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L’arte come il pane. Il Nuovo Forno del MAMbo

By 27 Maggio 2020 No Comments

È stato inaugurato nei primi giorni di Maggio 2020 il Nuovo Forno del Pane, che ridefinisce il Museo MAMbo abbracciando uno spazio industriale memoria storica dei bolognesi dai primi del Novecento. Il Forno del Pane, poi diventato ‘ex’ dalla prima guerra mondiale in poi, si fa ora Nuovo, lasciando velatamente supporre un’attività di ripresa e fermento produttivo. Lo scopo è offrire agli artisti che ne avessero necessità un luogo in cui lavorare, pensare e creare. La call per partecipare arriva prima della fine del mese di Maggio e riempirà di professionisti dell’arte, da Giugno 2020, la Sala delle Ciminiere, spazio riqualificato nel 2007 dall’architetto Aldo Rossi.

La scelta che, come sembra, lascia ipotizzare una linea di continuità con la motivazione sociale del passato, si staglia al momento come un unicum nelle opzioni istituzionali nazionali per reagire a questo duro momento.

Pensiero che non può non accarezzare la fantasia: la sovrapposizione delle missioni affidate a questo spazio nel tempo conserva qualcosa di profondamente poetico, e si rivela una di quelle fortunate ironie che finiscono per caratterizzare con maggior forza una operazione del genere. Nel 1915, anno della fondazione, nasce per fronteggiare la necessità di pane in tempo di guerra, e oggi riapre per assicurare aria e area di lavoro agli artisti, in un 2020 a sfondo emergenza pandemica, di pane fatto a casa con lievito e farina saccheggiati dai supermercati, ma in cui a non essere fruibile è l’aria, l’ambiente per poter vivere in comunità.

Poetiche ironie a parte, l’iniziativa, che coinvolge l’Istituzione Bologna Musei, l’Assessorato alla Cultura e Promozione della città, il relativo Dipartimento del Comune di Bologna e chiaramente il MAMbo, ha risposto all’emergenza con un progetto che prevede una ridefinizione identitaria e strategica dell’intero museo. Punto nevralgico, lavorare e rigenerare, l’arte come era stato per il pane. Un museo che diventa a tutti gli effetti un hub culturale e che si mette in relazione con il territorio. Creare una comunità artistica e insieme mettersi al servizio della comunità tutta. Un presupposto che conserva qualcosa di anacronistico e insieme di brillantemente lungimirante.

La scelta di riaprire quello che oggi è il Nuovo Forno del Pane è una trovata, a pensarci bene, di una logica disarmante. Proprio per far fronte ad un periodo di crisi c’è bisogno che gli artisti rincontrino il mondo, e, per quanto possibile, si incontrino tra loro. E allora perché ci si accorge della ragionevolezza di tale opzione solo ‘a pensarci bene’? Dovrebbe invece, proprio per la chiarezza di ragionamento, balzare agli occhi immediatamente!

È questo interrogativo, il cui eco rimbomba nei musei vuoti, ad aprire due scenari dentro ai quali vale la pena addentrarsi per un attimo.

Il primo e più evidente racconta dello stupore che istintivamente ci si trova a provare davanti ad un’istituzione museale che si pone il problema di prendere in carico le sorti degli artisti, non per un meccanismo di natura strettamente espositiva, ma riconoscendo al lavoro dell’artista un valore già a monte della produzione materiale, fatta e finita, insomma prima della finalizzazione ed acquisizione di un’opera d’arte (o qualcosa che le assomigli almeno). La qualità dell’artista viene invece ad essere riconosciuta dall’istituzione nella sua forma di lavoro, di percorso creativo, di ricerca e sperimentazione.

L’idea, per quanto sembri futuristica (e non lo è, se si pensa a diversi passati, alcuni pericolosi, altri eccezionali), risponde in realtà niente più che alla definizione di museo come è stata proposta all’ultima Conferenza Generale ICOM a Kyoto nel 2019, ma che, immaginate perché, non è stata ancora approvata: “I musei sono spazi democratizzati, inclusivi e polifonici per il dialogo critico sui passati e sui futuri. (…) I musei non hanno scopo di lucro. Sono partecipativi e trasparenti e lavorano in collaborazione attiva con e per le diverse comunità per raccogliere, conservare, ricercare, interpretare, esporre e migliorare la comprensione del mondo, puntando a contribuire alla dignità umana e alla giustizia sociale, all’uguaglianza globale e al benessere planetario”.

