“Mangia, Prega, Ama”….e Migra.

L’homo sapiens divenuto digitale, tra bisogno di migrare e libertà di scelta.

“Mangia, Prega, Ama”….e Migra.

Ci sono migranti e migranti. Non mi riferisco alle file di profughi che sbarcano sulle nostre coste ma alla migrazione in senso lato, in quanto attività tra le più importanti per lo sviluppo umano che ha consentito il nostro progresso per secoli e secoli.

 

Se guardiamo all’origine della nostra specie, infatti, la migrazione è stata una forma di adattamento che ha permesso all’homo sapiens di fuggire da terre rese inospitali a causa di significativi cambiamenti climatici. Una strategia della resilienza al cambiamento, iniziata per necessità, ma dalla contropartita significativa: l’espansione nel mondo e la conoscenza di nuove forme di biodiversità. Spostarsi per sopravvivere, con l’unico obiettivo di migliorare le proprie condizioni di vita, adattandosi – inconsapevolmente – a nuovi ambienti ed alla modifica degli stessi.

 

E’ solo con l’inizio dell’agricoltura stanziale (siamo nel Neolitico) che l’uomo inizia a vivere senza doversi spostare di continuo per un motivo di ordinamento spaziale e sociale: la tecnologia diventa funzionale alla soluzione di problemi pratici, per cui nuove tecniche e invenzioni agricole – unite ad altre attività come la costruzione di vie di comunicazione – coincidono con il bisogno di formare comunità stabili e sedentarie.

 

A partire da questo momento, la migrazione diventa esplorazione, libertà individuale, desiderio di partire verso la ricerca di altri luoghi connesso profondamente con l’aspetto evolutivo. Possiamo dire che essa diventa una scelta e un atteggiamento culturale.

 

Ancora oggi, a distanza di millenni, lo scenario è fatto delle stesse costanti del passato e, al di là di ogni storia, c’è un elemento comune che spinge le persone via da un luogo e le attrae in un altro: la libertà e la determinazione a migliorare la propria vita.

 

La libertà, insieme alla conoscenza, rimane uno dei nostri beni più preziosi che ci permette di sognare, esprimerci, realizzare i nostri desideri, tentare, sperimentare, illuderci e ricominciare. Il terreno di gioco su cui ci stiamo muovendo è un mondo che sta scoprendo sempre di più la necessità di scambiarsi informazioni, di costruire una società plurale contro la stessa concezione di confine e di frontiera.

 

Incontrare luoghi e persone, espandere i propri confini mentali e fisici attraverso una mobilità sociale che è insieme apertura e processo cognitivo, quest’ultimo essenziale allo sviluppo umano.

 

L’innovazione tecnologica, ci ha portati lontano (e chissà dove ci porterà ancora), permettendoci di spostarci ovunque, assimilando modelli di vita differenti e modificando l’ambito dei diritti, in primis quello relativo alla libertà di migrare. Diversi studiosi, a questo proposito, parlano di un diritto internazionale alla migrazione perché la libertà – quella di decidere lo stile di vita più adatto alle nostre ambizioni – dovrebbe non essere prerogativa di pochi.

 

Nell’ultimo decennio nasce la nuova tendenza del nomadismo digitale, esteso velocemente grazie alla crescita di internet e delle professioni intorno al web. Le nuove community, composte da freelance e imprenditori nel settore creativo, hanno fatto della scoperta e del viaggio uno stile di vita, stravolgendo i tradizionali paradigmi lavorativi ed estremizzando il concetto del lavoro da remoto, definito “smart working”.

 

Flessibilità lavorativa, libertà di dedicarsi ad un progetto soggiornando in diverse parti del mondo a proprio piacimento e riscoperta di stili di vita più pacati tra lavoro e passioni da tempo libero. Mollare tutto per evadere dalla routine frenetica, dall’attaccamento nei confronti di un tenore di vita che è concentrato sul possesso delle cose (casa, macchina, abbigliamento, etc.) e spingersi oltre grazie alla voglia di viaggiare e di abbracciare uno stile minimal.

 

All’inizio del fenomeno bastava solo una connessione internet, adesso le comunità possono fare affidamento su un’ampia rete digitale e fisica che fa da supporto nella ricerca degli spazi di co-working da cui poter lavorare, di mete più sicure, di alloggi e di hobby da svolgere nel tempo libero. Chi vuole coniugare l’esigenza di praticare tecniche yoga e meditazione può fare esperienza in un ashram di Bali dove (fortuna per chi scrive) si trova “Hubud”, uno dei migliori spazi di coworking nel mondo, nato nel 2012 e frequentato da nomadi digitali di 75 paesi. Oppure per gli amanti di surf, mete come San Francisco o Città del Capo. Sempre in Thailandia, e precisamente a Chiang Mai, è situato uno dei quartieri più affollati e più “fully-equipped” in tutti i sensi, dai locali per ogni tipo di cibo, come quello vegano, ai co-housing dotati di piscine, a loro volta dotate di wi-fi.

 

A partire da questo punto emerge una considerazione naturale che, allo stesso tempo, rivela una significativa contraddizione connessa alla logica per cui tutti apparteniamo allo stesso mondo e, quindi, tutti dovremmo avere la stessa possibilità di muoverci all’interno di esso.

 

Nonostante la globalizzazione ci stia indirizzando verso una società dove si auspica in teoria la piena circolazione di persone, cose, capitali, idee e informazioni attraverso le nuove tecnologie, le dinamiche che stanno alla base di questa visione di mondo generano di fatto delle disparità evidenti.

 

Le opportunità di migrare non sono uguali in ogni angolo del mondo. Sebbene il lavoro del nomade creativo necessiti solo di un pc e di una workstation immateriale (la connessione internet), è ancora un pezzo di carta identificativo che fa la differenza e che ci fa riflettere circa la differenza tra l’essere nati a Roma o a Kabul: per fare un esempio, il passaporto italiano ha libero accesso – senza visto – a 171 nazioni (su 193 riconosciute dall’ONU). In cima Gran Bretagna, Svezia e Finlandia con 173 paesi, mentre in fondo alla classifica Pakistan e Somalia con 32, Irak con 31 e Afganistan con 28 [fonte: The Henley & Partners Visa Restrictions Index 2017].

Insomma, noi occidentali non possiamo non ritenerci fortunati, ancor di più considerando la disponibilità economica, di cibo, il welfare e tutte le altre libertà individuali, spesso date per scontate e non rispettate dai beneficiari stessi. Mentre altrove, ci sono cervelli che vorrebbero mettersi in fuga ma non possono.

 

Nuove tendenze. O forse no.

Perché se ci pensiamo bene, i nomadi (o migranti digitali) rispondono alle stesse dinamiche che hanno spinto il nostro antenato homo sapiens, secoli fa, ad uscire dalla propria comfort zone per migliorarsi, evolversi, modellare l’ambiente. Rimane l’uso diverso della tecnologia, che nel Neolitico ci ha resi stanziali e adesso ci offre la possibilità di esplorare facilmente.

 

E torniamo dunque al principio, a quella libertà di migrazione che dovrebbe appartenere a tutti. Indistintamente.

 

 

Domenica Moscato Karabegovic

Tools For Culture

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Tools for Culture è un’organizzazione non profit attiva nel campo della ricerca, della consulenza e della formazione per l’economia, il management e le politiche dell’arte e della cultura. Il suo obiettivo è contribuire a estrarre il valore dalle risorse creative e culturali, rafforzando il loro impatto sulla qualità della vita, stimolando la creazione e il consolidamento di un network di professionisti, imprese e competenze, e fornendo assistenza strategica e tecnica in campo culturale.

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