mappe

L’arte sospesa di Aurelia Leone

By 25 Maggio 2020 No Comments

“L’emozione – lo struggersi e tormentarsi, il desiderare, il ferire, il consumarsi: in una parola, l’amare – non dà a riconoscere differenze. Ma amare il proprio bastone da passeggio oppure l’onore è cosa completamente diversa, ma non soltanto perché non sono uguali tra loro, bensì anche perché l’uso che ne facciamo, le circostanze in cui acquistano importanza e in breve tutto il gruppo di esperienze ad essi collegato è diverso. È l’inconfondibilità di un gruppo di esperienze quella da cui conseguiamo la sicurezza di conoscere la nostra emozione. Perciò in verità noi la conosciamo solo dopo che essa abbia agito nel mondo e si sia sviluppata in esso; noi non sappiamo che cosa sentiamo prima che il nostro agire non l’abbia deciso”[1]

Quando si cerca di stabilire la processualità delle sensazioni che si percepiscono, raramente si è in grado di avere coscienza di ciò che avviene, perché di fatto il sentire è percepire, ma ciò che si percepisce lo si coglie solo nel momento in cui se ne fa esperienza, e quindi solo quando si esaurisce. È un’informazione sfuggente perché prima collide con l’ordine del sensibile di cui siamo parte e in cui siamo immersi, e solo dopo si è in grado di rielaborarla, solo quando è avvenuta. Siamo la sensibilità che cerchiamo di tradurre, ma allo stesso tempo ci scontriamo con una sensibilità che è alterità, e trasmette la sua operatività processuale nell’effimero paradosso dell’estetico: la dicotomia tra mente e mondo, il tentativo di articolare in una compaginazione la collisione dell’organismo con l’ambiente circostante attraverso l’informazione densa, estetica, enattiva, incarnata, che è non già un’esperienza-del mondo o del soggetto, ma un’esperienza-con il mondo e con il soggetto. La relazione dinamica che si instaura fa fluire l’arte nell’esperienza e l’esperienza nell’arte, che è più che altro “una qualità del fare, e di ciò che viene fatto. […] aggettivale per natura. […] Ma il prodotto dell’arte – tempio, dipinto, statua, poesia ˗ non è l’opera d’arte. L’opera ha luogo quando un essere umano coopera con il prodotto dando esito a un’esperienza che piace per le sue proprietà.”[2]

L’aspetto della cooperazione con il prodotto, che lo rende dispositivo dell’estetico nella sua peculiarità percettiva, emerge chiaramente nell’iniziativa artistica a cui Aurelia Leone ha dato vita a Rutigliano, a partire dal 18 maggio 2020, in provincia di Bari, ai tempi del Coronavirus. Non è semplice fare arte, e fare un’arte che esprima realmente il rapporto interdialogico tra soggetto, e quindi la sua interiorità, e oggetto, e quindi il mondo, soprattutto quando si perde di vista la comune suddivisione dicotomica di tali categorie di realtà. Ma ancor di più quando il quando è chiaramente migrato in una temporalità ora lentissima e alienante, ora velocissima e disorientante, ora priva di senso, ora ripetitiva, ora sempre uguale a se stessa in una pratica molto simile a un ewige Rückkehr. La densità della traduzione che il percepiente fa del percepito, è talvolta pesante e incomprensibile, per questo l’arte gioca un ruolo fondamentale nella sua attività mediatrice tra ciò che si è capito di aver percepito, il qualcosa che ha funzione determinante nella scala dell’ordinamento del reale, il materiale denso, e la necessità di non perdere quell’informazione che si esaurisce e si conosce nella sua operatività processuale, attraverso il suo emergere dallo sfondo percettivo in cui solitamente l’artista sa guardare e operare. La sua traduzione determinante è solitamente ciò che viene comunemente denominato emozione, ma molto spesso la si conosce solo come Stimmung, che ha un non so ché dell’indeterminatezza, e indica la compaginazione esperienziale di quello che si manifesta, e assume le caratteristiche della Lebensform.

Ma quali sono le forme della vita che l’artista ha deciso di tradurre, non rappresentare, processualizzare compaginativamente, non solo manifestare?

