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Liberate il Louvre dalla Gioconda (sarebbe uno scempio o una svolta?)

By 19 Dicembre 2019 No Comments

Le nozze di Cana di Veronese, imponente e discusso capolavoro del Cinquecento italiano, è oggi, con tutta probabilità, tra le opere d’arte che vedono più spalle e meno sguardi all’interno di un grande museo. Al Louvre, lo splendido convito è, proporzionalmente al suo inconfutabile livello qualitativo, oscurato in modo brutale da lei, l’unica, l’inimitabile, la sibillina: Monna Lisa Gherardini, troppo nota come La Gioconda. Senza insistere più di tanto sulla sua fama scarnificante, che serpeggia lungo il Novecento, la rivediamo a partire da L.H.O.O.Q di Marcel Duchamp che la riproduce fedelmente con un dolce mustache alla francese, per arrivare alle serigrafie sbiadite di Warhol, alla versione irrobustita di Botero, all’immagine graffiata ma riconoscibile di Basquiat, a quella gemella di Dalì o al piccolo vibrante quadretto di Keith Haring. Insomma, che gran terreno fertile per intuizioni e riletture, eppure – incredibile ma vero -, è proprio l’originale leonardesco a calamitare folle brulicanti di turisti da tutto il mondo. C’è qualcosa di male?

Il santuario delle meraviglie di ogni tempo, il Musée du Louvre, è grande, mastodontico, esotico (basti pensare alle sedi decentrate che hanno ceduto persino al fascino del medio oriente); come può non avere più spazio per questi 10 milioni di visitatori l’anno? Proprio nel 2019, in occasione del cinquecentenario dalla morte di Leonardo e delle infinite celebrazioni e iniziative correlate, Jason Farago, affermato critico del New York Times, sceglie di dire con durezza l’impensabile. Uno degli aspetti su cui sceglie di calcare la mano nel suo articolo è il bene del museo e del suo tesoro; secondo Farago, la Gioconda, che già di per sé necessiterebbe un ridimensionamento di reputazione, con le sue manie di protagonismo starebbe danneggiando la struttura stessa del Museo, mettendo fuori fuoco la gran parte della sconfinata collezione, compresi gli altri illustri capolavori competitor. Potremmo dire che se il Louvre è un santuario, la Gioconda è l’emblema massimo di una sacra reliquia, che si offre come meta di pellegrinaggi parigini di massa, originanti da ogni dove del globo.

Il velo di mistero che ruota intorno alla figura di Leonardo, le immagini sospese e incerte, i paesaggi geologici, il non finito, gli affreschi che si dissolvono, il Codice da Vinci hanno sicuramente contribuito a mitizzarne l’idea. L’immagine poi, un olio complesso di 70×30 centimetri, è diventata un’icona, la più vista e desiderata dell’epoca contemporanea. L’opera, nonostante i diversi tentativi di riallestimento, risulta ancora oggi persa nei meandri della più grande collezione d’arte in Europa, esposta in un palazzo labirintico e a sua volta opera d’arte “contenitore”. Il Louvre è “pop” (non a caso si reinventa scenografia del videoclip virale di Jay-Z e Beyoncè), la piramide di I.M. Pei è “pop”, la Gioconda è “pop”.

E se troppo “pop” su “pop” finisse per annullarsi? Farago ha la soluzione: è giunto il momento che la Gioconda migri altrove, possibilmente in uno sfavillante padiglione appositamente dedicato, che l’istituzione madre potrebbe pensare di progettare e realizzare, senza intoppi né organizzativi né tantomeno finanziari. Perché il museo dei record dovrebbe oltrepassare il punto di non ritorno e implodere nelle difficoltà di gestione e nell’assoluta svalorizzazione dei suoi tesori? Considerando che l’80% circa dei visitatori del Louvre acquista un biglietto e fa una discreta coda quasi esclusivamente per trovarsi faccia a faccia con la Gioconda, non può che prevalere un senso di insoddisfazione diffuso se si riflette sulle condizioni di fruizione: un piccolo quadro che si può osservare da non meno di tre metri di distanza (assolutamente insufficienti per cogliere qualsiasi qualità dell’opera), per non più di cinque secondi in media, immersi in una folla scalpitante e strepitante, avvolti dal brusio, relegati dietro una muraglia di smartphone.

In questo senso viene facile sposare la filosofia del cambiamento drastico proposta da Farago; la Gioconda, secondo lui, messa in relazione all’epoca del turismo di massa e dell’ostentazione mediatica, è diventata un elemento di ribaltamento in negativo del museo intero. Lo testimonia in modo emblematico l’ultimo spostamento dell’opera per motivi di riallestimento (2018): messa vicino alla collezione fiamminga, ha trasformato immediatamente tutto il circondario in decorazione, oltre a generare diverse situazioni problematiche a livello organizzativo e gestionale.

