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Le case degli altri

By 14 Maggio 2020 No Comments

Qualche giorno fa, mentre ero probabilmente impegnata a fare anche qualcos’altro in questo multitasking digitale che tormenta le nostre esistenze, ho visto (più che altro, ascoltavo) una serie di Instagram Stories dedicate a una particolare tecnica di cottura. Colui che parlava, un divulgatore scientifico che stimo molto, e che per diletto si dedica appunto alla cucina, è una di quelle presenze note in casa mia. Per capirci, uno dei pochi i cui libri di cucina compro ed ed effettivamente leggo perché so essere estremamente interessanti, precisi e affidabili.

È bastata un’occhiata distratta al telefono per accorgermi di un particolare che mi ha in qualche modo turbata: dietro alla testa del nostro divulgatore pendevano due fili elettrici con delle lampadine attaccate. Il tipico tocco di “non finito”, insomma, che si trova in una qualunque casa italiana, e verso il quale nutro una particolare idiosincrasia – ho scelto lampade e paralumi di casa mia contemporaneamente alle porte, per dire.

Insomma, da allora in poi non riuscivo che a fissare quelle lampadine. Tristi e spoglie, a spregio delle centinaia di migliaia di follower sul profilo. Quasi a dire: puoi pure essere un’autorità nel tuo campo, ma una lampadina penzolante non si nega a nessuno.

E così, in questi mesi di lockdown e di relazioni più o meno personali, più o meno mediate, a distanza, siamo entrati in casa di personaggi più o meno noti attraverso gli schermi dei nostri device. Cantautori in concerto live da tinelli male illuminati; filosofi con sfondi di pareti bianche; opinionisti e docenti con la classica libreria di berlusconiana memoria, riveduta e corretta, declinata a seconda della personalità del parlante (ho apprezzato particolarmente, ad esempio, la collezione di Topolino di Enrico Letta).

Non sono mancati consigli e tutorial su come allestire il perfetto sfondo per videocall e dirette (nel dubbio, si può sempre scegliere un fondale di Miyazaki scaricandolo direttamente dal sito dello Studio Ghibli). A quanto dicono gli esperti: deve essere essenziale, pulito, rilassante e non distrarre.

 

La pandemia di Covid-19 ci ha catapultato di prepotenza nelle case degli altri. E, parimenti, ha portato un’invasione – impattante, per quanto virtuale – nelle nostre case. È stato come sfondare una quarta parete, quella che divide l’intimità domestica dalla nostra personalità pubblica, dalla maschera (o dalle maschere) di pirandelliana memoria che indossiamo al lavoro, in palestra, sul tappetino di yoga, ai corsi di formazione, agli eventi.

Da una parte questo proliferare di presenza online ci ha destabilizzato e ci ha dimostrato che dobbiamo adeguare modalità e linguaggi al mezzo – penso alla didattica a distanza, ma anche alle riunioni di lavoro: tempi e modi del faccia a faccia sono incredibilmente diversi da quelli del ritrovarsi da remoto, ma anche alla fatica di prendere un “aperitivo” su Zoom con gli amici.

Dall’altra, abbiamo scoperto che la casa non è sempre una scenografia perfetta: quella a cui ci hanno abituato le case tutte uguali e arredate in serie di AirBnB, per esempio, come fa notare Daniele Cassandro intervistato da Carlo Annese nel suo podcast Domani. Ci siamo riconosciuti nelle imperfezioni e nelle lampadine senza paralume dei nostri beniamini. Abbiamo scoperto angoli di casa nostra che non ci ricordavamo più, o forse non conoscevamo neanche, e ce ne siamo riappropriati. Li abbiamo trasmessi via fibra ottica in tutta Italia, a volte nel mondo.

E se la pandemia, e il conseguente isolamento, fossero l’occasione per rendere oggetto di nuova cura i posti in cui viviamo? Se questa ritrovata “intimità” ci desse la spinta per ritrovarci più umani, per far cadere qualcuna di quelle maschere?

