Miglia da fare e promesse da mantenere. Chi era Robert Francis Kennedy

Miglia da fare e promesse da mantenere. Chi era Robert Francis Kennedy
Robert Kennedy durante la campagna presidenziale del 1968.

Ho scritto e cancellato questo pezzo decine di volte prima di decidere di pubblicarlo nella sua forma definitiva, che a questo punto immagino sia quella che segue in questa pagina web. Il motivo di tanta indecisione, di tanta confusione, risiede nel legame emotivo che ho stabilito con il personaggio protagonista di questo breve intervento. È un uomo che non ho mai incontrato ma la cui presenza sento reale e concreta tanto da percepire quasi di conoscerlo; è stato una figura determinante nella mia vita, e lo è tuttora – conoscendomi, lo sarà per sempre. Tra i tanti rivoluzionari personaggi che hanno animato la storia dell’umanità nel secolo breve, ai miei occhi ne spicca uno su tutti, per la sua nobiltà d’animo, la sua generosità, la sua umiltà, e soprattutto per la sua esaltante ed esaltata qualità di essere umano.

Robert Francis Kennedy è stato un silenzioso eroe del Novecento, un meraviglioso uomo che ha dedicato la sua esistenza agli altri in tutti i sensi: privatamente al padre, poi al fratello, alla sua famiglia e a quella di John Kennedy; come personaggio pubblico ai neri oppressi e segregati, alle minoranze etniche degli Stati Uniti, agli americani bloccati in Vietnam e a quelli che vivevano in condizioni di indecente povertà sulle rive del Mississippi. Io reclamo attenzione per questa stupefacente personalità che sembra scomparire nella memoria dei miei coetanei, forse perché di magliette con il suo volto stampato sopra non ne circolano molte, forse perché è più facile cedere al fascino del Kennedy bello (John), forse perché nell’immaginario comune agisce la sindrome di Ringo Starr e ne inficia la grandezza. Io pretendo che gli venga riconosciuto il merito e l’onore di aver preso parte ad una rivoluzione sociale, intellettuale e politica che ha stravolto il mondo occidentale come uno tsunami; di averla stimolata, di averla guidata con uno sprezzante impeto morale senza mai perdere la splendida pietà di cui era naturalmente dotato; di aver fatto la sua parte per sovvertire un sistema di mentalità retrograde, basate su pregiudizi e promotrici di ingiustizia. Un uomo complicato, difficile, contraddittorio, la cui natura fallace e il cui riconoscimento della possibilità di sbagliare insita nella sua stessa esistenza è ogni giorno per me fonte di ispirazione e motivo di ammirazione.

Nello (scarso) materiale reperibile nelle librerie, la storia di RFK viene raccontata con superficialità e approssimazione. Ne risulta che Bobby Kennedy venga citato en passant solamente in quanto fratello di John Fitzgerald Kennedy, il più giovane presidente di sempre della storia degli Stati Uniti.

Ma chi era quest’uomo? Come fare a riassumere una vita tanto carica, tanto vivace, tanto piena per commemorarne la morte?

John Fitzgerald Kennedy (a sinistra) e Robert Francis Kennedy (A destra)

