Lettera a Napoli

Lettera a Napoli

Cara Napoli,

ci siamo finalmente incontrate, io e te, faccia a faccia, in una soleggiata giornata di inverno. Ti ho vista dall’alto, salendo centinaia di scale tra gli stretti viottoli che ti attraversano la pancia e i ciottoli delle strade non asfaltate che trasudano di acqua e melma caduta dal cielo durante la notte.

Ma oggi è una giornata meravigliosa, e Tu sembri così felice e piena di vita. Ti guardo dall’alto, il Mar Tirreno che ti bagna dolcemente e Tu, vanitosa, che ti specchi nei suoi occhi blu. Il sole è alto nel cielo e con i suoi raggi bagna la miriade di case che hai nel grembo. Sembrano piccole stelle luccicanti, ed è facile sentirne l’odore dei camini accesi, quell’intenso profumo di legna che brucia all’interno dei salotti dove grasse signore stanno sedute leggendo il giornale, giocando a carte o accomodando il loro impolverato corredo. Gli uomini si rifugiano nei vecchi bar dalle insegne sgangherate, i volti segnati dal tempo, lo sguardo serio e i calli alle mani. Li sento gridare parole a me straniere; non ho idea di quello che si stiano dicendo ma sembrano felici. Condividono un caffè e un babà mentre discutono guardando la tv; in diretta c’è la partita.

Mi sei sembrata così sfacciata e senza vergogna: le prostitute a cielo aperto che fumano sigarette e che lanciano i mozziconi per strada, i bambini che urlano bestemmie e i motorini che sfrecciano frettolosamente trasportando passeggeri senza casco. Li ho visti, sai, quei due ragazzi che incuranti di tutto e di tutti hanno lanciato a terra una bottiglietta di plastica e una lattina di Coca-Cola. I padroni lasciano i propri cani liberi di orinare sulle pareti di vecchie chiese decrepite. Dovrei dirti che sono arrabbiata nel vedere come ti sei lasciata andare, come non ti stai prendendo cura dei tuoi meravigliosi palazzi, dei peristili, dei giardini e delle chiese.

Ma come posso dirti tutte queste cose, sapendo che è proprio ciò che mi ha fatto innamorare di te? Sarei bugiarda nel non affermare che la tua sfrontatezza e la tua estrema sincerità mi hanno disarmata e spogliata. Sono rimasta senza parole nel vedere quanto la tua gente e la loro cultura siano così lontane dalla mia, eppure, in qualche modo, così vicine. Sei come un bambino a cui non è mai stato detto cosa fare e come comportarsi ma ha imparato a camminare da solo, a sbagliare eppure a continuare felicemente a vivere. Sei una donna selvaggia, senza veli e senza vergogne, osservata da lontano dalla vetta del Vesuvio che ribolle sotto ai tuoi piedi. Ti ritrovo in quelle migliaia di pizze che ogni giorno vengono sfornate da esperti “pizzaiuoli”, nell’oro che fa da cornice ai palchi del Teatro San Carlo, nei panni stesi dai terrazzi di vecchie case fatiscenti o nella vista magica che posso osservare dal tetto del Museo MADRE.

Ti ho chiesto di raccontarti e mi hai guardata silenziosamente mentre mi perdevo nella notte tra le luci dei lampioni. Mi hai fatta abbracciare da una brezza tiepida e leggera che sapeva di salsedine e poi mi hai salutata con il rombo degli autobus e il clacson dei motorini che viaggiano per le strade. Me ne sono andata non senza versare una lacrima, con una stretta nel cuore e il presentimento che non sarebbe stato un addio ma più probabilmente un meraviglioso arrivederci.

Grazie.

 

 

Chiara Amatori

Tools For Culture

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