Scriveva qualche tempo fa su LinkedIn Annamaria Anelli, esperta di comunicazione e business writing:

“Sto leggendo molti articoli su come fare la call perfetta: sfondi, abbigliamento e soprattutto attenzione agli imprevisti come bambini che compaiono sullo sfondo e gatti che saltano sulla tastiera. Io credo però che non sarà più possibile tenere fuori la realtà dalle nostre vite lavorative. […] Non so voi, ma io sto iniziando a pensare che il lavoro da remoto dovrà sempre più contemplare aspetti di realtà: una realtà che si compone di gatti, di famiglia, di case che non sono perfetti set, ma spazi che parlano di noi e di come siamo: come professionisti, ma anche come persone.”

Che cosa raccontano di me i barattoli di vetro pieni di cereali, spezie e legumi, che campeggiano dietro al mio volto in ogni mia diretta su Instagram? E i faldoni rosa, coordinati alle tende, e le illustrazioni delle balene che i miei studenti vedono quando insegno loro – a distanza – come diventare dei bravi social media manager? Che cosa pensano i miei clienti quando mia figlia irrompe durante una call per una coccola, un abbraccio, per rassicurarsi con la presenza della mamma? E la mia psicoterapeuta, quando lo schermo delle nostre sedute via Skype viene invaso dal pelo fulvo del mio gatto che ci si piazza davanti?

Mi chiedo spesso cosa diventeranno le nostre case nei prossimi anni. Me lo chiedo io che ho allestito la cucina in modo da poter avere tanti ospiti a cena, e che sento la mancanza di poter invitare gli amici e fargli provare nuove ricette. Cambierà la geografia dei nostri appartamenti? Sicuramente, se avessi la bacchetta magica, farei comparire un giardino: la natura è la cosa di cui ho più sentito la necessità durante i due lunghi mesi di clausura casalinga. Per compensare, ho investito – energie, tempo e denaro – sul balcone che quando ho comprato casa avevo quasi snobbato.

Sto pensando anche di acquistare un proiettore e un telo, perché – e il solo pensiero mi trafigge di tristezza – credo che anche il cinema, come il teatro, rimarrà per un po’ un lontano ricordo. Potremo riconvertire le nostre case alla funzione parziale di luoghi di cultura? Perderemo tanto, ma forse acquisteremo qualcosa: qui nel mio quartiere, Dergano, si parla da settimane di trasformare la rassegna del Cinema di Ringhiera, che da anni allieta i nostri cortili, con una modalità che possa permetterne la fruizione da balconi e finestre. Qualcuno vorrebbe riaprire i drive-in, estendendo questa modalità a teatro e concerti: anche l’auto, d’altra parte, è un micromondo che spesso si considera estensione della casa.

Sono andata a rileggere la spiegazione del vocabolo sul sito di Una parola al giorno, e un concetto mi è piaciuto più di tutti:

“La casa latina, diciamocelo, non è un gran che. È la capanna, un’abitazione modesta, dappoco. […] Ma è bello soffermarsi a pensare questo: rispetto al maniero avito, residenza immobile di una stirpe da innumerevoli generazioni, rispetto alla villa, estro dell’architetto, continuamente comprata e venduta, rispetto al condominio, intreccio di storie in un contesto fisso, la capanna, la casupola, l’abitazione povera riesce forse meglio a trasmettere l’idea di un’abitazione vissuta, che viene allargata e modificata a seconda delle necessità della famiglia che la abita, adatta a seguirne plasticamente la vita. In quest’ottica l’oggetto-casa calza perfettamente sul concetto di identità, che continuamente cambia e si riassesta, pur rimanendo sempre la stessa.”

Lungi dalla retorica del “ne usciremo migliori”, o dell’“andrà tutto bene”, questa situazione inedita e ansiogena ci potrebbe dare una nuova spinta. Riportarci dentro noi stessi, e nel nucleo dei nostri affetti.

Myriam Sabolla

CultureFuture

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