L’inquinamento della (finta) valorizzazione. Il caso di Castel Sant’Angelo

L’inquinamento della (finta) valorizzazione. Il caso di Castel Sant’Angelo

Chiunque a Roma abbia studiato storia dell’arte e/o archeologia ha subìto il luogo comune della cultura come petrolio del Paese. Il petrolio però inquina, e così anche la finta valorizzazione dei beni culturali che, attualmente, altro non è che la mera messa a reddito del patrimonio. Finta perché non finalizzata alla conoscenza e alla diffusione della consapevolezza del valore, pregio e fragilità delle nostre bellezze, ma volta solo al ricavo a discapito della conservazione, che è costosa e poco redditizia.

I risultati della promozione del brand Italia sono grotteschi e, ai miei occhi così come a quelli dei miei colleghi, deprimenti. Negli ultimi anni il patrimonio artistico è stato messo nello stesso calderone del food and bevarage e il risultato è il seguente: le città d’arte sono costantemente preda di orde fameliche di turisti accaldati e svogliati, più interessati al (finto) Italian life style (e si torna sempre al cibo e al vino, spesso di pessima qualità) che al contesto.

Incapaci di decodificare dove sono e cosa hanno dinnanzi questi “Grand Touristi 2.0” si muovono ciecamente per Roma, Venezia, Firenze e Napoli (Pisa esclusa perché i pullman fermano solo a Piazza dei Miracoli scaricando passeggeri ansiosi di farsi fotografare mentre fingono di sorreggere la Torre). Gruppi organizzati di tutte le età e latitudini si accalcano dentro i “grandi attrattori” senza saperne nulla circa la storia e il contenuto ma smaniosi di pubblicare reportage con l’accattivante hashtag AcientRome.

Nello specifico del contesto romano, Castel Sant’ Angelo è, purtroppo, un grande attrattore e in quanto tale è afflitto da tutti i mali dell’inquinamento della (finta) valorizzazione. Riassumere la storia di un monumento che è emblema della stratificazione storica di Roma, se non impossibile è certamente faticoso. Tuttavia basti pensare che la prima fondazione della «Gran Mole», cosi la chiama Vasari, risale al 123 d.C. quando l’imperatore Adriano la costruì per ospitare le proprie spoglie e quelle della sua famiglia.

Fortezza militare fino al XV secolo, dal XVI inizia ad essere trasformazione in residenza papale. Dapprima fu papa Giulio II (1503-1513) ad adattare gli ambienti preesistenti alle esigenze proprie e della corte anche se fu con Paolo III Farnese (1534-1549) che avvenne la definitiva trasformazione da rocca a palazzo papale.

Le mani e le menti dei più talentuosi artisti del XVI secolo si sono alternate in questo luogo: Michelangelo, Giulio Romano, Antonio da Sangallo il Giovane, Raffaello da Montelupo, Perin del Vaga, Girolamo Siciolante e Pellegrino Tibaldi sono i più noti senza dimenticare le anonime ma specializzatissime maestranze delle rispettive équipes.

Eppure, è come se la pregevolezza e unicità delle architetture e degli affreschi non venisse apprezzata, compresa, percepita dai primi fruitori del sito, i turisti. Come da foto, l’edicola del cortile dell’Angelo attribuita, almeno nel progetto, a Michelangelo (1514 ca.) è utilizzata come scranno per gambe e schiene stanche, un’area ristoro dove poter controllare lo smartphone e il bivacco.

 

Cortile dell’Angelo, Castel Sant’Angelo, Roma

La situazione non migliora al piano superiore, la Loggia di Paolo III è ridotta a quinta per selfie, nessuno si accorge dei brandelli di affreschi ancora visibili, riscuotono più attenzione i gabbiani, figurarsi. Ma è nelle sale che si accumulano le polveri sottili. Memorabile fu la volta in cui un assistente di sala dovette spiegare a una coppia di turisti il perché la bambina non potesse consumare il gelato nella Sala Paolina o perché all’interno della Sala della Biblioteca non è consentito l’uso del selfie stick. Assurdo? No, questa è normale amministrazione.

