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Musei: tra passato e futuro, nessuno pensa al presente

By 13 Giugno 2020 No Comments

Con il pallino per arte e storia dell’arte ci si nasce; l’enciclopedia Fabbri editore sulla storia dell’arte universale che mia madre comprò quando aspettava me è ancora sulla mensola che mi ricorda il perché abbia scelto una via così tortuosa per il mio futuro. Crescendo la mia situazione non migliorò.

“Cosa vuoi fare da grande?”

“L’archeologa, ma di quelle che fanno le ricostruzioni 3D al computer però”

Non sapevo se esistesse o come si chiamasse quella figura professionale, e in questa selva non mi è chiaro ancora se abbia una definizione univoca o sia solo una figura mitologica a metà tra l’umanista e il grafico. Razionalmente parlando, quelle immagini sono palesemente frutto della collaborazione tra informatici e studiosi degli strati. Alla piccola me bastava una foto accostata ad una grafica ricostruttiva di un edificio antico per affascinarmi, volevo andare in edicola solo per racimolare più cd-rom possibili a prezzi stracciati che mi raccontassero di piramidi e di dèi pagani, e la sera sulla Rai si guardava solo Passaggio a Nord-Ovest o Super Quark (col beneplacito dei miei familiari) per vedere quei disegni diventare tridimensionali ed sognando di poterci viaggiare dentro. Ero rapita da come osservando uno spigolo si potesse intuire la presenza di un’architrave di quel preciso stile e come da un frammento d’intonaco si potesse riconoscere un personaggio e la sua leggenda. Ancora oggi visitando uno scavo archeologico cerco indizi che mi aiutino a comprendere ciò che è stato, immaginando ogni pietra al posto in cui era stata messa. Certi tarli non passano facilmente.

L’attenzione per l’estensione visiva virtuale ai fini didattici mi ha portato da sempre a documentarmi sulle novità, le trovate e le strategie illustrative di cui possono esser supporto. Ad acuire questa mia attenzione, la passione per i musei e la mia esperienza universitaria culminata, per l’appunto, con una tesi in Museologia e Storia del Collezionismo. I linguaggi adottati dagli allestimenti, le nozioni proposte dai percorsi museali, i supporti, gli sfondi e gli scorci scelti per ogni opera si fanno forieri di una comunicazione ipertestuale spesso assimilata senza esser riconosciuta. Spessissimo il museo viene visto come un luogo per intenditori, ma il suo valore educativo si percepisce da ciò che insegna a chi non conosce e da come seduce chi non mostra curiosità verso la materia. La tecnologia, più o meno avanzata, consente di aumentare questa attrazione, è l’elemento che spesso riesce ad avere il maggiore impatto su grandi e piccini.

Ci tengo ad entrare in una galleria o una mostra da ignorante, senza saperne troppo, per verificare il potere comunicativo del sito, cercando di capire quanto mi abbia reso in termini di conoscenza una volta uscita. Il mio è comunque un occhio critico, con basi umanistiche, per questo mi concentro molto anche sulle risorse informatiche o gli espedienti visivi utili ad imboccare concetti basilari per la lettura delle collezioni anche ai meno esperti. Le mie antenne si sono drizzate in numerose occasioni in cui strumenti “avveniristici” sposassero l’arte, con grande curiosità mi ci sono approcciata per definirne il coinvolgimento e verificarne l’efficacia. Tema che inserii anche nella mia tesi di laurea.

Il tomo con cui conclusi il mio percorso universitario consta nell’analisi dell’evoluzione delle mostre su Caravaggio, dalla riscoperta di Roberto Longhi fino alle rassegne svoltesi nel meridione nel primo decennio del 2000. Per evidenziarne il progressivo cambiamento di registro, nell’ultimo capitolo descrissi un fenomeno nascente del quale venni a conoscenza presso la mostra napoletana del 2004 dedicata agli ultimi anni della carriera del pittore lombardo (“Caravaggio. L’ultimo tempo 1606 – 1610” Museo di Capodimonte): la cospicua collezione di dipinti autografi venne implementata dei pochi esemplari mancanti, che per svariati motivi non sono potuti esser parte del catalogo, l’esposizione di alcune loro riproduzioni. Nitide, ad altissima definizione, retroilluminate e a grandezza naturale: con la prima esposizione, di appena un anno prima a Castel Sant’Elmo, erano nate le mostre impossibili.

