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Le immagini nella prima arte islamica: erano davvero proibite?

By 28 Giugno 2019 No Comments

La parola ‘immagine’, nella cultura islamica, significa la rappresentazione di figure umane o animali con il respiro dello spirito vitale (rûh) – da cui si ricava che solo la raffigurazione di esseri umani o animali può essere definita ‘immagine’.

 

Per comprendere l’atteggiamento islamico verso le immagini è essenziale far riferimento alle più importanti fonti dottrinali dell’Islam: specificamente il Corano (la scrittura rivelata), e Hadith (la raccolta degli insegnamenti, atti e detti del profeta Maometto).

Non esiste un trattato rilevante sulle immagini nella dottrina islamica. Il Corano, che di norma si occupa piuttosto intensamente di vari aspetti della vita, non esprime quasi nulla sulle rappresentazioni per immagini e si potrebbe concludere che, al tempo di Maometto, la questione della creatività artistica e delle immagini semplicemente non emerse come elemento significativo che richiedesse qualche forma di sentenza o legislazione. Perfino gli Hadith, relativi le immagini, non contenuti in un capitolo specifico, ma in quelli sul vestirsi o sul comportarsi.

In tempi preislamici gli Arabi erano dediti all’idolatria pagana e all’adorazione delle pietre. Influenze Ebraiche e Cristiane erano diffuse, tuttavia pratiche e credenze pagane prevalevano. È per questo che il messaggio del Corano era diretto alla lotta contro il paganesimo e l’idolatria. La prima delle due Sure spesso utilizzata per confermare l’aniconismo nella cultura islamica, è relativa, soprattutto, alla questione del politeismo:

“O voi che credete, in verità il vino, il gioco d’azzardo, le pietre idolatriche, le frecce divinatorie sono immonde opere di Satana. Evitatele affinché possiate prosperare”

(Corano, 5:90).

Come si vede questi versi si riferiscono agli altari di pietra, mentre le immagini non sono menzionate.

La seconda Sura, che in qualche misura fa riferimento alla questione delle rappresentazioni figurative, racconta del primo iconoclasma messo in atto da Abramo.

“Quando disse a suo padre e alla sua gente:

‘Cosa sono queste statue in cui credete?’.

Risposero: ‘Trovammo i nostri avi che le adoravano’.

Disse: ‘Certo che siete stati nell’errore più palese, voi e i vostri avi’ (…). E [giuro] per Allah che tramerò contro i vostri idoli non appena volterete le spalle!’. E infatti li ridusse in briciole …”

(Corano, 21:52-58).

Nelle due Sure prese in esame le parole che significano ‘idoli’, usate come giustificazione dell’aniconismo, sono “al-ansab” e “al-asnam”, che significano rappresentazioni, statue o dipinti, utilizzate per l’adorazione dei fedeli. Ancora, qui il Corano si oppone all’idolatria, ma non rigetta l’arte in quanto tale. Eppure sono questi i passaggi usati per opporsi alle immagini.

 

L’idea del ‘ritorno’ alla religione primordiale di Abramo (Ibrahim) esercitò una forte influenza sulla formazione dell’Islam: il profeta Maometto era presumibilmente uno degli Hanif, un gruppo che non accettava l’idolatria e che manteneva le credenze puramente monoteistiche del patriarca Abramo. Dal momento che Abramo era fondamentale, il profeta dell’Islam replicò la sua azione iconoclastica. Secondo Azraki, uno dei primi scrittori islamici, dopo il suo ingresso trionfale alla Mecca nell’anno 630 Maometto girò intorno alla Kaaba con il suo cammello, fece cadere i 360 idoli colpendoli con il frustino mentre recitava questi versi del Corano: “La verità è giusta e la falsità è svanita; per certo la falsità [è cosa che] svanisce”. Tuttavia, pose le mani su un’immagine della Vergine con Gesù seduto in grembo, e disse: “cancellate tutti i dipinti tranne quelli sotto le mie mani”. Grabar ritiene che lo stesso fatto che Maometto abbia lasciato un’immagine della Vergine con il Bambino suggerisce che la rappresentazione in sé non costituisce una minaccia alla sua visione della fede.

 

Come per gli Hadith che si basavano su numerose narrazioni, i saggi li diffusero oralmente attraverso le generazioni. Ne risultarono cinque Sunni e quattro Shia, concordati come testi canonici. Nella tradizione Sciita, in contrasto con quella Sunnita, gli Hadith contengono non soltanto le parole dei Profeti ma anche i rilievi degli Imam. Nonostante tutte le differenze in entrambe le tradizioni, le collezioni di Hadith Sciiti e Sunniti presentano molte similitudini quanto ai contenuti. Gli Hadith sono la seconda autorevole e rispettabile fonte dottrinaria islamica dopo il Corano.

 

Su questa base si possono distinguere tre aspetti principali dell’aniconismo che emerse nel primo Islam: la proibizione di creare idoli, l’empietà e impurità di ogni immagine, e il pericolo di mostrarsi competitivi e impudenti verso Dio. Le opinioni e i rilievi dei teologi che si occuparono di aniconismo finirono per influenzare la società – sebbene non vi fosse una totale proibizione nei confronti delle immagini né iconoclasma, eppure l’arte figurativa fu esclusa dalle moschee e dai luoghi pubblici per renderli ritualmente validi e puri.

