L’insostenibile leggerezza della gioventù

La Bohème messa in scena al Teatro Comunale di Bologna racconta la nostra fragilità.

L’insostenibile leggerezza della gioventù

Durante l’intervallo fra il secondo e il terzo quadro (ovvero quando della Bohème è ancora possibile ridere e sorridere), io e la mia coinquilina ci siamo soffermate brevemente a commentare lo spettacolo. Con un sorriso mi faceva notare che noi, alla fine dei nostri quattro piani di scale senza ascensore (durante la risalita dei quali la luce si spegne almeno un paio di volte), non siamo troppo diverse da Mimì che arriva spossata alla porta di Rodolfo. Allo stesso modo Benoit, il padrone di casa di cui si fanno beffe i giovani bohémiens, aderiva perfettamente nel nostro immaginario all’amministratrice del condominio, che bussa alla porta spesso e si immischia pedantemente nelle nostre questioni domestiche.

 

Questa annotazione personale non pretende di dare un’annotazione autobiografica; la questione è assai più semplice (e, direi, assai più universale) di così: grazie al preziosissimo contributo di una regia intelligente come quella di Graham Vick, rappresentata in questo inizio di stagione 2018 al Teatro Comunale di Bologna, pur con i suoi significativi 120 anni di età, La Bohème non ha cessato di essere un’opera giovane, che riesce senza troppo sforzo a suscitare empatia nel più importante segmento del pubblico presente e futuro dell’opera lirica: i ragazzi.

 

Ciak! si canta

Ne ha merito Puccini indubbiamente, innanzitutto per aver innovato con notevole spavalderia il modo di pensare, comporre, scrivere opera; sebbene con notevole ritardo rispetto alla pittura o alla scrittura anche l’opera giunge a carpire una lezione fondamentale dalla vita, e ad assimilare quel delicatissimo equilibrio esistente nel mondo reale fra il tragico e il comico, fra i sorrisi e i drammi quotidiani che a lungo si sono voltati altezzosamente le spalle come cose inconciliabili. Mai prima della Bohème questo equilibrio era stato rappresentato con tanta grazia e con tanta naturalezza.

 

Una naturalezza che sembra evocare un passaggio dei Racconti di Nabokov:

 

“Ogni tanto (divino istante!) appare la vera vita, inconsapevole di essere filmata: una folla casuale, acque luminose, un albero con il suo stormire silenzioso ma visibile”.

 

Né sarebbe fuori luogo dire che Puccini “filma” la vita: Luigi Baldacci ha detto che “prima di sentire la sua opera, Puccini la vede” ,  e questo suo approccio visivo, registico, è evidente sì in tutte le sue opere, ma si percepisce con particolare energia nella Bohème, in cui prima di apparire in scena i dettagli vengono disegnati con poche, evocative pennellate sonore  –  avviene con le baruffe dei ragazzi, con la vivacità della folla fuori dal cafè Momus, con il paesaggio urbano fosco e dimesso in cui si svolge il terzo quadro. Non solo, ma la tecnica con cui Puccini interseca scene corali e interazione fra i protagonisti appare sempre molto “cinematografica”: il passaggio dalla dimensione collettiva a quella individuale è al tempo stesso preciso e fluido tanto da far pensare a un cambio di focus, di inquadratura.

 

Gioventù bruciata (e infreddolita, e innamorata)

I giovani della Bohème non sono dei gai fanciulli arcadici che poggiano languidi il capo sulle colonne e cantano d’amore rivolti verso il pubblico. Nella Bohème si parla di salsicce, ci si guadagna due spicci dando ripetizioni e in casa fa un freddo cane, tanto da decidere che si può serenamente sacrificare un volume di versi per appiccare un fuoco momentaneo (azione, questa, che solo la spensieratezza della gioventù vera, pucciniana, si permetterebbe audacemente in un’opera).

 

Non si tratta di una semplice coloritura, di un esperimento lessicale come quello, sensazionale, del Falstaff: tutti i personaggi escono umanizzati da questo ringiovanimento della lingua, e quando dico tutti, non intendo solo i giovani protagonisti. Parpignol coi suoi giocattoli, i bambini che allegri gli girano attorno, l’interazione dei passanti sembrano avere una loro vita a parte — il coro, dunque, non ha più una funzione di commento, o di solenne accompagnamento dell’azione (qualsiasi riferimento a Verdi è puramente casuale).