La situazione non migliora neppure sulla celebre terrazza dominata dall’angelo di Pieter Anton Verschaffelt (1752), anch’essa è vittima delle scorie dell’inquinamento prodotto dalla mala gestione dei flussi turistici e dalla maestria tutta italiana di svendere la bellezza. Mi domando cosa resterà a queste persone della visita a Castel Sant’Angelo, foto di loro stessi a parte? Nulla.  Di chi è la responsabilità?

L’atteggiamento svogliato e non curante non è solo da imputare all’immaturità e poca sensibilità dei singoli, ma anche alle logiche di un turismo di massa cialtrone e desueto che ha l’ambizione di far conoscere a persone provenienti da ogni angolo del globo, e con diversi background, una città millenaria in tre giorni sballottolandola da un sito all’altro senza il necessario tempo di decompressione.

Sarebbe auspicabile che a esso si sostituisca, il prima possibile, un turismo a misura d’uomo che offra esperienze di qualità perché basate sulle richieste del viaggiatore e non sull’effetto calamita prodotto dai grandi attrattori. Così facendo il turista avrebbe la possibilità di visitare i veri luoghi di interesse, ossia quelli selezionati in base alle proprie preferenze. Inoltre, ciò avrebbe il beneficio non solo di decongestionare i siti in sofferenza da sovraffollamento ma di popolare quelli da me affettuosamente chiamati “figli di un Dio minore”, luoghi di pregio altrettanto meritevoli di attenzioni e cure.

A questo proposito, il Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo è il più celebre dei 43 istituti e luoghi di cultura distribuiti su tutto il territorio regionale facenti parte del Polo Museale del Lazio. Ora, da storica dell’arte mi piacerebbe che i musei e affini rimanessero “luoghi cari alle muse” e che in quanto tali fossero tenuti lontano dalle logiche monetarie a buon mercato. Romanticherie personali a parte, il momento impone di essere realisti e pertanto è necessario aprire alla conoscenza, anche del viaggiatore occasionale, quanti più musei e siti archeologici possibili così da garantirne la conservazione, lo studio e, laddove necessario, il restauro.

Dato lo stato di fatto credo che mai come ora sia giunto il momento di abbandonare il vecchio modello per passare a una valorizzazione “green” che nel pieno rispetto dell’articolo 9 della Costituzione si impegni per una distribuzione equilibrata dei flussi turistici optando per un modello di fruizione del patrimonio che sia sostenibile sia per i grandi sia per i piccoli attrattori. Solo così la Cultura, quella vera fatta di studio e conoscenze acquisite e divulgate con serietà e impegno, potrà essere il volano per uno sviluppo economico a misura d’uomo e capace di coinvolgere anche il territorio regionale bellissimo ma sconosciuto.

Tornando a Castel Sant’Angelo, credo fermamente che la vista di un posto dotato di una qualsivoglia valenza culturale non è tempo ben speso tout court ma lo sia solo qualora se ne tragga un arricchimento, magari sulle prime impercettibile, ma pronto a bussare alla nostra mente anche a distanza di tempo. Ovviamente per fare in modo che ciò accada è indispensabile reclutare personale qualificato e motivato che conosca approfonditamente la storia del luogo e la sappia divulgare efficacemente e, soprattutto, che fin dal primo contatto con il pubblico trasmetta la straordinarietà del luogo nel quale si trova giustificando così anche il costo del biglietto che, intero, ammonta a ben 14 euro.

Castel Sant’Angelo, il Colosseo, il Pantheon, Piazza San Marco a Venezia e gli altri si meritano di più che essere quinte per reportage fotografici di dubbio gusto, sono i protagonisti di uno spettacolo in scena da secoli, le comparse siamo noi.

 

 

Diletta Piermattei

Tools For Culture

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Tools for Culture è un’organizzazione non profit attiva nel campo della ricerca, della consulenza e della formazione per l’economia, il management e le politiche dell’arte e della cultura. Il suo obiettivo è contribuire a estrarre il valore dalle risorse creative e culturali, rafforzando il loro impatto sulla qualità della vita, stimolando la creazione e il consolidamento di un network di professionisti, imprese e competenze, e fornendo assistenza strategica e tecnica in campo culturale.

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