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Mucche, scuole, strade, donne: un palinsesto di questioni e simboli che raccontano la cultura del Sud Sudan

By 5 Luglio 2019 No Comments

In Sud Sudan ho visto molte cose: ho visto l’altro, ho visto l’uomo e l’impossibilità della certezza. Sono stata in questo Paese – spesso definito come “dimenticato da Dio” – per un mese, grazie a mio fratello e alla Fondazione AVSI con cui lavora (https://www.avsi.org/it/). È una fondazione attiva in vari Paesi del mondo nel campo della cooperazione, dello sviluppo e dell’emergenza. Ho avuto la possibilità di seguire mio fratello durante tutti gli spostamenti nella regione dell’Eastern Equatoria, con lo scopo di raggiungere scuole supportate da AVSI o trovarne di nuove.

 

Il Sud Sudan ti travolge, s’impossessa della tua mente e se sei (s)fortunato anche del tuo cuore: in questa terra non c’è spazio per l’immaginazione, la povertà e la violenza hanno fagocitato anche quelle. Sarebbe impossibile scrivere un racconto dettagliato e interessante su questo viaggio, preferisco quindi raccontare le quattro cose che più mi hanno lasciata stupefatta: le mucche, le scuole, le strade e le donne.

 

Le mucche

Piccoli incisi e curiosità:

Piccolo richiamo biblico: vi ricordate la famigerata mela di Adamo ed Eva? Bene, nella versione Dinka la mela è stata sostituita con una mucca, che Adamo ed Eva antepongono orgogliosi a Dio;

I Dinka e i Nuer (i principali gruppi etnici) non considerano in nessun modo l’estetica (probabilmente sono gli unici due popoli al mondo secondo l’antropologo Ugo Fabietti) a parte una piccola eccezione: le corna e la gobba delle mucche;

In Eastern Equatoria meno del 2% degli agricoltori usa l’aratro, oltre alla difficoltà economica e la difficile reperibilità dello strumento, il motivo principale è il non voler indebolire le mucche.

 

 

Le scuole

Ascoltando la gente parlare in Juba Arabic si nota che alcuni termini sono stati semplicemente adottate dall’inglese; fra questi c’è school. È, infatti, evidente che il concetto di scuola è un prodotto d’importazione che fa fatica a prender piede (come qualsiasi nuovo organismo inserito in un sistema preesistente). I fattori di questa difficoltà sono pressoché infiniti.

Descrizione di una visita:

Dopo molti chilometri percorsi per strade inventate fra alberi, rocce e fiumi, si arriva in un villaggio e la scuola si trova, generalmente, appena fuori da quello che si potrebbe definire il “centro”. Ora, riguardo agli edifici scolastici, si aprono diversi possibili scenari: scuole permanenti, quindi in muratura (più uniche che rare, specialmente nelle zone rurali); scuole temporanee (TLS: temporary learning spaces), le quali a ragione si possono immaginare con delle canne di bambù e un tettuccio di paglia; scuole miste, ovvero in parte stabili e in parte TLS e scuole all’aperto, all’ombra degli alberi. Ovviamente non sono le condizioni più consone all’apprendimento, soprattutto se si considera il clima: per sei mesi l’anno tutto si allaga a causa delle piogge e gli altri sei mesi il caldo è asfissiante.

È normale arrivare in una scuola e trovare solamente 60 dei 400 iscritti e meno del 50% del corpo insegnante, fra qualcuno già sotto la benedizione di Bacco alle dieci del mattino In pochi casi abbiamo trovato alunni e insegnanti in classe, molto più spesso i maestri erano dediti a godersi l’ombra dell’albero più grande e gli studenti impegnati in vari tipi di giochi.

La scuola è così strutturata: nursery, primary (P1-P8), secondary (S1-S6). L’opzione più frequente è trovare scuole che abbiano solo classi di primary e molto spesso non si arriva alla P8: l’alto tasso di abbandono scolastico è una piaga.

I maestri (l’uso del maschile non è casuale) spesso e volentieri sono volontari, mentre gli impiegati statali ricevono uno stipendio, che da un lato non è adeguato rispetto al tasso di inflazione infernale e, dall’altro, è indubbiamente insufficiente a coprire le necessità primarie di autosostentamento (generalmente ricevono solo 1- 3 stipendi annui, per un importo di circa tre dollari ognuno), il che a conti fatti rende volontari anche gli insegnanti non volontari. Questo obbliga, per le leggi della sopravvivenza, ad alternare il proprio lavoro nella scuola a quello nei campi, rendendo così la presenza in aula alquanto aleatoria.