www.mostreimpossibili.it

Durante la rassegna era stato possibile ripercorrere l’intera carriera artistica del Merisi proprio grazie a queste fedelissime copie, utili a consentire una totale conoscenza dell’evoluzione di tecniche, temi e visioni dell’artista, cosa, per l’appunto, impossibile da realizzare a causa anche della dispersione mondiale delle tele. La prima ad esser scettica fui io stessa: vedere una copia non può valere quanto trovarsi davanti a un originale! In realtà spesso le opere di mano degli artisti stessi per i riflessi di invadenti cornici o delle vernici sulle pellicole pittoriche, o per la collocazione allarmate o poco agevoli (come quelle custodite in edifici di culto) non consentono una visione ravvicinata, e molte delle minuzie caratterizzanti di cui parlano i libri di testo, si rischia di perdersele. Visitando una mostra impossibile invece, si può godere di immagini nitide, chiare e perfette. Lo studio dello stile dei tratti e della tecnica con una visone ravvicinata è consentito, anzi agevolato, quanto la possibilità di osservare interamente l’arco della vita professionale di un artista, riunendo tutti i capolavori sotto lo stesso tetto, perfino i più inaccessibili, mettendo a disposizione di tutti la possibilità di comprenderne a pieno il genio.

La scelta di creare questo genere di iniziativa trasse spunto dalle teorie riguardo la fotografia di Paul Valéry, Walter Benjamin e André Malraux i quali, non ignorandone i difetti, individuano in questo mezzo un potenziale di democratizzazione culturale elevatissimo. Nel tempo della riproducibilità digitale, in una società nella quale l’arte viene studiata su illustrazioni di manuali, utilizzare al meglio un mezzo così potente che contrastasse i limiti geografici ed economici del pubblico, la dispersione delle collezioni e tutelasse il bene da spostamenti che ne possano ledere l’integrità, era quasi un dovere.

A prendere la palla al balzo lanciata dagli illustri scrittori Renato Parascandolo, allora direttore di Rai Educational, che trova sostegno dalla Regione Campania, decide di riunire un comitato scientifico composto da menti illustri quali Ferdinando Bologna, Claudio Strinati e Salvatore Settis e qualificato personale tecnico di diagnostica e restauro, al fine di ottenere le stampe più fedeli possibile all’originale, che permettessero di evincere persino i ripensamenti dell’autore. Questo sistema contempla un enorme risparmio economico per ciò che riguarda anche le spese assicurative del trasporto e dei sistemi di sicurezza e vigilanza, in modo tale da semplificare la mobilità dei pezzi ed accendere la fiammella della cultura ovunque sia richiesta, anche con un budget esiguo. Tuttora le riproduzioni e l’apparato didattico costruitogli intorno viaggiano varcando anche i confini nazionali, portando con sé non solo il bagaglio culturale di Caravaggio ma anche quello di Leonardo e Raffaello.

Sulla scia di questo genere di esposizioni, lo scorso anno a Palermo ho potuto visitare un’altra mostra caratterizzata dalla presenza non di originali ma di riproduzioni, anzi forse in questo caso bisogna definirle ricostruzioni. In occasione del 50° anniversario del furto della Natività dell’Oratorio di San Lorenzo per mano della criminalità organizzata, Factum Arte, Sky Arte e Le Vie dei Tesori con la collaborazione degli Amici dei musei Siciliani, hanno restituito il Caravaggio a quell’altare, realizzando una copia fedelissima della pala d’altare in base alla documentazione fotografica a disposizione e allo studio meticoloso della tecnica del maestro milanese. Nessun dettaglio è stato trascurato, perfino le incisioni con funzione preparatoria che egli apportò sull’impasto preparatorio del quadro.