Capire il rapporto che esisteva tra Bobby e John è funzionale a comprendere l’essenza di questo personaggio: Bobby ha posto la sua vita al servizio di suo fratello ininterrottamente dal 1952 al 1963, dalle prime elezioni per far entrare Jack in Congresso fino al suo decesso, il 22 novembre, quando venne ucciso a Dallas. Fu molto più che suo parente: fu suo consigliere intimo, il più fidato; fu amico; fu confidente; fu il suo protettore. Dovunque c’era Jack, c’era anche lui; qualunque decisione ci fosse da prendere, lui era presente per mostrare il suo supporto e per frenare uno spirito libero e dinamico come quello che Jack possedeva; qualunque nemico ostacolasse l’ascesa di Jack doveva vedersela con lui. Non erano naturalmente vicini perché fratelli. Tutt’altro: ci misero molto tempo ad apprezzarsi l’un l’altro. Ma una volta scattata la scintilla, i due Kennedy divennero un’unica entità, un unico corpo della Nuova Frontiera che avanzava negli anni ’60 in America, leader di una generazione politica giovane, portatrice di ideali di uguaglianza, libertà e giustizia. Bobby accettò di vivere nell’ombra di Jack, conoscendo tutti i suoi limiti – non era affascinante come il Presidente, non era dotato di quel naturale charme, così glamour, così attraente per le donne, per la stampa, per gli elettori; non aveva nemmeno quell’autostima stellare che rendeva Jack così sicuro di sé. Bobby era introverso, rude, ugualmente competitivo ma più pragmatico, impegnato nel nascondere la sua sensibilità fanciullesca di cui Jack invece non era dotato. Risultava una persona sgradevole perché sprezzante, determinato, ambizioso e quadrato; nel profondo era un uomo che viveva le sue emozioni con ingenuità e totalità, che aveva un cuore generoso e che si muoveva assecondando pietà e compassione per il prossimo. «La gente dice che sono spietato, io non sono spietato. E se trovo la persona che va in giro a dire che sono spietato, la distruggo», è una sua frase famosa, determinante della sua nomea. Faceva il lavoro sporco per il Presidente perché quello era il suo ruolo: da manipolatore, da supporter, da regista dietro le quinte. Lo faceva perché assecondava le volontà del clan cui apparteneva, una famiglia che era talmente ricca, bella e potente da poter essere etichettata come la famiglia dei reali d’America. Lo faceva anche per un altro, banale motivo: amava suo fratello e gli era devoto, letteralmente, come a una divinità. Fu Bobby a tenere la mano di Jack durante un viaggio che intrapresero in Giappone nel 1951, mentre un prete gli praticava l’estrema unzione, nel delirio di una febbre che raggiunse i 42°C. Fu Bobby a tenere anche la mano di Jackie il giorno in cui Jack fu sparato a Dallas.

Robert Kennedy e Jacqueline Kennedy, seguiti da Edward Kennedy, porgono omaggio al feretro di JFK.

Quello fu il punto di svolta della sua vita.

William Vanden Heuvel, fidato collaboratore e assistente dei Kennedy dai tempi dell’elezione del 1960, vide un uomo camminare su e giù, da solo, al buio, all’aeroporto, quando la salma di Jack giunse: era Bobby. Piangeva. «Anche io piango, Bobby, anche io… Tutti piangiamo… Il mondo intero piange», gli disse. Bobby cadde in una profonda depressione. D’improvviso, tutto il suo mondo era andato distrutto. La forza dei Kennedy risiedeva nell’unione, nel senso di appartenenza alla famiglia da cui provenivano, e nessuno più di Bobby aveva sentito la profondità di quel legame che andava ben oltre la consanguineità. Il loro rapporto non era stato sempre facile, non sempre sereno, ma erano uno parte dell’altro. Quello su cui tutti coloro che lavorarono all’amministrazione Kennedy concordano è il fatto che fossero un’unica persona, capaci di comunicare senza parlare e consapevoli di poter contare soltanto l’uno sull’altro – Kennedy Senior amava dire che «un Kennedy si fida soltanto di un altro Kennedy». Era questa la ragione fondamentale per cui aveva spinto Jack a fare di Bobby il Ministro della Giustizia: perché così potessero guardarsi le spalle a vicenda.