 

Non solo i personaggi, persino gli oggetti rivestono una funzione differente rispetto al passato: il piatto di Musetta “puzza di rifritto”; la scarpetta le fa male ed esige di esser portata dal calzolaio; nel quarto quadro, la sua preghiera alla Madonna è intarsiata di commenti sugli spifferi di vento che rischiano di spegnere la fiamma, rivolti a Marcello. Nessuno di questi oggetti è davvero necessario alla progressione informativa dell’opera, e non serve a caratterizzare il personaggio più di quanto non faccia la sua aria “Quando men vo soletta per la via”. Molto semplicemente, gli oggetti e le persone della Bohème non servono a contestualizzare l’azione: essi contribuiscono a dare vita a un contesto.

Da questo punto di vista Puccini e Verdi sono come Tolstoj e Dostoevskij, cioè inconciliabili (così come ce li presenta Steiner nel saggio dedicato a entrambi gli autori): uno immerge i personaggi nel mondo sensibile e nel fluire della vita, l’altro concentra l’azione in una serie di akmè drammatiche che poco hanno a che fare col mondo esterno fisiologicamente inteso.

 

L’intelligenza di una regia funzionale

Dell’immensa forza evocativa e del grande potenziale empatico della Bohème ha merito anche, e non in piccola misura, Graham Vick che l’ha diretta conferendole un nuovo manto di contemporaneità non solo nei costumi e nelle scenografie — sulla cui efficacia e capacità evocativa non ci si può che pronunciare positivamente.

 

Chiamo quella di Vick una “regia funzionale” perché a mio avviso un regista può scegliere (al di là di una miriade di sfumature intermedie) se presentare al pubblico una ristrutturazione dell’opera filtrata attraverso la propria visione, o far aderire i propri stilemi al significato originario dell’opera e vivificarne la rilettura  –  ai due estremi, la magnifica Aida di Francesco Micheli e La Bohème di Vick.

 

La scelta di presentare la casa dei ragazzi nella sua interezza, come una sequenza di quattro stanze in cui i ragazzi vanno e vengono, dà un taglio cinematografico alla scena e fa da supporto al cambio di focus della drammaturgia pucciniana, mentre i gesti sempre spontanei e diretti dei ragazzi sottraggono l’azione all’impressione declamatoria. L’interazione dei bohémiens è costruita vivacemente, in modo autentico e raggiunge il suo apice nel quadro quarto, in cui la solidarietà degli amici si esprime tramite le premure rivolte alla morente Mimì.

 

Le premure degli amici devono supplire, d’altronde, a quelle assenti di Rodolfo, la cui posizione in questa Bohème è la più problematica: per tutta l’agonia di Mimì egli a malapena interviene, la guarda di lontano, fra l’impietrito e l’incerto. Non nego di essere rimasta inizialmente interdetta, non sapendo come interpretare questa freddezza, finché a un certo punto ho capito: Rodolfo ha paura.

 

Nell’ultima mezz’ora l’opera si spoglia di qualsiasi topos ritrito e sulla scena rimane solo Mimì inerte e morente, e Rodolfo – che è giovane, troppo giovane per pensare, per vivere la morte, e che non sa cosa fare. Mi è tornata alla memoria una chiosa da Una Questione Privata di Beppe Fenoglio:

 

“Sei triste e brutto. E io non voglio diventare triste come te. Io sono bella e allegra. Lo ero”.

 

Questo capriccioso, disperato aggrapparsi alla vita fa sì che Rodolfo non riesca ad avvicinarsi a Mimì – che è “triste e brutta”, che muore, e che pure avrebbe bisogno di lui proprio ora. Come un giovane smarrito qualsiasi, Rodolfo sbaglia, e sebbene lei non se ne accorga (o, morente, non possa accorgersene), la ferisce fino all’ultimo respiro.

 

È difficile giustificare, biasimare, perdonare Rodolfo. Ma davanti al suo pianto non si riesce a provare rabbia. Solo un’infinita compassione. E credo che questa conquista di umanità sia il più bel regalo che Graham Vick potesse fare a Puccini. E a noi.

 

 

Francesca Sabatini

 

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