In contemporanea aprì “Il ritorno dei capolavori perduti” a Palazzo Abatellis, in cui anche altre opere venivano salvate dall’oblio in cui erano state gettate dalla crudeltà umana o dalle fiamme: di ritorno dall’Ade davanti ai miei occhi la Medicina di Klimt, distrutta dai nazisti in ritirata, la stessa sorte subirono i Cavalli di Franz Marc, compagni di sala. Dipinti perduti o dispersi per sempre tornavano ad essere mostrati per documentare l’abilità di grandi maestri come Tamara de Lempicka, Vermeer, Van Gogh, Monet. Il volume delle pennellate e le cromie non facevano rimpiangere l’originale, se non fosse che inconsciamente anziché l’ammirazione per un capolavoro passato si prova moltissima malinconia e tanta rabbia per la brutalità e noncuranza dell’uomo nei confronti del nostro patrimonio. Fin da subito ho avuto l’impressione di assistere a una mostra di fantasmi.

Di altissimo valore quindi il messaggio trasmesso da questa mostra piccolissima, che sensibilizza sul tema della tutela dei beni artistici e restituisce materiale su cui approfondire la conoscenza dell’artista. Ritengo snobistico l’atteggiamento di chi considera queste mostre futili solo perché non vi sono presenti manufatti d’epoca, è piuttosto decisamente apprezzabile la loro valenza didattica, mirata al contenuto ed ad un fil rouge ben chiaro, fattore che in molte mostre dai grandi nomi non sempre è presente.

https://www.lastampa.it/tecnologia/2014/06/23/news/con-i-google-glass-la-visita-al-museo-diventa-interattiva-e-multimediale-1.35746991

Mi lasciano invece del tutto indifferenti le experience exibition che relegherei all’ambito del mero intrattenimento. Parlo di grandi sale avvolte dall’ombra, che si fanno scenario di  sproporzionate proiezioni di dipinti cadenzate da colonne sonore cinematografiche, una goduria per gli occhi magari, ma cosa ne resta se non qualche immagine senza una definizione? Purtroppo l’intento di creare una situazione immersiva nei dipinti non è stata finora sfruttata a dovere per evidenziarne tipicità o peculiarità dell’artista, che siano tecniche, iconologiche, e così via. Come in un cinema in 4D ci restano immagini senza nome, utilizzate sapientemente da un regista per creare una suggestione senza contenuti. Non danno idea della fisicità dell’opera diluendola e ripetendola come un pattern stampato su una t-shirt, né della filosofia che ne ha permesso la realizzazione.

Non aborro le proiezioni in ogni loro applicazione, attenzione, qualcosa di suggestivo ma istruttivo si può fare ed è stato fatto. Un ottimo esempio sono gli attori torinesi che abitano le sale spoglie di Venaria Reale a Torino ma che raccontano storie della regia e dei nobili che l’hanno vissuta, oppure il “Viaggio nei Fori” di Roma.

Questo ultimo progetto lo ritengo un esempio perfetto, se non da emulare da studiare e trarne dettami. Viaggio nei fori parte dal concetto di una visita audioguidata nell’area archeologica dei Fori di Cesare ed Augusto, la cui attrattiva è incrementata da elementi visivi e autoriali di valore, capaci di incontrare l’interesse di un pubblico medio. Perché? Per l’esclusività del tour (in quanto permette l’accesso a luoghi quotidianamente fruibili solo dall’alto), per la voce narrante e per i testi (lettore d’eccellenza è proprio Piero Angela che racconta insieme a Paco Lanciano, altro volto noto di super quark, la vita quotidiana e gli eventi storici svoltisi tra quei reperti, attraverso le cuffie), per l’abilità con cui rende il visitatore protagonista degli effetti speciali inscenati. Il mio affetto per i componenti della famiglia Angela l’ho già anticipato ma, al di là del mio gusto personale, passeggiare tra le illustri vestigia e vederle trasformarsi come appena realizzate sotto i propri occhi è davvero suggestivo, eppure si tratta di un’idea semplice, non nuova, che sfrutta a pieno la location, valorizzandola e ampliandone i confini narrativi.