La depressione, la sofferenza, la totale inattività, l’isolamento, il senso di colpa, la passività, la scelta di non reagire a nulla di quello che succedeva intorno a lui: di questo visse nei mesi successivi alla morte di Jack. Eppure, così come lentamente era scivolato nel baratro, allo stesso modo trovò la forza, altrettanto lentamente, di rialzarsi, e pian piano di ricongiungersi alla vita. Bobby cambiò dopo i fatti di Dallas, gradualmente si rivelò, e poco a poco si dischiuse, come uomo e come politico, mostrando la sua vera personalità e trasformandosi, attraversando le persone che incontrò nei successivi cinque anni. Nel 1964 comparve in pubblico per la prima volta da Senatore dello stato di New York davanti all’establishment in occasione della convention democratica di Atlantic City. Fu l’ospite d’onore, il suo intervento macchinosamente calcolato per essere l’ultimo della giornata. Quando venne presentato, la folla impazzì. Ventidue minuti di scroscianti applausi, ventidue minuti di «We Want Kennedy! We Want Kennedy!». Era visibilmente commosso, gli occhi lucidi. Per quattro volte tentò di parlare: «Signor presidente…», ma la folla non si fermava: continuavano ad acclamarlo. Era il fratello del Presidente, il dramma era ancora palpabile – in Congresso lavorava alla Commissione Warren per far luce sull’assassinio di Jack. Parlò con la sua solita voce tremante e incerta. Toccato e impacciato, lo ricordò pronunciando i celebri versi di Romeo e Giulietta e milioni di americani, così, «caddero innamorati della notte». E di lui. Quell’intervento mostrò Bobby Kennedy in una nuova luce: un uomo, un giovane politico che si era tirato fuori dal governo, oppresso dal dolore della perdita, ancora vulnerabile e per la prima volta colpito dalla luce del sole. L’ascesa fu inarrestabile.

Robert Kennedy ad Indianapolis nel 1968.

Chavez spezza il pane con Robert Kennedy e pone fine al digiuno.

Con Jack, nel 1963, morì una parte di Bobby, e quello che tornò sulla scena politica americana a partire dalla carica senatoriale del 1964 era un uomo nuovo, principalmente per un motivo: Bobby, che era stato in divenire fino a quarant’anni perché aveva dovuto mettere in pausa la sua esistenza e la sua vita personale per orbitare intorno a Jack, aveva finalmente potuto definirsi e definire così una sua identità propria, dismettere i panni del poliziotto cattivo, abbracciare un ruolo più congeniale alla sua caratura morale e religiosa. Emerse il Bobby innamorato della gente, quello gentile e giusto, la cui levatura impressionava chiunque lo incontrasse. Era finalmente il Bobby che combatté al fianco dei Nativi Americani stipati nelle riserve, di cui durante i suoi viaggi aveva appreso delle drammatiche condizioni di vita e dell’allarmante tasso di suicidi tra i giovani che regnava. Era il Bobby che rimase sconvolto, impressionato e scioccato dalle condizioni di povertà estrema degli americani che vivevano negli Appalachi e nel Mississippi, che chiese ai cameramen di lasciarlo solo per poter parlare con un bambino con la sintomatica pancia gonfia da malnutrizione. Era il Bobby che appoggiò Chavez, che divenne suo amico, che spezzò il pane con lui per interrompere lo sciopero della fame; che protesse i braccianti facendo sentire la sua voce e usando tutta la sua influenza politica e sociale per portare all’attenzione le vessazioni che subivano, lo sfruttamento di cui erano oggetto per guadagnare poche centinaia di dollari all’anno. Era il Bobby che nelle università private incontrò centinaia di studenti dell’alta borghesia e dell’aristocrazia, da cui lui stesso proveniva, perché si svegliassero e si opponessero alla strage del Vietnam, dove migliaia di loro coetanei di colore e latinos venivano mandati a morire per una guerra senza senso che non apparteneva a nessuno. Era il Bobby che divenne il punto di riferimento delle battaglie per i diritti civili dei neri, una causa che abbracciò con passione e urgenza fino a sentirsi a suo agio più nelle strade dei ghetti che agli eventi della New York bene finalizzati a raccogliere fondi per il partito democratico. Specialmente sui diritti civili, Bobby, diede prova di quella che Nino Gramsci avrebbe chiamato la Grande Politica in mezzo alla strada, nello squallore di Harlem o nelle baracche segregate di Indianapolis. Fu qui che pronunciò uno dei suoi discorsi più famosi, quando diede alla comunità nera la notizia della morte di Martin Luther King. «Per chi di voi è nero, ed è tentato di lasciarsi andare all’odio e alla diffidenza verso i bianchi, per l’ingiustizia di questo gesto, vi posso solo dire che io stesso posso sentire nel mio cuore quel tipo di sentimenti: qualcuno nella mia famiglia è stato ucciso, e anche lui per mano di un bianco». RFK e MLK si erano mostrati rispetto, negli anni, preceduto da una reciproca diffidenza. Ma era stato Bobby a chiamare il giudice Oscar Mitchell nel 1960 per intimargli di liberare King, che era stato arrestato e condannato a quattro mesi di lavori forzati per un’effrazione stradale come subdolo pretesto per tenerlo sotto controllo ed evitargli di creare altro scompiglio alle amministrazioni locali. Quello che anni prima lo aveva fatto intercettare era un Bobby giovane e inesperto, più Kennedy che altro. Quello che invece lo compianse ad Indianapolis un uomo, memore della perdita e del dolore provato per la morte del fratello; un rivoluzionario, amico delle minoranze, voce dei deboli, che sfruttava il suo privilegio, il suo potere economico e politico per dare spazio a chi spazio non aveva mai avuto. Quella notte a Indianapolis le persone di colore che l’avevano ascoltato tornarono a casa in silenzio e commosse, pregando per un’altra vittima che le aveva unite in una lotta impetuosa e civile: non ci furono spari, attentati, ribellioni, risse. Bobby aveva compiuto esattamente la missione di MLK.