Il progetto si chiama artesospesa, ed è propriamente un’azione artistica pensata da Aurelia Leone che utilizza materiale di riuso domestico, il lenzuolo bianco, e lo dipinge facendo emergere dallo sfondo denso della realtà, il lenzuolo sinuoso appunto, una figuralità che ha delle peculiarità che è doveroso analizzare. Innanzitutto il modo in cui non già l’opera, ma il prodotto dell’arte, viene generato gli imprime una qualità, come racconta Aurelia infatti, è molto importante lavorare all’aperto, e anche in questo il terrazzo, non il suo laboratorio, è stato il luogo che ha accolto le tele-lenzuola al loro stato embrionale o pre-processualizzato che dir si voglia: “Deve passare l’aria, le cose devono respirare”, dice l’artista nel suo tentativo di descrivere lo spirito con cui ha creato, e in effetti il fatto che queste lenzuola, sette in tutto, siano state esposte o stese, fuori dai balconi di determinati palazzi, in Corso Mazzini, Via Mola, via Aldo Moro, Via Diego Martinelli, Piazza Cesare Battisti, via Noicattaro, e spiazzo Chiesa Madre, è pregnante. Perché se si dovesse tener fede all’idea di Aurelia Leone, allora si dovrebbe usare il verbo stendere più che esporre, perché richiama direttamente, ˗attraverso l’uso di un termine che sembrerebbe esteticamente orientato grazie al contesto d’uso e alla sua funzione˗, l’appello alla semplicità, alla quotidianità che offre un’alternativa alla dimensione museale, inglobando Rutigliano nello spazio dell’arte, o meglio, estendendo lo spazio dell’arte e rendendolo ogni spazio possibile, ogni spazio che possa essere colpito dal flusso d’aria, affinché le cose respirino, affinché le lenzuola si muovano esibendo una fluidità che è propria dell’effimero processo percettivo estetico, è inafferrabile e afferrato nel suo movimento, nel suo tentativo di compaginazione attraverso gli ordini del sensibile. E sembra ripetere il movimento di questi pesciolini rossi che si ritrovano in Anime, tela-lenzuolo stesa sul balcone in Via Diego Martinelli, che fanno da sfondo a un’immagine di bambina che ha proprio l’espressione di chi ha percepito senza però capire, perché come ricorda Musil nel passo sopracitato, noi non sappiamo cosa sentiamo prima che il nostro agire non l’abbia deciso, e l’emozione si conosce solo dopo. Talvolta quando la percezione che abbiamo avuto di essa è irrecuperabile. Ma l’arte di Aurelia Leone riesce proprio in quel tentativo di imprimere su un sinuoso che è la realtà-lenzuolo, ciò che continuamente sfugge. E l’elemento marino che si ritrova nei prodotti artistici della Leone, si riallaccia alla carpa koi, o nishikigoi, e all’idea che nella cultura nipponica vengano visti come piccoli draghi, e per l’artista siano considerabili in un’accezione metaforica che richiama il concetto di forza e temerarietà.

Durante un percorso di analisi che sia meritevole di essere considerato valido è tuttavia fondamentale varare anche le pratiche espressive “cui dà luogo un dispositivo estetico quando si fa esperienza con esso tanto nel gesto artistico-produttivo, quanto nel gesto critico-fruitivo”[3], per Aurelia Leone il gesto fruitivo si compenetra nella dimensione comunitaria che dà anche senso al suo modo di fare arte, ed è parte essenziale del completamento del prodotto artistico, infatti le lenzuola dipinte entrano nelle case, e attraversandole il loro potenziale estetico si esprime direttamente nel momento in cui la comunità aderisce rendendo le proprie case musei in cui si espone/stende, che richiamano l’arte Merz di Kurt Schwitters, che non solo collezionava le cicche di sigarette dei suoi amici, ma era noto specialmente per la necessità di utilizzare materiali di recupero domestici. Trovare dei balconi è il completamento della ricerca artistica, rappresenta la prolessi e la continuazione del gesto artistico estetico, facendo emergere il carattere aspettuale che emerge dalle modalità di manifestazione dell’esperienza che è sottesa a specifici avvenimenti. Se in questo senso il lenzuolo fluido, la percezione densa ed effimera intraducibile, il sentire enattivo ed incarnato, lo sfondo, è il tempo del Coronavirus, inevitabilmente ci si scontrerà con una mancanza di senso che percettivamente si manifesta in un eccesso del senso, in un eccesso della necessità di traduzione che fallisce, è la ricerca di una sensazione in un deserto in cui il bombardamento sensoriale ci illude, nella collisione del percepibile o della possibilità del percepiente di coglierlo con il soggetto e il mondo, che sia impossibile sentire e dunque impossibile percepire e di conseguenza produrre una trasposizione valida del come tale esperienza impatta nelle nostre vite. Perché diciamocelo, la banalizzazione che spesso è stata fatta della nozione di miglioramento, l’imposizione dell’andrà tutto bene, in realtà ci ha precluso tutte le possibilità di aprirci alla percezione di quel miglioramento, e in generale quindi, di esserlo. L’arte invece ha la capacità di non usare le parole per suggerirci le parole che non sappiamo trovare anche se sono scritte dentro, nel complesso compaginativo interno: la rinuncia alla comprensione delle parole che ci risuonano dentro è partecipazione alla scena del quadro percettivo denso: la compaginazione del sensibile nelle parole che non hanno senso, o non ce l’hanno ancora, perché rappresentano il risultato di una generatività interna, passiva e operativa, si manifesta nel sapere-come, senza sapere con che parole dirlo. Per questo l’arte di Aurelia Leone sa come fare quello che non riusciamo a dire, ed è proprio qui la pregnanza del suo processo estetico: la parola scompare nella nostra percezione, ma non scompare la sensazione che genera, essa rimane impressa nelle tele-lenzuola, e a tratti indecifrabile come nella tela Com’è profondo il mare, in cui delle parole campeggiano, ma sono sempre più coperte dall’affiorare del bianco, che alla fine è l’affiorare dello sfondo, che dopotutto è l’affiorare della pregnanza percettiva intraducibile, proprio perché non sempre si riesce a trovare la parola giusta, e forse la parola che in questi casi si fa necessaria è proprio quella che non sappiamo dire. E corrisponde a un annegare nel mare profondissimo dei sensi resi manifesti talvolta, o nascosti nell’abisso della nostra capacità di rielaborazione.

