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L’Arte. La Migliore Offerta

By 28 Maggio 2020 No Comments

Cosa studi?

Storia dell’arte.

Ah, quindi dipingi?

Quanto volte noi “addetti ai lavori” abbiamo ricevuto queste domande?

E quante altrettante siamo stati interdetti su cosa rispondere, optando per un sorriso?

Eppure rispondere a tali domande non è semplice.

Storia dell’arte significa tante cose.

Raccontare la storia dell’arte implica il raccontare molte altre storie.

E’ comprensibile l’automatico collegamento della stessa ad un dipinto, ad una scultura e ad un qualsiasi altro mezzo espressivo simile ma a parer mio un’opera d’arte va oltre la sua rappresentazione, oltre la tela e la sua cornice, i colori e la trama.

Essa nasconde un significato intrinseco e più elevato..

Di certo non ho scoperto l’acqua calda, ma è una visione che ho abbracciato tramite lo studio comparato fra arte e letteratura che ha dato largamente spazio e giustificazione a questa mia riflessione.

Vado così a scomodare un testo, letto qualche tempo fa e parte integrante del mio progetto di tesi.

 Appare inizialmente su due numeri della rivista «L’Artiste» – il 31 luglio e il 7 agosto 1831 – con il titolo Le chef-d’oeuvre inconnu. Conte fantastique, il racconto di Honoré de Balzac.

Il romanzo mette in scena l’esperienza di un genio della pittura, l’anziano pittore Frenhofer, il quale per dieci lunghi anni ha esaurito tutta la sua forza creativa alla ricerca di un capolavoro perfetto.

L’intenzione di Balzac all’interno del romanzo è quella di raccontare l’atto in cui si compie la creazione di un’opera e la scoperta finale dell’impossibile suo compimento.

Ambientato verso la fine del 1612, lo scrittore ci riporta nell’epoca del classicismo francese.

Una mattina d’inverno, un giovane artista si reca in visita allo studio di François Porbus, il rinomato pittore di Enrico IV e Maria de’ Medici, rivale di Rubens alla corte di quest’ultima.

Si tratta del giovane Nicolas Poussin.

Questi, giunto davanti la porta, incontra un anziano signore, un gentiluomo, la cui fisionomia viene esaminata con dovizia di particolari.

Una fronte calva e prominente, un naso schiacciato e all’insù, una barba grigia, occhi verdi, poche ciglia e poche tracce di sopracciglia, un corpo esile e fragile, una gorgiera lavorata a merletto, un nero farsetto e una pesante collana d’oro.

Per come è descritto sembra proprio assomigliare ad una tela di Rembrandt.

L’anziano si chiama Frenhofer e viene presentato come un noto ed ammirato pittore del suo tempo; riconosce, infatti, senza alcun indugio il precoce e palpabile talento di Nicolas Poussin.

Aggirandosi nello studio di Porbus, Frenhofer si sofferma su un’opera in particolare, che decide generosamente di correggere, sentenziando davanti ai due pittori su principi estetici e sulla corretta tecnica pittorica.

«[…] Guarda la tua santa, Porbus! – esclama Frenhofer – A prima vista sembra bellissima ma [..]  Non sento aria tra questo braccio e lo sfondo del quadro [..] la tua è una creazione incompleta».

L’anziano intende dare una lezione di pittura:

«La missione dell’arte non consiste nel copiare la natura, ma nell’esprimerla!».

La missione dell’arte è quella di cogliere lo spirito, l’anima e la fisionomia delle cose e degli esseri.

Il pittore può farlo attraverso le sue mani, che non riproducono meramente le linee presenti in natura, poiché in natura del resto non vi sono linee.

Il pittore, invece, ripercorre l’esperienza che le linee costruiscono, creando forme nel tempo e nello spazio.

La mano dell’artista non è portatrice dunque di un atto mimetico, vale a dire non si limita a riprodurre la realtà bensì si fa portatrice di un getto mentale, un componimento inculto – direbbe Leonardo – una traduzione dell’invisibile nel corpo del visibile del quadro.

L’accusa che muove Frenhofer è proprio quella che i pittori spesso, non rendendosene conto, riproducono dal modello senza calarsi abbastanza nella forma e senza raggiungere il reale scopo della pittura, che è quello di restituire la vita, ricercando le componenti essenziali dell’arte: il colore, il disegno e il sentimento, quali forme significanti di idee e sensazioni.

L’anziano maestro decide allora di dare una dimostrazione tecnica ai giovani Porbus e Poussin di quanto ha affermato, per testimoniare come basti un sol tocco di colore a restituire la realtà della carne viva, rispetto ai tanti colori presenti su di una tavolozza.