Fatto il facile parallelismo e trovata la discrasia con la stragrande maggioranza dei musei internazionali, non perdiamo di certo il sonno sul comprendere come mai la nuova definizione di museo sia stata per ora messa in stand by. È evidente che tanti passi ancora sono da mettere uno davanti all’altro.

   

Ecco compreso uno dei motivi dello stupore per l’ovvio provato pensando a questa iniziativa bolognese, che appare come uno strano caso, interessante, ma particolare.

Un’altra strada interpretativa si era supposta, e non ancora battuta. Se puntare sul cavallo del processo produttivo prima che sul prodotto da parte di una istituzione si ritiene essere un coraggioso azzardo, ancora più improbabile appare l’investimento sulla fisicità del lavoro, sulla realtà, in un momento in cui sembra che il digitale sia l’unica via di sopravvivenza per tutti, artisti e non.

Tutti impegnati a ridefinire in termini remoti le modalità di fruizione di spazi d’arte pubblici e privati, ci sentiamo ad una nuova frontiera, in cui tra webinar e tour virtuali la realtà sbiadisce come un puntino lontano e antico.

Eppure anche se la scommessa sui ‘fornai dell’arte’, e la possibilità di impastare le idee senza una webcam davanti a testimoniarlo, ci fa trasalire come cittadini del mondo 2.qualcosa, l’idea non può che suonarci giusta e, segretamente, far tirare un sospiro di sollievo alla natura umana ch’entro ci rugge, per citare il poeta.

Ma oltre a doverla considerare plausibile in quanto esponenti del presente, è la prospettiva del digitale come surrogato di realtà davvero la visione di un futuro possibile? Può davvero il commento in remoto o la presentazione dell’evento sostituire l’evento? Qualsiasi esso sia, una mostra o un semplice incontro? E sono queste le potenzialità del digitale?

Come la storia ci insegna ogni rivoluzione tecnologica parte sempre con un affiancamento al suo correlativo precedente, la fotografia quando è nata non era che mero espediente funzionale alla memorizzazione immediata di un’immagine, ora è l’arte indipendente che conosciamo, e gli esempi potrebbero seguire a centinaia, ma cosa succede quando il gradino da superare è la realtà, la vita stessa come la conosciamo?

Le domande sono tante e ancora ne verranno, e le risposte arriveranno di sicuro dopo gli esperimenti che già galoppano ad una velocità esponenziale pari solo alla curva ascendente del progresso tecnologico di cui ormai conosciamo le cifre.

Con uno scatto di fantasia che onora le mille connessioni capaci di accendere il cervello umano, si illumina un’affermazione pronunciata da un ingegnere del team Parchi a Tema di Disney e letta chissà dove, qualcosa sul rapporto tra tecnologia e immaginazione. Parafrasando, per creare un’ attrazione davvero perfetta è necessaria una grande idea, e ancor di più che i processi tecnici più sofisticati non facciano mai bella mostra della loro complessità; al contrario, più avanzata è la tecnologia tanto più invisibile e naturale deve risultare la sua continuità con la realtà, solo questo rapporto può innescare la magia.

Senza arrivare a scomodare la magia, possiamo però parlare parimenti di prodotti culturali che funzionano quando non è il mezzo ad essere il protagonista, ma il dialogo che si instaura tra una buona idea e la tentacolare (e ancora pressoché inesplorata) potenzialità del mezzo digitale di moltiplicare le possibilità realizzative dell’idea di base, che non si ripeterà mai abbastanza, deve essere buona. Cosa significa buona? Utile, intelligente, lungimirante, accattivante e perché no fuori dagli schemi. Come la migliore tecnica musicale si nasconde e diventa quasi semplicità dietro al più grande talento, l’attivazione di una sinergia tra espedienti di tecnologia e idee illuminate potrebbe essere la chiave per ridare nuova linfa non solo alla fruizione, ma alla progettazione e alla crescita dell’intera macchina creativa museale, artistica e in generale culturale.

Ofelia Sisca

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