 

Come sappiamo, dipingere è lecito solo in assenza di figure animali o umane. In uno degli Hadith si racconta che un pittore, che viveva del proprio lavoro, si recò da Ibn Abbas in cerca di consigli. Ibn Abbas gli disse: “Se insisti a creare dipinti ti suggerisco di ritrarre alberi e ogni altro oggetto inanimato”. Tuttavia c’è un’altra versione di questa storia, in cui Ibn Abbas suggerisce di dipingere figure animate senza testa o di farle sembrare delle piante. In effetti questo metodo di decapitare le immagini è molto ben conosciuto e diffuso. La decapitazione di figure animali o umane le fa apparire prive di vita, per cui è ammissibile.

 

Ci sono ulteriori opinioni sull’emersione dell’aniconismo nel primo Islam. Oleg Grabar crede che “la formazione dell’attitudine islamica nei confronti dell’arte non fu il risultato di una dottrina né di una precisa influenza intellettuale o religiosa”. Sostiene che “fu piuttosto il risultato dell’impatto delle arti prevalenti sugli Arabi”. Per esempio la riforma monetaria di Abd al-Malik costituì un punto fermo, che si sviluppò nella società islamica, secondo il quale l’adozione di un sistema visivo intelligibile di scrittura e oggetti inanimati avrebbe evitato la confusione con l’ideologia e l’iconografia cristiana o pagana.

 

Pertanto, sotto l’influenza della cultura cristiana contemporanea l’Islam cercava di generare simboli visivi ufficiali del proprio sistema, ma non poteva svilupparne di rappresentativi a causa di circostanze specifiche – in particolare la concorrenza insostenibile con la sofisticata iconografia cristiana, la debolezza visiva del proprio passato arabo, privo di un linguaggio rappresentativo peculiare che potesse consentire lo sviluppo – sulle proprie basi – di forme simboliche nuove e al tempo stesso comprensibili.

 

Almir Ibric, inoltre, dichiara che l’enfasi sulla trascendenza di Dio sia uno degli elementi cruciali della discussione sull’aniconismo. Il fatto che nell’Islam Dio sia considerato trascendente significa anche che non possa essere rappresentato visivamente. La trascendenza si è innestata progressivamente nella mentalità attraverso la preghiera e i riti obbligatori, come il percorso ricircolare attorno alla Kaaba. In questo modo l’idea astratta si è sviluppata, concretandosi nella successiva arte islamica non figurativa.

 

Nonostante la varietà impressionante di motivi, Oleg Grabar li raggruppò in tre categorie. La prima è più estesa consiste nei motivi vegetali: mentre palme e palmette, foglie e cespugli d’uva, e rosette predominano, quasi ogni motivo dall’origine vegetale tratto dall’arte decorativa classica, bizantina, sassanide, asiatica e possibilmente indiana può essere ritrovato almeno una volta anche nell’arte islamica.

 

Il secondo gruppo di motivi consiste nei disegni geometrici, i quali possono decorare cornici per altri tipi di ornamento, o un intero disegno come avviene nei mosaici o nelle finestre. Ci son due ipotesi su quest’arte dei motivi. Uno è che si tratti dello spostamento dell’arte pre-islamica su un altro mezzo. Tuttavia, secondo Ibric, la geometria permetteva di incorporare l’armonia, che nella filosofia islamica è l’espressione della giustizia divina, il riflesso della pace interiore e il riferimento al Paradiso. Pertanto, qui l’arte non-figurativa si offre come un faro che dovrebbe guidare l’artista verso “modi d’espressione artistica più elevati”, e verso l’unificazione con Allah.

 

Il terzo gruppo di motivi è una categoria miscellanea. Ci sono tutti i tipi di motivi come tratteggi o punti nella ceramica, il motivo di un’arcata nei manoscritti, così come disegni occasionali con animali o esseri umani.

 

In ultima analisi, è importante affermare ancora una volta che il Corano non offre alcun giudizio sulle figure rappresentative – si oppone soltanto alle immagini scolpite e all’idolatria, mentre le idee aniconiche dell’Islam provengono dalle collezioni di Hadith sia Sunnite che Sciite. La prospettiva ebraica, senza dubbio, esercitò un impatto sulla filosofia islamica, ma è necessario sottolineare che il linguaggio iconografico islamico si sviluppò come reazione all’arte cristiana che si presentava molto sofisticata.

 

D’altra parte lo stesso Corano non è mai stato fonte per illustrazioni: dal momento che la sua bellezza e unicità risiedono principalmente nel fascino acustico. Pertanto non c’era alcun bisogno speciale o domanda di arte figurativa complessa. Al contrario, dato l’elemento di fondo dell’Islam, ossia la ripetizione, lo sviluppo dell’arte non-figurativa avvenne per incorporare armonia, giustizia divina e per simboleggiare il Paradiso.

 

Nonostante i disegni non-figurativi fossero in genere dominanti, vi sono sempre state eccezioni decorate con figure rappresentative. La scelta deliberata di evitare la rappresentazione nella prima arte islamica condusse alla modifica del ventaglio iconografico, colmato di straordinaria valenza simbolica attribuita a forme già conosciute o nuove.

 

Così, nei primi anni dell’Islam le immagini rappresentative erano accettabili, purché non fossero concepite per finalità religiose. Più avanti l’Islam adottò una posizione contraria alla rappresentazione anche nell’arte secolare, e l’esclusione di tutti i motivi figurativi dall’arte religiosa; eppure quest’attitudine non deve essere necessariamente considerata iconoclastica in senso stretto.

 

 

Varvara Garib

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