Ripetendo le stesse azioni, con continui tocchi di pennello, quasi aggredisce la tela consumando il suo desiderio di perfezione, la stessa che rincorreva da più di dieci anni, divorato dal tentativo di creare l’opera perfetta: un ritratto di donna.

In tutto questo tempo Catherine Lescault è stata la sua misteriosa musa, cui l’anziano pittore si rivolgeva come ad un’ amante, indossando le vesti di un Pigmalione che cerca di vivificare la sua statua eburnea.

Frenhofer sembra non riuscire nella sua impresa.

E’ alla disperata ricerca di un modello per portare a termine il dipinto.

Un dì viene sorpreso dalla straordinaria bellezza di Gillette, l’amata del giovane Poussin, che finisce per accettare di posare nuda, affinché l’opera possa dichiararsi conclusa.

Dopo poco il quadro è terminato.

L’anziano pittore freme nel mostrarlo, e invita, con aria soddisfatta, Poussin e Porbus ad entrare nella stanza segreta per ammirarlo.

Il quadro non contiene alcune immagine.

Gli occhi esterrefatti dei due giovani artisti si soffermano su un ammasso di colori sovrapposti senza alcun significato e su un insieme di linee e contorni che non sono riconducibili ad alcuna forma riconoscibile.

Vi è solo un dettaglio «un piede delizioso, un piede vivo!», frammento sfuggito alla graduale cancellazione del dipinto, unico indizio che ci consente di essere certi della presenza di una donna sotto gli strati di pittura.

Laddove dovrebbe esserci l’immagine di una donna, Poussin e Porbus scorgono solo «una muraglia di pittura» e Frenhofer, pronto a rimproverarli, esclama:

«Siete davanti ad una donna e cercate un quadro!».

La donna è rimasta al di sotto della materia di quella tela, velata da un miscuglio di colore, nel quale risiede quel confine tra l’aspirazione a voler trasformare l’immagine in realtà e l’impossibilità di rappresentare ciò che non è facilmente rappresentabile.

Un iniziale ed acclamato successo per lo sforzo titanico di realizzazione dell’opera sfocia nel fallimento e nella consapevolezza che sia impossibile raggiungere il capolavoro assoluto.

L’opera, la donna, è invisibile ai nostri occhi, e se non possiamo vederla non possiamo nemmeno testimoniare che il dipinto sia stato davvero realizzato, sostiene Balzac.

Ne consegue che l’opera può andare distrutta.

Frenhofer, sconfitto, copre con un drappo verde la sua donna, con la calma di un gioielliere che chiude a chiave i suoi cassetti preziosi e non appena rimane solo, considerato oramai impossibile perseguire il capolavoro assoluto, decide di rendere la sua opera invisibile per sempre, bruciandola, quasi per liberarne l’essenza.

La ricerca esasperata della bellezza attraverso l’immagine di donna e il fallimento dell’impresa rimanda la mia mente all’affascinante capolavoro di Giuseppe Tornatore: La Migliore offerta (2013).

Il film racconta una storia d’amore, diversa dalle altre, che si intreccia con altre storie.

Il punto di vista è quello di un unico personaggio Virgil Oldman (interpretato dall’incredibile Geoffrey Rush), un burbero ma colto e famoso battitore d’asta, con una forte passione per l’arte e per il suo lavoro, diventato suo unico fedele compagno.

Non riesce ad avere un rapporto con le donne, non lo hai mai avuto se non quello con le sue donne dipinte, che protegge in un segreto caveau all’interno della sua villa-museo.

La trama si fa via via interessante quando appare nella vita di Virgil una giovane donna, Claire, affetta da una malattia che non le permette di uscire per paura di spazi esterni ed affollati.

La giovane ereditiera contatta Oldman per fare una valutazione del patrimonio di famiglia, e nonostante diverse iniziali divergenze, egli accetta l’incarico.

Tra i due inizia un rapporto molto intimo che porterà Virgil ad abbassare le sue difese, a coinvolgersi e ad innamorarsi fino a fidarsi ciecamente di lei.

Attenzione però che qualcuno dirà che i sentimenti umani sono come le opere d’arte: possono essere oggetto di una simulazione, proprio come quella che si sperimenta a prima vista osservando il capolavoro sconosciuto.

La storia dagli stilemi narrativi tipici del thriller concede di costruire un modo nuovo ed efficace per raccontare un aspetto dell’arte molto interessante e ai più sconosciuto.

