MasterChef: cavare sangue da una rapa

Tentativi di rilancio seriale in MasterChef 6 e Celebrity Masterchef

MasterChef: cavare sangue da una rapa

È inevitabile che, raggiunta la sesta stagione, in uno show televisivo subentri la ripetizione e, per il pubblico, la stanchezza. Per un reality, poi, la costruzione narrativa si attiene ai cliché della gara (fair play vs furbizia; coraggio vs prudenza; tenacia vs debolezza); il percorso del vincitore è delineato come una parabola di crescita e i rapporti fra i contendenti sono impregnati di un agonismo indotto. Che l’identità del vincitore debba essere tutelata fino alla trasmissione dell’ultima puntata di un reality registrato mesi prima è lapalissiano; non a caso nel 2015 lo spoiler di Striscia la notizia sulla vittoria di Stefano Callegaro aveva innescato una violenta reazione di Sky.

Quest’anno, per la sesta edizione (l’ultima con Carlo Cracco fra i giudici), forse per evitare l’inevitabile stanchezza della formula è stato ampliato il numero dei finalisti, per la prima volta tre: Cristina Nicolini, Gloria Enrico e il vincitore Valerio Braschi, la cui bravura è stata dissimulata narrativamente per alimentare l’attesa degli spettatori.

MasterChef, grazie al montaggio serrato e alla selezione del girato, rende difficile al pubblico fare previsioni, e piatti apparentemente malriusciti risultano migliori di altri che sembravano più meritevoli. Le puntate sono confezionate in modo da stupire: è ricorrente lo schema per cui il vincitore della prima gara (la mystery box) sia eliminato alla successiva (l’invention test); quest’anno per la prima volta una concorrente (Margherita Russo) ha vinto le due gare di seguito, per essere eliminata subito dopo generando una nuova curva di interesse e sorpresa.

Il montaggio di MasterChef, strategia meritevole di studio, e la distribuzione delle informazioni (spesso artificiosa e scarsamente affidabile, come nel caso della finale) costituiscono strategie narrative paragonabili a quelle romanzesche, fatte le debite proporzioni: ma è narrativa di mero intrattenimento, se messa a confronto con la quella delle serie TV.

Ulteriore novità del 2017 l’edizione Celebrity del reality, una sfida fra dodici volti a vario modo noti (da Alex Britti ad Antonio Capitani, astrologo di Vanity Fair, da Maria Grazia Cucinotta all’attrice Enrica Guidi, eliminata nel pressure test immediatamente successivo alla vittoria nella mystery, come da copione). Iniziato la settimana successiva alla finale di MasterChef 6 nella stessa fascia oraria, la versione con vip del reality manteneva il rigore dei giudici (già nel nuovo assetto Barbieri-Bastianich-Cannavacciuolo), che però veniva messo in discussione dalla più esplosiva delle concorrenti, Mara Maionchi (da giudice di X Factor a concorrente: dalle stelle allo «Sì, chef!»). La vittoria in finale di Roberta Capua contro Nesli si assesta sulla parabola di una Miss Italia che si afferma per ciò che sa fare; l’innovatività del cantautore di Senigallia nulla ha potuto contro le sorprese della cucina della Capua.

Epigono di se stesso, MasterChef si sta progressivamente assottigliando fino a divenire una somma di topoi e cliché autoreferenziali: il montaggio delle dichiarazioni dei giudici suona ormai come gli annunci in stazione, composti da parole in frasi prive di intenzioni. Questo reality sembra ormai talmente artefatto, attraverso la giustapposizione di parole e immagini, da non comunicare più alcuna storia, da impedire qualsiasi partecipazione emotiva del pubblico: se la serialità è addiction, questa è anfetamina. Impiattamento minimal.

 

 

Carlotta Susca

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