Eppure da questo non detto, non comunicabile, si può ripartire. Proprio l’arte che è stata spesso messa da parte, considerata superflua e non necessaria, tende la mano a un mondo che ha bisogno di ricompaginare, e proprio per questo l’obiettivo del prodotto artistico di Aurelia Leone è quello di essere un prodotto al servizio di un possibile riavvio del turismo, spingere persone non residenti a Rutigliano ad ammirare il paese che diventa un museo a cielo aperto, una terrazza su cui il sole brilla potente, e che in ultima istanza cerca una collaborazione proprio con bed and breakfast e i loro balconi, per stendere il prodotto artistico che a questo punto si tramuta anche in magnete, esercitando una forza attrattiva che non è semplicemente artistica in senso figurale, ma si prefigura un cambiamento tangibile sul territorio che ha tutto l’aspetto di una promessa fattuale e concreta, è senza dubbio il brivido adorniano della collusione con un’alterità non reificata.

L’arte sospesa di Aurelia Leone tiene sospesi e lascia in sospeso, così tuttavia, e solo così, si offre alla comunità. Il percorso è molto semplice, e la cartina dei balconi, delle aperture sui cieli di carta soffocanti in cui abbiamo, tutti, boccheggiato aspettando una folata di vento che finalmente smuovesse ogni cosa, persino gli eterni ritorni dell’uguale, concede un orientamento in quel dove che aveva ormai perso le caratteristiche della possibilità di esplorazione, perché ci confinava all’interno delle mura domestiche, ma molto di più all’interno degli inferni interiori. Come ha dichiarato Aurelia “se ripenso alla me stessa di due mesi fa, mi vedo grigia, eppure la mia vita non era grigia”. Non è forse questa la sensazione che ha contrassegnato molte riflessioni personali contribuendo all’indeterminazione del mood, per generare un’assenza del feeling?

Allora forse i colori di questo prodotto artistico sospeso, dipingono una comunità per spingerla ad alzare gli occhi al cielo, nel desiderio di queste cose leggere, citando una poesia di Antonia Pozzi che sembra una profezia, o la promessa che alla fine il materiale denso e pensante che non si traduce e non si compagina, possa, un giorno, ˗ forse dopo, sicuramente dopo ˗ , fluttuare dal balcone di casa come lenzuola profumate dal ricordo di un tempo in cui la leggerezza assomigliava a un gioco da bambini, e ora invece è la preghiera degli adulti:

 

Giuncheto lieve biondo

come un campo di spighe

presso il lago celeste

e le case di un’isola lontana

color di vela

pronte a salpare ˗

Desiderio di cose leggere

nel cuore che pesa

come pietra dentro una barca-

Ma giungerà una sera

a queste rive

l’anima liberata:

senza piegare i giunchi

senza muovere l’acqua o l’aria

salperà ˗ con le case

dell’isola lontana,

per un’alta scogliera

di stelle.

(febbraio 1934)

Maria Luisa Pasqualicchio

 

[1] Musil R., Der Mann ohne Eigenschaften, Neue durchges. Und verb. Ausgabe, Rowohlt, Reinbek bei Hamburg, 1978, (trad. it. L’uomo senza qualità, Einaudi, Torino, 1996, p. 1329).

[2] Dewey J., Art as Experience, Minton, Balch & Co, New York, 1934, (trad. it., Arte come esperienza, Aesthetica, Palermo, 2007, p. 215).

[3] Matteucci G., Estetica e natura umana. La mente estesa tra percezione, emozione ed espressione, Carrocci, Roma, 2009, p. 206.

CultureFuture

CultureFuture

Tools for Culture è un’organizzazione non profit attiva nel campo della ricerca, della consulenza e della formazione per l’economia, il management e le politiche dell’arte e della cultura. Il suo obiettivo è contribuire a estrarre il valore dalle risorse creative e culturali, rafforzando il loro impatto sulla qualità della vita, stimolando la creazione e il consolidamento di un network di professionisti, imprese e competenze, e fornendo assistenza strategica e tecnica in campo culturale.