Metti una sera al cinema – anzi, all’opera

Il Flauto Magico andato in scena all’Opera di Roma esce dai contorni di cinema e opera: inventa un linguaggio nuovo.

Metti una sera al cinema – anzi, all’opera

Zu Hilfe! Zu Hilfe! (Aiuto! Aiuto!). Un giovane corre affannato in una foresta buia, inseguito da un mostro prodigioso e terribile; all’improvviso il giovane viene soccorso da tre misteriose sconosciute, che sconfiggono il mostro senza battere ciglio, compiacendosi della propria potenza.

Tutto questo si svolge in poco più di un minuto musicale. Poche opere sono contraddistinte da un inizio così concitato, così inquietante, così fiabesco. Ancor meno sono le opere che possono vantare un inizio in medias res così dinamico. Persino per un estro drammaturgico così poco scontato come quello di W. A. Mozart le prime battute del Flauto Magico sono un esempio raro di efficacia narrativa, una sequenza quasi cinematografica piena di suspense.

Chissà che non sia stato proprio questo incipit così filmico a suggerire all’australiano Barrie Kosky e a Suzanne Andrade la loro interpretazione, ormai celeberrima e riprodotta in tutto il mondo, del Flauto Magico, rappresentata dalla Los Angeles Opera alla Komische Oper di Berlino, fino al Teatro dell’Opera di Roma, la cui ultima recita si è svolta proprio la settimana scorsa.

Il Flauto Magico di Wolfgang Amadeus Kosky

La creatività è, secondo una delle definizioni più accreditate, la capacità di combinare due o più tipologie di conoscenza (o, in questo caso, di forme di espressione) che prima erano sconnesse fra loro. Alla creazione di Kosky e Andrade calza perfettamente questa definizione, perché non solo combina due mondi narrativi diversi, quello dell’opera e quello del film, ma lo fa in un modo che rivoluziona (senza minimamente stravolgere) la creazione mozartiana di partenza.

Guardatelo con attenzione (fatelo per davvero, fatelo qui); non è la solita reinterpretazione, è qualcosa di più sottile di un semplice cambio modernizzante di abiti e scene: ad essere trasformato è il mezzo stesso di espressione.

Lo spazio dell’azione è ridotto da pannelli neri che fanno da contorno alla scena, rendendola simile a quella di una pellicola cinematografica; i personaggi si muovono su uno sfondo costantemente animato con cui interagiscono, creando un’ambiguità bidimensionale affascinante. I movimenti di Tamino, Papageno, la Regina della Notte, sono legati all’immagine, sono calibrati su di essa fin quasi a risultarne costretti e ridotti, ma non per questo sminuiti: sono anzi assegnati secondo quell’affettazione ancora morbida, l’ingenuità schematica dei primi film del Novecento. I recitativi non sono parlati ma solo musicati, il loro testo viene riprodotto con un font un po’ déco sullo schermo, proprio come i dialoghi di un muto à la Chaplin. Porte si aprono all’improvviso, in alto e in basso sul fondale animato, Papageno può dunque su un albero, Sarastro si asside sul suo trono, facendo una comparsa meccanica voluta, fiabesca, in perfetta sintonia con il medium espressivo scelto e con il senso di meraviglia che pervade tutta l’opera.

Va aggiunto che l’animazione è altamente funzionale e mai eccessiva: laddove riesce a movimentare dei passaggi particolarmente lunghi e “insidiosi”, per dei registi che si trovino a fare i conti con le ripetizioni nelle arie di un articolato Singspiel, diviene rarefatta per lasciare spazio alla densità emotiva al momento giusto, come ad esempio nelle rispettive arie di Tamino e Pamina (“Dies Bildnis ist bezaubernd schön” e “Ach, ich fühl”).

Non solo la bellezza e la vivacità della scena non lasciano spazio alla distrazione, ma il suo simbolismo centrato e iconico ne fanno un accrescimento espressivo per le parole e la musica: aderiscono alla trama drammaturgica in modo puntuale le equilibrate proiezioni planimetriche del Tempio della Sapienza, le insidiose zampe da aracnide della Regina della Notte, l’esoterismo massonico che trapela dalle scene corali, schietta allusione alla matrice massonica dell’opera stessa e alle affiliazioni dei suoi creatori (era massone non solo Mozart, ma anche il suo librettista Schikaneder).

Magico è il Flauto, ma anche la regia

Opera trasposta al cinema, film musicale, Singspiel, musical? Assistendo al lavoro di Kosky e Andrade su Mozart si ha l’impressione di essere davanti a una forma di spettacolo nuova, ad un ineffabile “di più”, che lo rendono distintamente e contemporaneamente un film e un’opera.

Non ci sarebbe da stupirsi, dal momento che Suzanne Andrade è, insieme a Paul Barritt, realizzatore delle scene “virtuali” del Flauto Magico, fondatrice di 1927, collettivo che da tempo combina recitazione, musica e animazione nei suoi prodotti artistici. Eppure c’è da stupirsi, eccome, perché il risultato ha una forza superiore alla semplice somma delle sue parti.

“Entrambe” queste forme assumono un accresciuto valore in virtù della profondità e varietà di letture da cui possono essere filtrate: l’elemento fiabesco intriso di misticismo settecentesco, il rito d’iniziazione massonico, il colorito viaggio di formazione di Tamino, comparabile a Lucio delle Metamorfosi di Apuleio, che non diversamente dalla sua controparte mozartiana si avvicina al culto di Iside, sono chiavi narrative tutte ben visibili attraverso la lente di Kosky e Andrade, nette e amalgamate fra loro a un tempo.

Kosky e Andrade, con il Flauto Magico, riescono nell’impresa metafisica di ri-creare prima ancora che riprodurre un’opera: novelli demiurghi di raro eclettismo e sensibilità, plasmano la materia drammaturgica senza snaturarla, regalando al loro pubblico due ore e mezza non solo del Flauto Magico, ma di magia a tutti gli effetti – quella vera.

 

 

Francesca Sabatini

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