Libri come felicità

Una parola dall'arte e dagli artisti.

Libri come felicità
Libri come felicità

Siamo giunti alla IX edizione di Libri Come, a cura di Marino Sinibaldi, Michele De Mieri e Rosa Polacco, che ha portato a Roma i libri, gli autori, i lettori, in una grande Festa della Lettura che per quattro giorni, dal 15 al 18 marzo, ha invaso gli spazi e le sale dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. È stata questa l’occasione per farsi delle domande intorno ad un tema, e quello di quest’anno è stato un grande tema: LA FELICITÀ. Definire la felicità è quasi impossibile ma la scelta del tema è subito chiara: l’obiettivo è quello di capire qual è la felicità oggi possibile e che esperienza di felicità rappresentano la scrittura, la lettura, la cultura. Di quanta e quale felicità abbiamo bisogno? Come si può raggiungere la felicità? Qual è il rapporto tra la nostra felicità e quella dell’altro? In che modo la letteratura, la cultura, l’arte ci possono aiutare a raggiungerla? Le domande sorgono spontanee e già metà dell’obiettivo di questa Festa del Libro è stato raggiunto: far pensare, incuriosire. La curiosità è lo spirito di questa festa che ci invita ad andare oltre quello che già sappiamo, conoscere altri autori e avvicinarsi a diverse tematiche per scoprire qualcosa di nuovo e magari bellissimo, o forse non piacevole ma che attivi qualcosa nella nostra testa, che ci faccia pensare e riflettere.

I protagonisti di questa festa avranno il compito di dare una loro personale risposta. Come ogni anno si è chiesto ai protagonisti della Festa di sfogliare il tema al centro di lezioni, presentazioni, dialoghi, reading, come del resto sono state presentate le novità in libreria, i libri più attesi e quelli che già fanno parlare di sé. LIBRI COME non ha un codice netto e rigido, è una festa che si costituisce ogni minuto attraverso presentazioni, letture, dialoghi, interviste, lezioni, performance, mostre e tanto altro.

All’incontro di venerdì 16 marzo delle ore 18.30, dal titolo ARTE E FELICITÀ, Elena del Drago, storica dell’arte contemporanea, giornalista e conduttrice radiofonica di Rai Radio 3, intervista gli artisti italiani di fama internazionale Michelangelo Pistoletto ed Emilio Isgrò, entrambi artisti dell’anno di Radio 3 rispettivamente nel 2011 e nel 2014.
Come da prassi l’intervista inizia con una digressione sulla vita degli artisti e sulla loro opera peculiare. La prima domanda è subito quella cruciale, “cos’è per te la felicità?”. Una parola estesa che va declinata, risponde Pistoletto, il quale racconta un episodio della sua vita passata quando alla fine di un incontro con degli studenti di architettura, un piccolo gruppo di questi giovani gli chiese semplicemente “ma lei è felice?”. A quella domanda così semplice e complicata allo stesso tempo, il maestro, dopo che il suo discorso si era concentrato sulla possibilità di trasformare la società attraverso l’arte, rispose affermativamente. Egli non sapeva se davvero sarebbe riuscito a cambiare il mondo con l’arte ma il fatto stesso di provarci lo rendeva felice. “La felicità sta nel processo stesso della creazione artistica”.

“Cosa è che rende felice un artista?” si chiede Emilio Isgrò, “avere la certezza che non ha parlato solo per sé”. Questo piacere creativo che invade l’artista e gli permette di realizzare la sua opera è piacere contagioso che genera energia e che si trasmette a chi fruisce dell’arte, a chi la guarda, la scruta, la ammira e ne entra a far parte.

Dalla dimensione collettiva dell’arte evidenziata nel primo intervento degli artisti si passa a quella personale, individuale, la solitudine prima della creazione, prima della felicità del successo o al contrario della delusione dell’insuccesso. Si ripercorrono le vite dei maestri per arrivare alla genesi delle loro opere più importanti. Così Pistoletto racconta la sua infanzia tra l’educazione cattolico-fascista e la guerra, lo sciopero culturale di fronte allo scempio del secondo conflitto mondiale, e ancora gli insegnamenti del padre pittore e l’esperienza alla scuola di Pubblicità di Armando Testa. È qui che avviene lo studio serio e approfondito dell’arte moderna che per il maestro significa la scoperta di sé, che è poi il mezzo per scoprire il mondo intorno a sé. Il viaggio attraverso l’arte italiana vede la figura centro della rappresentazione. Pistoletto narra come la conoscenza dell’arte moderna e del sé lo portarono a concentrarsi sulla sua figura e quindi sull’autoritratto attraverso, naturalmente, lo specchio. Ancora però c’era qualcosa di distorto e falsato. L’atto dell’autorappresentarsi attraverso la pittura costituiva infatti una violenza, un atto volontaristico che imponeva e non scopriva l’identità. Di qui la superficie specchiante si trasforma in tela, che mostra senza violenze il sé e il mondo intorno.