Infine il livello d’istruzione degli insegnanti, nella maggior parte dei casi, è quello di persone che a loro volta hanno appena terminato la primary (per chiarezza la P8 corrisponde circa alla terza media).

Riassumendo, se si è fortunati arrivando in una scuola la si può trovare operativa (mai dare niente per scontato), con il 50% degli insegnanti (fra cui indubbiamente qualcuno ubriaco, comunque con circa lo stesso livello d’istruzione dei bambini cui sta facendo lezione) intenti a trasmettere le loro conoscenze a studenti spesso malnutriti. Allievi che quando possono concedersi il lusso di non spaccarsi la schiena a casa o nei campi, vanno in un luogo chiamato ambiguamente scuola.

Ora personalmente, più volte con l’amaro in bocca, mi son chiesta: a che pro? Che senso ha andare a scuola quando per cause di forza maggiore si esce da lì quasi più impreparati di prima? Ha senso ridurre la possibilità di mangiare almeno una volta al giorno, per andare a imparare, in un lingua spesso sconosciuta anche agli stessi insegnanti (l’inglese), nozioni futili per la sopravvivenza? Fortunatamente, in alcune zone più che in altre, le famiglie intravedono nella scuola una minima possibilità di riscatto per le generazioni future. AVSI, insieme con altre ONG, sta cercando di trovare misure e risposte a questa catastrofica (non esagero) situazione.

Le azioni e le attività sono diverse, come il tipo di supporto che si dà alle scuole: strutture permanenti o semi-permanenti, latrine, cucine, magazzini, recinzioni, formazione di insegnanti e distribuzione di materiale scolastico.

Spendendo due parole per ciascuno:

Latrine: non è comune trovare persone delle zone rurali che sappiano perché e come usarle, ma sono uno strumento indispensabile soprattutto per combattere le epidemie di colera;

Strutture permanenti: oltre a conferire un’aria più istituzionale alla scuola, garantiscono un minor deterioramento della struttura, altrimenti vittima di termiti, piogge torrenziali, animali in pascolo e così via dicendo.

Recinzioni: non sono solo uno strumento per cercare di impedire agli studenti di andarsene in qualsiasi momento, ma anche per evitare il passaggio di vacche e capre che userebbero la scuola come pascolo, con conseguenze indesiderabili. Inoltre sono essenziali per tenere gente armata lontana dalla scuola.

Cucina e magazzino: in alcune zone è stata introdotta la cucina (con il relativo magazzino per conservare gli alimenti) in collaborazione con un progetto supportato da World Food Programme per garantire almeno un pasto al giorno agli studenti. Non è insolito vedere bambini che vanno a scuola solo all’ora di pranzo (comportamento comunque non stigmatizzabile), ma in generale grazie a questo progetto si assiste a un incremento non solo del numero degli iscritti, ma anche del loro rendimento.

Temporary Learning Spaces: i TLS sono un po’ la punta di diamante di AVSI, avendo introdotto importanti novità rispetto a quelli costruiti in passato o da altre organizzazioni. Le strutture hanno una speranza di vita di cinque anni e sono costruite con materiali comprati presso le comunità locali, cercando così di avere un doppio impatto: quello educativo (pensate alla differenza fra il fare lezione in tendoni a 30 gradi o all’aria aperta con tutte le distrazioni e i cedimenti del caso) e quello economico-sociale.

 

 

Le strade

Per farla breve si potrebbe dire che non esistono, o meglio che anche il concetto di “strada” è abbastanza confuso.

Per quanto riguarda le interurbane, la situazione è più o meno la seguente: un caotico insieme di terra battuta, fango, rami, camion impantanati o abbandonati e dimenticati, e fiumi da attraversare (affidandosi in questi casi alle mani del Signore o a quelle della rassegnazione). Il percorso continua con: alberi spezzati dal vento (i quali, con un buon machete, un po’ di forza e tanta pazienza si possono rimuovere), vacche fatte pascolare da pastori che spesso e volentieri ti salutano sventolando un fucile (non sempre è chiaro se stiano salutando la macchina o i passeggeri), ma senza la benché minima intenzione di spostare il bestiame, costringendo la macchina ad avanzare, fra varie incornate, a passo di pascolo.

Non è frequente vedere macchine in Sud Sudan. Delle poche in circolazione la maggior parte è di ONG, che essendo costrette ad avanzare a passo d’uomo (data la condizione delle strade) non è raro che subiscano imboscate e mini sequestri. Infine le strade sono percorse a piedi dalle persone: principalmente dalle donne e da un’immensità di bambini che popolano i bordi di questi percorsi/strade. Ripeto: un’immensità di bambini, mai visti tanti in vita mia! Questi, nelle zone più remote scappano perché impauriti da questa strana cosa a motore che si muove da sola, mentre, più spesso in zone più abitate, i bambini alla vista delle macchine cominciano a correre felici salutando e urlando KAWAYA (bianco) con un sorriso a 360 gradi.