Il 1968 fu un anno di rabbia negli Stati Uniti come d’altronde anche oltreoceano. L’America era nel caos più totale. Era in corso una vera e propria guerra civile tra bianchi e neri, e il fronte in Vietnam era ancora aperto. Il malcontento popolare divenne violento: attentati, risse, ribellioni di massa, incendi, saccheggi. Era l’inferno. L’unico uomo in cui bianchi e neri trovavano la propria speranza era Robert Kennedy. I suoi viaggi, le sue inchieste, la forza con cui attirava l’attenzione pubblica su problemi sociali gravi ignorati dal governo, gli avevano conferito una credibilità tale per cui furono gli elettori a premere perché si candidasse per la Presidenza. Era l’unico uomo negli Stati Uniti che inneggiava a costruire ponti, non muri.

Robert Kennedy in una parata della campagna presidenziale in Oregon, 1968.

Gli ultimi mesi della vita di Bobby furono i mesi della sua campagna elettorale e sono stati il compimento della sua esistenza. Gli ottantuno giorni di campagna elettorale sono stati la Passione di Bobby Kennedy. Per quanto la sua brutale, infame uccisione abbia provocato uno shock irreversibile per tutto il mondo, essa non arrivò inaspettata. Il pericolo di esporsi così tanto in un ambiente violento e rancoroso come quello degli Stati Uniti della fine degli anni Sessanta lo percepiva lui e lo percepivano tutti i suoi collaboratori, costantemente in allerta da Dallas e ancora di più dopo l’uccisione di Martin Luther King, avvenuta qualche mese prima. Io dico che la vita di Bobby si svolse in funzione di quel momento del 4 giugno 1968, quando Sihran Sihran aprì il fuoco nella Ballroom dell’Ambassador Hotel e gli trapassò il cervello con un proiettile, qualche istante dopo l’annuncio della vittoria delle primarie in California. È possibile che io sia presa da quest’aura mistica che Kennedy possedeva, è possibile che io senta la eco messianica della sua esistenza, ma ne sono certa: non ci poteva essere altra conclusione a una tale vita. Non furono soltanto i figli di Bobby a rimanere orfani, cinquant’anni fa; furono tutti i cittadini americani, tutti i combattenti del mondo che lottavano per le ingiustizie sociali e politiche, tutti quelli che avevano visto avanzare la Speranza nel buio del caos in cui versava tutto il mondo in quel periodo storico. «Non so dire cosa significa per me la morte di Bobby. So solo che sono troppo stanco e vecchio per poter guardare al futuro con fiducia, dopo aver assistito all’assassinio brutale di due Kennedy. Oh, no, no, sono stanco.. Per John ero amareggiato… Ma per Bobby… Bobby era… Così ingenuo… Così… Così ingenuo…» Ha detto anni dopo Ted Sorensen, collaboratore di John prima e di Bob poi, e “Kennedy onorario” sin dal 1952. Un suo assistente, poco distante da lui al momento dell’attentato, passò i momenti successivi al momento in cui il corpo venne portato via andando in giro in uno stato di shock e ripetendo: «Ho le sue scarpe… Io ho le sue scarpe ancora… Ho le sue..gli hanno sparato. Sì ho le sue scarpe… E la sua giacca… Senatore si alzi. Senatore va tutto bene. Senatore, Ethel è al sicuro. Senatore la prego…non si affatichi. Senatore va tutto bene. Andrà tutto bene.» Anni dopo, tentò il suicidio. Frank Sullivan, amico e consigliere di entrambi i Kennedy, disse in un’intervista poche settimane dopo: «Ho viaggiato in treno con la salma di Bob da New York a Washington. Ho vissuto ore fuori dalla realtà: persone che affollavano i binari, piangenti, distrutte, di tutte le età e di tutte le razze, di ogni estrazione sociale. Erano lì a compiangere un politico? No, di più. Erano lì a disperarsi della morte di un amico… che ne sarà adesso di tutta la speranza?»

