Migrazioni e buone pratiche

"Promoting the economic integration of migrants" RENA - Milano, 19 gennaio 2018

Migrazioni e buone pratiche

Promoting the economic integration of migrants è il titolo della conferenza che si è tenuta negli spazi di Base a Milano venerdì 19 gennaio. Promossa da RENA, con la collaborazione di Make a Cube3, Poli.Design e JP Morgan, si è svolta intorno al rapporto “Promoting the economic integration of migrants. A collection of European good practices to inspire application in Italy”, un lavoro formalmente iniziato nel 2015 da un nutrito gruppo di studio e portato a termine quest’anno. Si tratta di un impegno di grande rilievo che si pone l’obiettivo di contribuire come valido strumento al difficile processo di integrazione dei migranti.

La finalità è duplice: da una parte ampliare la conoscenza del tema dell’immigrazione, che seppur continuamente dibattuto e al centro dell’agenda dei partiti politici anche in quest’ultima campagna elettorale risulta sempre troppo distante dalla sensibilità di ciascuno di noi, dall’altra fornire una panoramica sulle realtà nazionali e internazionali attive in questo campo, al fine non solo di illustrare casi a cui rapportarsi e cui far riferimento ma anche di promuovere un dialogo con i diversi stakeholder. Tanti gli interventi che si sono susseguiti durante il pomeriggio e tanti gli spunti su cui riflettere; importante e necessaria la partecipazione al progetto di soggetti pubblici e privati che insieme alla società civile scendono in campo non per far fronte a un’emergenza – quella del fenomeno migranti è ormai considerata tale da troppo tempo – ma per scommettere sulla nascita di una nuova società inclusiva, aperta, democratica e eticamente responsabile.

Il rapporto prende in analisi cento best practices presenti in sedici paesi Europei e le suddivide in cinque gruppi: realtà che si occupano di progetti imprenditoriali che nascono dall’iniziativa dei migranti, organizzazioni che offrono servizi e consulenza ai migranti, altre che forniscono assistenza e aiuto nella ricerca del lavoro al pari delle canoniche agenzie interinali, ma che grazie alla collaborazione di volontari specializzati si pongono, in una prima fase, come intermediari tra persone di culture diverse. Nelle oltre cento pagine di rapporto sono poi inseriti – nel quarto gruppo – i progetti di cooperazione internazionale nell’ambito delle possibilità di impiego e dello sviluppo delle capacità imprenditoriali di ciascuno di loro; l’ultimo gruppo riunisce un network di esperti che mettono a servizio delle persone migranti competenze per distribuire buone pratiche e fornire aiuto nel momento del bisogno.

Tutto ciò risulta particolarmente necessario, nonostante sembri quasi pleonastico e retorico ricordarlo, perché l’immigrazione non è solo un flusso di persone che va da un posto all’altro, ma un fenomeno più complesso che consta almeno di due momenti fondamentali: l’accoglienza al momento dell’arrivo fisico delle persone, e l’integrazione nella loro nuova società. Inutile dire che ciascuno dei due momenti è di cruciale rilevanza, ma mentre lo stadio dell’accoglienza, seppure delicato e drammatico, ha una durata limitata nel tempo, il processo di integrazione richiede tempi più lunghi e l’impiego di maggiori strumenti; basti pensare a tutte le azioni e attività che devono essere intraprese al fine di rispondere ad esigenze logistiche e di soddisfazione di bisogni personali, sanitari, emotivi e psicologici. Un problema di difficile gestione è per esempio il recepimento delle richieste di ricongiungimento familiare che provengono da parte dei nuovi arrivati una volta accettati nel paese di accoglienza, oppure alla ancora più preliminare questione linguistica.

Capita troppo spesso quando si affronta il tema delle migrazioni di tralasciare dati che invece aiutano a leggere gli eventi con più chiarezza. Secondo il rapporto dell’OCSE “International Migration Outlook 2017”, la situazione italiana si caratterizza per essere quello in cui la differenza tra immigrati con alto livello di istruzione e italiani sovraqualificati è più alta. In poche parole vuol dire che gran parte della nostra forza lavoro è impiegata in mansioni poco qualificanti, decisamente al di sotto delle loro potenzialità e capacità. Se questo è un problema che coinvolge tutta la popolazione residente in Italia, nel nostro Paese si può anche affermare che quei lavori così detti di manodopera, a cui gli italiani tendono a non essere interessati, sono spesso occupati da stranieri.

Così, se da una parte in questo modo si contribuisce a colmare una fascia di professioni che altrimenti potrebbero risultare scoperte, dall’altra questo stagnamento professionale finisce per “intrappolare” le persone migranti in una situazione senza via di uscita. Una delle cause di questo quadro appena descritto è la mancanza di strumenti linguistici posseduti dagli stranieri che permetterebbero di abbattere alcune barriere del mercato del lavoro, accedendo così ad altre possibilità. La cosa è aggravata dal mancato riconoscimento dei loro titoli di studio, che finisce per dequalificarne ulteriormente il profilo.

Se quindi un primo passo per contribuire al processo di integrazione sociale è la conoscenza linguistica, sicuramente la promozione di attività volte a favorire la comunicazione e lo scambio tra le persone è un obiettivo da perseguire. È per questo che risulta fondamentale concentrare l’attenzione anche sulla pianificazione di spazi aperti, collettivi, pubblici dove permettere ai singoli di incontrarsi e di conoscersi attraverso lo scambio e la condivisione di valori e tradizioni, di saperi e culture. Un luogo simbolico, che sarebbe bello chiamare società, in cui l’identità culturale di ciascuno è un patrimonio prezioso che arricchisce la collettività nel suo insieme. Molte sono state le organizzazioni presentate alla conferenza che si occupano di promuovere iniziative basate sullo scambio di arte, musica, cibo, cultura e di tutte quelle piccole cose che permettono alle persone di sentirsi più vicine anche se appartenenti a mondi lontani.

Di certo, ciascuno degli esempi riportati nel rapporto contribuisce a creare un quadro positivo e di speranza verso un modello di società che ci faccia sentire tutti cittadini uguali e appartenenti ad una stessa comunità, responsabilizzandoci attraverso doveri, diritti e soprattutto visioni. Finché non verranno poste queste basi che sono proprie di ogni paese definito civile, allora i numerosi progetti raccontati in “Promoting the economic integration of migrants”, rischiano purtroppo di essere un, seppure bellissimo, castello di sabbia senza solide fondamenta che lo sostengano.

 

 

Federica Antonucci

Tools For Culture

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Tools for Culture è un’organizzazione non profit attiva nel campo della ricerca, della consulenza e della formazione per l’economia, il management e le politiche dell’arte e della cultura. Il suo obiettivo è contribuire a estrarre il valore dalle risorse creative e culturali, rafforzando il loro impatto sulla qualità della vita, stimolando la creazione e il consolidamento di un network di professionisti, imprese e competenze, e fornendo assistenza strategica e tecnica in campo culturale.

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