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Museo, o non museo? Ecco la questione.

By 26 Febbraio 2019 No Comments

Depositi di Capodimonte, è il secondo tentativo promosso dal museo in tal senso. Quale lo scopo? Alcune considerazioni.

Incuriosire.

Questionare.

Meravigliarsi.

Voglio partire dall’ultima: Meravigliarsi. Cosa ci aspettiamo da un museo? Cos’è l’arte, o – più correttamente – cos’è un bene che ci offre un’esperienza ineludibile, eppure in-concreta e insostituibile allo stesso tempo?

Questionare. Cos’è la fruizione? È divenuta semplicemente esperienza mistica, divinatoria, o forse – più schiettamente – interamente aforistica: un’esperienza che pare debba contenere in sé il segreto di tutto (della vita?) oppure di niente. La verità?

Incuriosire. La verità è che abbiamo perso il senso della curiosità. A furia di restare insoddisfatti dalle esperienze culturali proposteci, ci siamo disallenati, e lasciati andare ad una passiva iniezione di contenuti: non altro che contentini per fanciulli. La fanciullezza. Cosa abbiamo perso? Quante cose abbiamo perso.

Ho ventisette anni, e vedo la mia generazione come l’ultima custode di un ricordo, e non del segreto; ma forse in questo può/deve celarsi il segreto? Questi anni, o i più stretti futuri, ce lo mostreranno. Cosa? Il rischio è forte: quello di un loop che continui, ed è un loop nel quale ci ritroviamo. La crisi culturale, è innanzitutto una crisi sentimentale: anche emotiva?

Lagnarsi? No, affatto. Mettere problemi nero su bianco equivale in qualche modo a doverci fare i conti. Torniamo a Napoli.  C’è un’immagine dalla quale voglio partire, perché è lo spot che ha innescato questa riflessione.

In fondo sono una romantica ottocentesca. Sono tentata dal sedermi, e lo faccio. La riflessione sul mondo, e sulla vita, da una sedia (in vimini) apprezzando una quadreria (o come si voglia definire una parete affollata da quadri) è davvero inebriante, ma siamo di più di un secolo oltre il XIX. Sono nata nel 1991 ma leggo Rousseau e continuo a questionarmi, ma soprattutto prendo le cose seriamente.

          

Ci sono – a mio avviso – due aspetti da considerare di questa mostra:

La prima è l’importanza dei depositi. Studiamoli, rileggiamoli, rivalutiamoli: riconsideriamo gli allestimenti. Quante mancate attribuzioni (magari da riconsiderare), e ancora quante mostre potrebbero mettersi in piedi quasi in toto dai depositi museali: si pensi a quelli campani! Per citarne uno, l’Archeologico di Napoli (MANN): un deposito – letteralmente – dal XVIII secolo. La mostra che si è da poco conclusa alle Scuderie del Quirinale “Ovidio. Amori, miti ed altre storie” ha, provenienti dal MANN, quanti pezzi? Circa 80? Quanto deve tutta la storia dell’arte agli affreschi pompeiani, e quanto tutta la nostra cultura comune? Considerazioni importanti che ci portano al secondo aspetto.

La seconda riguarda i forti problemi espositivi che persistono e che vanno affrontati. Le esposizioni ancora dal sapore ottocentesco, in grado di instaurare quella – divertente (solo da vedere) e non alla quale sottoporsi – “fatica da museo” che parte dall’ardua lettura di didascalie, o piuttosto dalla ricerca della giusta didascalia dell’opera corrispondente sulla parete. Quanto affastellamento, e ancora quanto horror vacui. Quanta bellezza, eppure quanto ancora poco ci si capisce e rimane di un’esposizione di tale tipo; e quanta fretta dei custodi di liberarsi del pubblico, e di lasciarsi a commenti e “battute” occasionali; ma questi ultimi sono solo “irrilevanti” problemi, rispetto ai seguenti. Che pubblico ci aspettiamo, che pubblico arriva, e – soprattutto – che pubblico ritorna? Problemi dei quali pochi sembrano preoccuparsi. Il superficiale è tra noi.

                    

Siamo diventati più interessati, o più disinteressati? E se siamo diventati disinteressati, lo siamo diventati perché si è quasi appiattita/standardizzata l’offerta culturale? Gli straordinari pezzi esposti nella sede di Capodimonte in occasione di questa nuova rispolverata di alcuni pezzi dai depositi, ci ricordano che è tempo di cambiare punti di vista; non è rimasto più tempo, e dobbiamo agire ora: il tempo è scaduto!

Il numero dei visitatori cresce: più di 50 milioni nel 2017, con un aumento di circa 5 milioni di visitatori rispetto al 2016, ed i primi dati del 2018 indicavano una crescita del 7,8% del numero di visitatori già nei primi cinque mesi dell’anno; ma quanto resta dell’esperienza museale, e quanto ancora di quella culturale? Il problema sta innanzitutto nella comunicazione.

Se è vero che un museo non è tale senza un pubblico, dovremmo allora domandarci se esso ha motivo di esistere senza la sua comprensione nella società (estesa). Che ruolo dovrebbe avere un museo, oggi? In un momento in cui emergono spinosi problemi di coesione e identità sociale e, soprattutto, di inclusione sociale e culturale, la risposta dovrebbe arrivare innanzitutto dagli istituti culturali: essi non sono solamente il simulacro della custodia, ma anche del lascito ai posteri, e dovrebbero veicolarne il messaggio; in essi è custodito il senso più intimo – e allo stesso tempo impattante e spregiudicato – della cultura, e dell’arte tutta. Quale? L’educazione al “diverso”.

È nel momento stesso della sua origine che il gesto artistico – nei tratti delle incisioni rupestri – dimostra che l’ingegno, la creatività, le visioni, le preoccupazioni – nonostante l’intimo e personale gesto – sono universali: l’arte è linguaggio universale, e ci insegna fin dalle sue origini che diverso è, in fondo, uguale, e che, se non altro, le barriere non hanno senso di essere: l’arte è travalicamento di ogni confine, spazio ed epoca.

È la ratifica della società che dovrebbe interessarci, in tutti i suoi strati. Dovrebbe interessarci non solo la consapevolezza estesa che il patrimonio sia comune, ma soprattutto che il patrimonio sia vivo, e che si muova – letteralmente – ed esca dai canoni convenzionali, per raggiungere innanzitutto il quartiere, e funga poi da coesione, e quindi da canale di inclusione. L’arte, se ha uno scopo, è quello di eliminare confini, ed aprire gli orizzonti. Questa non è una sfida, ma un dovere! Stop ai numeri, e si cominci con “l’inconcreto”: si scenda in mezzo alla società, nel reale.

 

 

Veronica Cimmino

CultureFuture

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