Oggi la Gioconda, per la quale è stata ripristinata la posizione originaria, è comunque la meta di un lungo percorso obbligatorio da fare in coda e in condizioni di sovraffollamento. Sostiene Farago che il quadro, da non annoverare tra i più interessanti di Leonardo, avrebbe solo la colpa, in quel contesto, di essere troppo popolare e di aver completamente adombrato negli anni gli attigui cugini veneziani. In un certo senso, il Louvre rischia di esplodere di visitatori, ma non di autentici fruitori dei tesori della sua collezione. Piuttosto si tratta di grandi numeri di automi disinteressati, che hanno bisogno di mettere un “tick” sulle cose assolutamente-da-vedere a Parigi.

Farago riflette, e noi pure: in effetti, perché non venire incontro alla massa evitandole corridoi infiniti di Medioevo e di Antico Egitto? Perché non venire incontro ai fruitori di un grande museo di fama mondiale, permettendo loro di godere veramente di una collezione eccezionale e, in un’altra sede, della fama tutta autonoma di Monna Lisa? Impossibile non considerare i problemi filologici e cronologici legati a quello che sarebbe la separazione epocale di un’opera parte integrante di una collezione cinquecentesca e al tempo stesso simbolo iconico estremizzato di una realtà museale. Ma, facile a dirsi, i tempi cambiano e la cultura evolve i suoi mezzi. Al Louvre le idee non mancano, i soldi nemmeno e l’attitude contemporanea sembra emergere senza sforzi nell’ultimo decennio. Per questo un nuovo posizionamento, pensato e progettato con coerenza, potrebbe essere la via conciliativa per puntare a riconferire dignità all’opera, al museo e ai visitatori di entrambi i livelli.

A questo scopo si potrebbe riflettere su una serie di soluzioni intermedie: biglietti esclusivi, code parallele, ingressi a tempo, che sembrerebbero proporsi come i veicoli più logici per attutire un problema di sovraffollamento. Tuttavia, ribadisce Farago, questi escamotage temporanei non sarebbero sufficienti a risolvere il vero problema cruciale del museo: la Gioconda stessa. Inevitabilmente la parabola del turismo di massa e i suoi numeri in crescita progressiva porteranno a impossibilitarne una fruizione degna, che già adesso risulta ampiamente compromessa; per non parlare della valorizzazione completamente assente e delle misure di tutela e conservazione esposte in proporzione a rischi sempre maggiori.

Senza avvicinarsi minimamente a soluzioni moderate, dunque, Farago parla a bruciapelo di un padiglione autonomo il cui accesso potrebbe essere regolato dalla stessa biglietteria del Louvre. Uno spazio nuovo, intelligente e curato appositamente per Lei, renderebbe di fatto più probabili ed efficaci interventi di valorizzazione che riportino la Gioconda al centro delle dinamiche contemporanee: postazioni interattive, realtà aumentata, mostre collaterali dedicate, insomma, tentativi di varia natura per riportare al centro il dibattito secolare su questa donna mistica e indecifrabile. Farlo con questa inclinazione e con questi mezzi significherebbe incentivare la creazione di tesi, di relazioni, di nuovi sensi e di possibili visioni, che riporterebbero un’opera frutto di continui sguardi superficiali ad arrogarsi il diritto di creare impatto culturale.

Le proposte di Farago, bisogna dire, sono intrise di un sarcasmo acuto e, sfruttando il dispositivo della provocazione, fanno leva sulle tante disponibilità economiche, di brand, di sponsor, di prestigio e di popolarità che il Louvre dimostra di avere e che potrebbe applicare in questa direzione necessaria. Effettivamente un nuovo padiglione, magari non troppo distante nello spazio e nel concetto, diventerebbe una destinazione estremamente popolare, forse addirittura presa d’assalto. Da chi? Da tutti i turisti che avrebbero messo piede al Louvre solo per Lei, da tutti quelli che non lo avrebbero fatto spaventati dalla folla fagocitante, da tutti quelli che sceglierebbero di visitare il museo storico e anche il suo nuovissimo e avveniristico padiglione dedicato alla Gioconda.

Allora proviamo a fare questo enorme sforzo di immaginazione: il Louvre vissuto in modo consapevole, con una visita soddisfacente, con i suoi visitatori, con i suoi introiti, con la sua chiara fama invariata, senza delirio, senza frenesia, senza noia, senza incoscienza, senza fatica. Poi la Gioconda vista da vicino (anche se non troppo), in un luogo che ne esalti le qualità e le potenzialità, educativa, valorizzata, controllata, spiegata, capita, indagata, vissuta, interattiva, contemporanea, libera. Un museo che torna museo, un capolavoro che riconquista la dignità di un capolavoro.

Chi arriva agonizzante a vedere la Gioconda ne rimane deluso, ma siamo ancora in tempo: se ci si può chiedere perché, ci si può chiedere anche come cambiare davvero. Monna Lisa, che ne dici di un po’ di aria nuova?

Ilaria Sola

CultureFuture

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