Mappe affettive: sentirsi a casa attraverso lo sguardo

Un catalogo Ikea, lo spazio privato, la fotografia, la narrazione del se': alcuni elementi di una mappa che conduce da un'esperienza a una riflessione.

Mappe affettive: sentirsi a casa attraverso lo sguardo

Vi racconto una storia: un giorno nell’androne del portone trovo una pila di cataloghi Ikea in un angolo, ce n’è uno per ogni porta. Raccolgo il mio e lo porto in casa. Solitamente finisce nel portariviste, in bagno o ancora fra alcuni giornali cartacei che sopravvivono all’etereo digitale di Internet. Di tanto in tanto finisco per sfogliarlo sognando case ideali o immaginando di comprare oggetti che non mi servono. Potrei buttarlo subito dopo averlo sfogliato eppure non lo faccio quasi mai; aspetto l’anno successivo in cui mi consegnano puntualmente quello nuovo.

 

Un fatto senza importanza inscritto nella routine della quotidianità. Eppure, quel giorno di circa tre anni fa in ascensore, in quello spazio piccolissimo semovente fra i piani, pensai a quanto incredibile fosse tutto questo. Mi trovavo in un luogo definito ma tenevo fra le mani, come in una scatola, un archivio di immagini potenzialmente infinito di luoghi che parevano inafferrabili, inesistenti eppure reali: uno spazio negli spazi delle pagine e dentro altre immagini che suggerivano spazi privati, ma non miei. Difficile trasformarlo in un elenco ordinato e includere ogni angolo perché di fatto è un luogo sparso, impossibile da conoscere nella sua completezza: ogni pagina è il varco per accedere ad un altro spazio, modello o vissuto che si dischiude pagina per pagina, centimetro per centimetro come in una gigantesca mise en abyme di cucine, soggiorni, camerette, bagni.

 

Sfogliando il catalogo è possibile imparare le tante storie che si intrecciano indissolubilmente alla propria, per esempio quella della famiglia che si rincorre intorno a un tavolo dal nome impronunciabile, in una stanza gialla e verde, inondata da piante e sole. Il corriere incaricato di consegnare i cataloghi solitamente conta le case: tante case, tanti cataloghi. Non ne lascia uno per ogni abitante bensì uno per ogni appartamento. Una storia che potrebbero raccontare moltissime altre persone ogni anno in tutto il mondo. Tanti diversi spazi intimi, stesso catalogo.

 

Quello spazio che si offre come intimo entra nella case di tutti e diviene un prototipo di spazio globalizzato, universalmente condiviso. In quel luogo si parla un esperanto visivo facilmente riconoscibile ovunque nel mondo. La luce bianca, le atmosfere morbide, i colori accesi creano una scenografia perfetta per mettere in scena le storie che Christian Salmon ci ha insegnato a chiamare brand stories. Non più quindi un marketing legato al prodotto, ma fondato sulla narrazione di modi di vivere, nutrirsi, pensare, guardare.

 

Dove comincia il reale e finisce la finzione? La messa in scena riguarda lo spazio, il tempo, i protagonisti, le relazioni che intrattengono fra loro, ma tutto è così reale che sembra di poter invitare a cena i personaggi che solo un minuto prima vedevamo correre intorno al tavolo dal nome impronunciabile, perché forse quel tavolo troneggia nella nostra cucina e possiamo toccarlo e mangiarci sopra. Quell’infinito bagaglio di immagini mentali, costruite o reali, intrecciate in un groviglio semiotico quasi impossibile da dipanare, interferisce con la continua e personale ricerca di equilibrio fra mondo esterno e luoghi interiori. Come interagisce il proprio spazio-casa con quest’idea semi-fittizia di spazio costruito? Che ruolo ha l’immagine contemporanea nella creazione di queste interferenze?

 

A questo scopo la fotografia è uno fra i mezzi ideali perché può mentire più o meno volontariamente, offrendo un’interpretazione possibile della realtà ed essendo condizionata dai propri limiti intrinseci. Ogni processo fotografico è costruito sulle interferenze che offrono una forma di astrazione e manipolazione, dalla rappresentazione di una realtà tridimensionale in un’immagine bidimensionale, fino all’utilizzo di Photoshop. Ogni nuova visione si gioca fra la modificazione della realtà e la sua registrazione, nell’ambiguità di ciò che la fotografia mostra o nasconde. Le immagini fotografiche, di cui ci nutriamo più o meno passivamente ogni giorno, rendono visibile e concreta l’impossibilità di mettere un confine fra il reale e il fittizio: sovvertono i ruoli, investendoci della responsabilità di operare scelte consapevoli e precise. Ma allora, come guardare?

 

Molti autori contemporanei ci insegnano ad allenare il nostro sguardo alle interferenze, inglobandole nei propri percorsi artistici. A questo proposito Joachim Schmid descrive racconti e percorsi immaginari selezionando e archiviando fotografie non sue all’interno dell’enorme ed invadente flusso di immagini. Approdare ad un punto di vista consapevole sulle immagini è fondamentale per saper leggere e comprendere il linguaggio del contemporaneo e orientarsi in questo mare fluttuante.

 

È dunque possibile guardare e rappresentare lo spazio della propria casa, ignorando le immagini invadenti di quel catalogo che ci viene consegnato quasi sull’uscio della porta ogni anno? Nei miei lavori ho scelto di utilizzarle e servirmene per creare uno spazio di esplorazione che si sviluppa nel momento stesso in cui lo fotografo e lo racconto, un luogo inventato e generato dall’interferenza fra realtà intima, realtà costruita ed imposta e spazio intimo fotografato – dunque manipolato. È una casa immaginata.

 

In un mondo in cui siamo tutti autori di noi stessi e del nostro racconto diventiamo allo stesso modo possibili users e providers di nuovi spazi potenziali in cui provare a sviluppare un’attitudine consapevole. Del resto, raccontare è un espediente per dare forma al mondo esterno e renderlo comprensibile a se stessi, tracciandone un’intima geografia. Dall’androne del portone in cui sosta il catalogo, alle case in cui viene portato, ovunque è possibile tracciare un’interazione fra realtà fotografata e realtà percepita, luoghi reali e luoghi costruiti. Addentrarsi consapevolmente in questo vasto territorio di interferenze permette di scoprire nuovi punti di vista, riappropriandosi di uno spazio in divenire, nel quale è possibile raccontare la propria storia.

 

Novella Oliana

Tools For Culture

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