Si dice che la natura di un uomo si riveli negli ultimi istanti prima di morire. Posso rispondere alla domanda: “chi era quest’uomo?” con una certa sicurezza, perché le ultime parole di Bobby Kennedy, rivolte al cameriere messicano che gli prese la testa tra le mani, furono: «Gli altri… Come stanno gli altri?». Eccola la risposta: un altruista. Un uomo che viveva per proteggere chi da solo non riusciva a difendersi.

La poesia preferita di John Kennedy era di Robert Frost, si chiamava “Stopping by Woods on a Snowy Evening” e nella strofa finale recita: «The woods are lovely, dark and deep/ But I have promises to keep/And miles to go before I sleep/And miles to go before I sleep.» John Kennedy era anche un fatalista, oltre che incredibilmente eclettico e affascinante come uomo politico e come statista, e pensava che questo componimento parlasse di lui e del suo destino.

Io trovo che questa poesia si addica molto di più alla natura contraddittoria e romantica di Robert Kennedy. Bobby fu una promessa più credibile mentre la Camelot di John era in gran parte finzione e spettacolo per il pubblico. Credo che esista l’abilità di vivere la sofferenza, capacità senz’altro posseduta da Bobby più di ogni altro personaggio storico di cui abbia mai letto: strumento di questa sofferenza – ricerca e materializzazione di ricordi – fu per lui la poesia. Bobby trovò conforto nelle parole di Shakespeare, di Euripide e di Frost e seppe sviluppare un’intelligenza emozionale poliedrica che, applicata alla sua attività politica, si trasformò nel quid pluris di cui gli Stati Uniti – e il resto del mondo – avevano bisogno in quel momento storico per far fronte al caos sociale che stava distruggendo la civiltà. Nulla di più significativo delle parole di Frost per la complessità di questo personaggio: promesse da mantenere e miglia ancora da percorrere prima di dormire. Un membro della comunità di nativi americani che incontrò Bobby più volte tra il ’66 e il ’68 – e che votò a favore del titolo onorario di Bobby concesso dal capo tribù di “Cuore Impavido” – scrisse la poesia citata sopra per lettera a Ethel Kennedy il 9 giugno 1968, pochi giorni dopo la morte del Senatore, ringraziando la moglie a nome di tutti i nativi d’America e unendosi al cordoglio con somma commozione. Scrisse: «Bobby ha ancora miglia da fare prima di dormire e siamo sicuri che il suo spirito non si darà pace, perché noi combatteremo affinché non dorma». Anche se l’incanto è stato spezzato, anche se suona romantico e idealista come concetto, è vero: finché l’eredità di RFK non è perduta, le sue promesse non possono dirsi incompiute. E Bobby non dorme ancora…non dorme per niente.

Tre persone mostrano uno striscione di addio al treno che trasporta la salma di Robert Kennedy da New York a Washington.

“Addio, Bobby”.

 

 

Carlotta Maria Puorto

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