Basta la sovrapposizione di un’immagine proiettata su di un frammento e i giusti giochi di luce ed è possibile osservare come un antico tempio fosse in origine. Diventa possibile vedere anche attraverso le mura, come nel caso della Curia Iulia, dato che un’animazione illusionistica ne sfonda il muro perimetrale per vederne le trasformazioni dei suoi interni nelle sue diverse fasi, oppure assistere a narrazioni accurate sfruttando le superfici della così detta Basilica Argentaria in cui si racconta della scuola e delle banche ai tempi dell’impero e dell’uso del corsivo latino, di cui alcuni esemplari calligrafici sono stati proprio qui rinvenuti. Il fruitore porta a casa nozioni ed emozioni, sentendosi coinvolto in prima persona: risultato questo di una sapiente gestione di mezzi e contenuti, cadenzati dai giusti ritmi e proposti con il consueto garbo del documentario televisivo.

www.viaggioneifori.it

L’applicazione della realtà aumentata in una maniera così all’apparenza semplice e immediata costituisce la ragione prevalente del successo di questa iniziativa. Ancora oggi molti sono i tentativi di sperimentazione sull’utilizzo della computer grafica 3d nei musei. Il mezzo, considerato il vero futuro della divulgazione, è ancora argomento di studio riguardo la sua corretta applicazione. Da sempre discordanti sono i pareri riguardo la giusta via di mezzo per l’applicazione della didattica museale, non si riesce a venirne ancora a capo riguardo quale sia la giusta via di mezzo tra i megagalattici visori VR e le indefinite brochure cartacee che non raccontano nulla e finiscono ad affollare i cassetti dei turisti.

Nel 2014, una proposta innovativa sembra sia la risoluzione definitiva a questa questione, perfetta per conciliare questi due universi: viene proposto l’utilizzo dei Google Glasses: il dispositivo, indossabile come un semplice occhiale, permette di trovare le informazioni necessarie attraverso il motore di ricerca in base alla direzione in cui guardiamo o alla posizione in cui ci troviamo, acquisendo tutte le immagini che noi vediamo durante la giornata. Dopo il lancio sul mercato e il conseguente flop per le evidenti violazioni della privacy di chi veniva inconsapevolmente ripreso, si pensò che l’utilizzo perfetto fosse proprio all’interno di pinacoteche e parchi archeologici a supporto del visitatore, una specie di evoluzione delle comuni audioguide, che permetta di godere dell’opera in maniera più completa e dettagliata grazie a rendering e video appositamente creati, da poter riprodurre contestualmente alla visita, agevolando anche il pubblico di sordi con una spiegazione in  LIS, il tutto senza l’ingombro di tener in mano un cellulare o un tablet.

L’applicazione di questo strumento è stato sperimentato in alcuni noti poli museali tra cui quello dei Mercati Traianei  a Roma e Palazzo Vecchio di Firenze e presso la mostra che univa la città eterna e Venezia “da Guercino a Caravaggio”(sembra che lo spirito del pittore lombardo inviti i curatori a sperimentazioni tecniche di ogni tipo!). L’utilizzo non andò oltre la fase sperimentale per motivi che vanno dalla difficoltà di attivare la riproduzione dei video, all’inadeguatezza dei contenuti proposti che distraggono anziché approfondire, dalla pesantezza dell’apparecchio al disagio per chi ha problemi di vista di portare un doppio occhiale sul naso, ma soprattutto per l’elevatissimo costo del dispositivo, per nulla alla portata della fragile economia di un museo italiano.

Oggi invece ci capita di trovare accanto a sculture e dipinti un quadratino da scannerizzare con la fotocamera del proprio cellulare, che rimanda a pagine web in cui didascalie scritte con caratteri minuscoli fungono da alibi alla scarsità degli apparati didattici museali. Per carità, ormai uno smartphone capace di leggere i codici QR lo possediamo tutti, ma dato che l’hardware ce lo mettiamo noi visitatori, credo che sia doveroso un piccolo uno sforzo in più per la creazione di contenuti coinvolgenti (facilmente estraibili dallo studio degli oggetti in esposizione e con una basilare operazione di storytelling) o l’ideazione di percorsi personalizzati per ogni genere di pubblico, dato il costo decisamente inferiore rispetto alle precedenti soluzioni. Ci si spreme le meningi riguardo al futuro dei musei, ma al presente chi ci sta pensando?

Adriana Cannaò

 

La foto di copertina è dell’autrice

CultureFuture

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