore della mostra insieme a Marzia Faietti, che intorno al 13 marzo hanno offerto al pubblico de “L’Italia chiamò” – maratona di streaming online promossa dal Mibact per sostenere il sistema sanitario nazionale – il racconto della grandiosità della retrospettiva, del suo backstage e degli elementi più preziosi che rendono il progetto motivo di orgoglio per tutta l’Italia.

 

ERGO:“Se Maometto non va alla Montagna, la Montagna va da Maometto”

Ecco che in extremis l’istituzione Museo ha sentito l’esigenza di abbandonare quindi la torre d’avorio, scendere tra i suoi fruitori e parlare il loro linguaggio.

C’è però stato un ulteriore cambio di ruolo sostanziale: qualche paragrafo più su, all’inizio dell’articolo, ho voluto usare il corsivo per riferirmi ai canali Social e allo smartphone come mezzo di fruizione ( alleluja!)

Per troppo tempo ci siamo dimenticati della loro natura o funzione: quante volte abbiamo visto visitatori muniti di tali mezzi passeggiare davanti ai più grandi capolavori dell’arte senza veramente guardarli? Era tutto “mediato” da un piccolo schermo luminoso aperto sulla fotocamera pronto allo “scatto, senza che questo aggiungesse alcun valore semantico o emozionale all’esperienza di fruizione. I social erano il fine: “vado al museo per pubblicare il mio selfie con la Gioconda di Leonardo o con la Primavera di Botticelli (annullando, per giunta, tutto l’incanto della visita e magari finendo per eliminare la foto perchè si vedono le occhiaie o i capelli arruffati senza aver posato direttamente gli occhi sulle pennellate dell’artista).

In questo momento, finalmente, la rete torna ad essere il mezzo: “vado sui social per visitare il museo, consumare l’ultimo video-pillola della Pinacoteca di Brera, godere di un patrimonio”.

Sono convinta che tanti visitatori non assidui,  oserei dire “non autoctoni” prenderanno coscienza dell’inestimabile valore del patrimonio culturale italiano (e non) tramite i video immersivi creati in questo periodo (si veda l’ultimo delle Scuderie del Quirinale per la Mostra di Raffaello, le Street View proposte dai Musei Vaticani o le cinque videopanoramiche realizzate dal MET di New York) e reputo tutto ciò un grande passo.

Ora la domanda è:

abbiamo gli ingredienti giusti per far collimare l’aspetto ludico e quello semantico?

Questi passi che abbiamo qui sopra percorso e analizzato sono un buon inizio! Si ricordino i Musei Vaticani, per esempio: dopo molti anni spesi a perseguire un modello ottocentesco e desueto di fruizione, si sono interrogati sul loro ruolo dialogico rispetto alla società e così hanno “prodotto” dei tour virtuali “muti” utilizzando la tecnologia dello Street View.

Senza dubbio è imprescindibile a questo punto assumere uno sguardo analitico e differenziare l’effetto speciale (già ampiamente affrontato con le mostre immersive mainstream fini a sé stesse) dall’arricchimento semantico che si avvale della tecnologia per stupire sì, ma prima di tutto per aggiungere valore all’esperienza di fruizione.

In questo senso è a mio avviso assolutamente necessario attivare delle sinergie verticali (vale a dire all’interno dell’istituzione museale, coinvolgendo tutti, ma davvero tutti: dal direttore e comitato scientifico fino alle braccia più operative dedicate alla comunicazione e alla grafica) e orizzontali (innescando pertanto una rete al di fuori dell’istituzionee rapportando quest’ultima al territorio e a chi in esso può produrre e apportare valore – dai “competitors” fino ai singoli visitatori -ovvero i suoi stakeholder). Con la speranza di arrivare a delle sinergie “circolari”, il mio augurio è quello di continuare a collezionare primi passi “eccezionali” in situazioni ordinarie.

Costanza Cucinotta

 

CultureFuture

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