La condizione delle strade costringe tutti a spostarsi molto lentamente, dandoti così il tempo di poterti immergere nell’osservazione della natura e di volti sorprendenti. Visi, appunto, segnati dalla guerra e dalla fame, dalla violenza giornaliera, volti duri che però nell’incrociare il tuo sguardo si concedono in splendidi e genuini sorrisi quasi come per miracolo.

 

Le donne

“Esser donna è difficile” c’è chi lo sa perché è donna e chi per retorica, ma sicuramente non è una frase vuota, soprattutto in Sud Sudan. È difficile identificare una differenza fra il concetto di schiava e di donna. Essere donna implica lavorare nei campi, accudire quell’immensità di bambini che dall’età di 14 anni si è obbligate a mettere al mondo, o come le stesse dicono a “produrre”. Inoltre essere donna significa “scadere” dopo una decina di anni (le più fortunate) ed essere dimenticata e sostituita da quel marito che accordandosi con il padre l’ha comprata in cambio di mucche e capre. È quasi paradossale che, in un paese sorretto dalla “Jungle law”, dal caos e dall’inesistenza di leggi fisse, il matrimonio sia meticolosamente regolato. Ogni “provincia” segue le sue regole, passando dal minimo di 200 vacche nel nord alle 18 vacche e 60 capre nel sud. Se invece si usufruisce solo del “servizio” della donna, senza sposarla, è la famiglia a scegliere il prezzo o meglio, “la tassa” da pagare per quel corpo.

Gli uomini decidono tutto, quante donne sposare, a che età e cosa sarà del loro futuro. Le donne portano avanti la società quasi senza rendersene conto, quasi come la maggior parte dei mariti non si rende conto che stare sotto l’ombra di un albero a ubriacarsi (per non sentire la fame spesso e volentieri), mentre le mogli si spaccano la schiena non è poi una scelta così saggia, né per la società, né per le loro pance. Onestamente non si deve essere ipocriti, e riconoscere che, a parte la poligamia, non ci son poi troppe differenze con quella che era la situazione europea fino a 50-60 anni fa (e per alcuni casi tuttora).

Le donne hanno il paese in mano, le donne sono scambiate per mucche (l’animale più importante e colonna del Paese) le donne producono, vedono e educano e sanno leggere la realtà delle ingiustizie che subiscono giornalmente e le accettano come parte della loro cultura. Sarebbero, però, pronte a reagire, se solo avessero un appiglio, una speranza, un aiuto. Ma le donne no, non possono parlare, sono costrette in un mutismo raramente rotto. Il mio augurio più intimo e profondo è che anche le ONG riescano a trovare la chiave per poter affrontare questa situazione senza invadere culturalmente quella che è la realtà sud sudanese, anche se, in tutta onestà, non so fino a che punto questo sia possibile.

 

Allo stato di fatto si può immaginare, come cornice nazionale e politica, un governo instabile e militare, che fomenta l’odio fra i Dinka e il resto delle etnie del Paese, specialmente i Nuer, proprietario di ogni bene (In Sud Sudan non esiste la proprietà privata delle terre, almeno non come s’intende in Europa). La natura è ostile, le terre aride e le temperature soffocanti si alternano a piogge torrenziali. Il periodo delle piogge (quando non c’è la siccità) favorisce, in queste condizioni, lo sviluppo di malattie come il colera, il tifo, la malaria e le carestie, mentre gli scontri armati, inevitabilmente, aprono cicli infiniti di violenza e ingiustizia con un’ulteriore possibile conseguenza, quella del contagio della sifilide.

Eppure, nonostante tutto, c’è la totale incontaminatezza, c’è la purezza. La purezza di un essere umano che non conosce il romanticismo, l’estetica, la tecnica ma che, con un solo sguardo, ti sa parlare dell’uomo, un uomo che vive lontano dalla bellezza convenzionale, ma secondo natura. Sono tornata nella grande metropoli e sì, il Sud Sudan mi ha contaminata molto più di quanto colonizzatori o centinaia di ONG abbiano potuto fare con la sua terra.

Il Sud Sudan è quella domanda che sorge piano piano ma poi non se ne va più: “Quante forme abbiamo?” E, soprattutto, “chi siamo?” Grazie per esserti mostrato così come mai i miei occhi avevano potuto vedere e la mia pelle sentire. E grazie a Robi, per non smettere mai di credere e lottare, per essere un esempio e per saper amare.

 

Greta Trisciani

FOTO © Greta Trisciani

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