Diversa l’opera di Isgrò il cui atto è quello della cancellazione iniziata nel 1971 con l’opera Dichiaro di non essere Emilio Isgrò. Il maestro quasi anticipa e si emancipa dalla globalizzazione che presto fagociterà anche l’artista. L’opera di Isgrò trae origine dal dubbio che lo attanaglia rispetto al linguaggio, un dubbio che lo porta alla cancellazione delle parole insieme a tutto il mondo. Anche con Isgrò si scava nel passato fino ad arrivare alla sua decisione di diventare artista come scelta dettata dalla pigrizia. Ma non lasciamoci ingannare, questa pigrizia è la figlia diretta dell’otium latino, momento sublime, libero dalla fatica, in cui nascono le opere più belle di sempre. È solo da questo stato di disinteressato amore che può nascere qualcosa di utile per gli altri. Solo credendo nell’arte e nella cultura si può eliminare tutta l’ideologia, è l’arte stessa che ci aiuta a creare l’utile per gli altri senza fini personali.

L’ultima fase dell’incontro vede la presentazione dei libri dei due maestri: Ominiteismo e demopraxia (edito da Chiarelettere) e Autocurriculum (edito da Sellerio). Nel primo Pistoletto narra dell’apertura del suo studio ai giovani artisti. Nella sua città dell’arte, nei pressi di Biella, c’è connessione attiva con tutti gli ambiti della vita artistica e sociale. Nel momento in cui il maestro dovette trovare un simbolo per tale esperienza, scelse quello del Terzo Paradiso che racchiude dentro di sé infinito ed esperienza. Esso infatti è costituito da una linea dell’infinito tracciata due volte, come se al centro del simbolo dell’infinito si fosse insinuato un terzo cerchio rappresentate la vita. L’infinito è connesso con la nostra realtà ma ne costituisce i due opposti: il cerchio centrale è la creazione che si trova tra tutto ciò che di infinito c’è prima e dopo. Il Terzo Paradiso è la rappresentazione anche dell’uomo e della donna che danno origine ad una nuova vita, della tesi e dell’antitesi dalla quale si origina la sintesi. Pistoletto ha creato una nuova scienza che è la ‘trinamica’, la dinamica del numero tre.

“Con la cancellatura ho arato il campo delle parole” così dichiara Isgrò. Dalla sua educazione letteraria, accurata e profonda, il maestro dedusse l’importanza della parola e il pericolo che correva e corre in una civiltà prettamente visiva come quella che dagli anni sessanta del novecento ha iniziato a dominare la civiltà partendo da quella americana, storicamente legata alle immagini come mezzo di comunicazione per popolazioni provenienti da parte del mondo diverse. Ma la parola ha potenza creativa, definisce e allo stesso tempo crea. Nella nostra società la parola è in grandissimo pericolo. Proprio per questo la cancellatura non è una condizione permanente ma quasi una protezione temporanea pronta ad essere tirata via nel momento del bisogno. E questo è il momento del bisogno, questo è il momento di riprendere il linguaggio e parlare. Perché nel mondo della comunicazione globale e del messaggio istantaneo non c’è più dialogo, la società sempre più disumana, quasi come in un film di fantascienza, non parla. Il ceto medio abbandonato a se stesso si lascia trascinare da forme di razzismo e negazione di qualsiasi speranza. “In un momento del genere l’arte deve tener desta la scintilla di umanità che c’è in ognuno di noi. Bisogna tornare a parlare”.

L’invito con cui Isgrò chiude l’intervista risuona forte e deciso. L’annichilimento mangia da anni la società, le persone si sono perse nel mondo della comunicazione digitale e hanno smarrito il senso della vita reale, ma soprattutto delle relazioni umane. Sempre più soli e solipsistici, spesso il nostro disagio deriva dalla mancanza di condivisione, dal tenere un mondo dentro una scatola di ossa e carne che non può contenere da sola tutto il positivo e il negativo che quotidianamente viviamo. L’uomo sta abbandonando il suo essere sensibile portandosi dietro gli strascichi logoranti della perdita graduale di una parte di sé. Perché? La paura o la noia potrebbero essere le grandi nemiche dell’animo umano che sempre più si chiude in sé stesso.

L’invito è: PARLATE, perché nell’altro ci può essere un mondo meraviglioso e vale la pena correre il rischio di esporsi per scoprirlo.

L’invito è: LEGGETE, perché nella letteratura ci siete voi e il mondo intorno a voi portato alla luce come se fosse il vostro stesso animo a scrivere.

L’invito: è AGITE, perché nell’atto e nel processo c’è la felicità.

 

 

Maria Gabriella D’Auria

Tools For Culture

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Tools for Culture è un’organizzazione non profit attiva nel campo della ricerca, della consulenza e della formazione per l’economia, il management e le politiche dell’arte e della cultura. Il suo obiettivo è contribuire a estrarre il valore dalle risorse creative e culturali, rafforzando il loro impatto sulla qualità della vita, stimolando la creazione e il consolidamento di un network di professionisti, imprese e competenze, e fornendo assistenza strategica e tecnica in campo culturale.

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