Tornatore ci permette di entrare nel mondo delle aste, del falso, del falso che incontra e si scontra con il vero e lo fa con audacia e intelligenza, conducendoci a sorpresa nella quadreria sterminata dei capolavori collezionati da Oldman (un caso che la traduzione sia uomo vecchio – con un rimando all’anziano pittore di Balzac?).

     

Uno dei primi capolavori che incontriamo è il Ritratto di fanciulla di Petrus Christus (1470), che Virgil riesce ad ottenere ad un’asta, spacciandolo per un non autografo. Collocandolo accanto alla famosa Fornarina di Raffaello (1518-19), dai capelli raccolti nel turbante e il seno scoperto, testimonia un altro volto di donna che alla lascivia e alla seduzione contrappone austerità e compostezza.

Non c’è però alcune intenzione di contrapposizione.

Entrambe sono icone della bellezza femminile del Rinascimento e del resto anche il nostro battitore d’asta sembra non curarsi di una disposizione perfetta nelle cronologia dei dipinti.

La sua collezione segue il suo necessario bisogno di rivivere negli sguardi delle sue donne senza tempo.

Si intravede poi La bella di Tiziano (1536), vestita riccamente.

La gentildonna indossa un abito blu ricamato a filo d’oro, con morbide maniche a sbuffo.

Il dito della mano sinistra indica il pellicciotto che le avvolge il polso della manica destra, segno della suo status sociale.

Offre il suo sguardo e pretende di essere ricambiata.

Più algida e ieratica, è la Lucrezia Panciatichi del Bronzino (1540), ma elegante nel suo  rosso vivo.

Con una mano tiene il segno su di un libro di preghiere, e con l’altra mostra il suo prezioso anello che rimanda al ricco giro di perle che indossa con fierezza.

Le stesse tonalità le ritroviamo nella dolce Jeanne Samary di Renoir (1877). L’attrice rivela uno sguardo sognante verso lo spettatore, incantato dal verde dei suoi occhi.

Un primo piano accattivante come quello de la Femme aux macarons di Modigliani (1917).

Rintracciabili il collo allungato e le forme del viso sagomate, proprio come le maschere africane che tanto avevano affascinato gli artisti come Picasso e in un certo qual modo anche Man Ray, nella Parigi dei primi anni del ‘900.

Queste citate sono solo alcune delle donne che Oldman protegge e ama in segreto.

Accanto a questi sapienti rimandi ai capolavori della storia dell’arte, vi sono nel film alcuni omaggi  involontari.

Mi permetto di citarne uno che ho scovato.

La folle Claire, dopo essersi recata in cucina, distrattamente fa cadere una qualche stoviglia di vetro.

Lei è a piedi scalzi, quindi si fa male e rientra in salotto, non sapendo di essere osservata, per potersi medicare a modo suo.

Al di là della bellezza di Sylvia Hoeks e alla poesia di tale scena non notate anche voi un particolare?

La giovane e bella Claire come un tableaux vivant  ha messo in scena una delle opere più famose e copiate di tutta la storia dell’arte.

Sto parlando dello Spinario, opera ellenistica, di ancora dubbia identità, che raffigura un giovane fanciullo seduto, con le gambe accavallate, nell’atto di sporgersi di fianco per togliersi una spina dalla pianta del piede sinistro.

Confronto azzardato? Audace?

A Tornatore è piaciuto, quando gli ho sottoposto questa mia suggestione durante un nostro piacevole incontro.

Forse è proprio di una suggestione che si tratta ma non si può nascondere il potere evocatore che un’ immagine che sia sperimentata dal vivo o attraverso il mezzo cinematografico può esercitare.

Se qualche volte fossero proprio altre storie a raccontare l’arte?

Da sempre gli sceneggiatori, i registi, i cineoperatori hanno subìto il fascino della storia dell’arte e la storia dell’arte, d’altro canto, ben si presta al racconto.

Queste altre forme del pensiero artistico credo abbiano la capacità di esaltare l’arte in un modo unico.

Il cinema è uno dei tanti strumenti, ma forse è il più diretto perché che va dritto all’orecchio di chi ascolta e all’occhio di chi guarda.

Consente di intessere trame come quelle dei colori di un’ opera, creando capolavori che muovono i cuori e durano in eterno.

Ed oggi più che mai abbiamo bisogno di cotanta bellezza, necessitiamo di racconti da ascoltare e meraviglie da apprezzare.

A questo punto Virgil Oldman ci chiederebbe quale sia la nostra migliore offerta.

Io direi quella di lasciarci sorprendere e di comprendere che l’arte è ovunque, nelle opere nella vita, nei gesti, e perfino nei sentimenti, simulati o meno che siano. 

Donatella Valentino

CultureFuture

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