Museomix: Hallo Museum?

Seconda testimonianza di Museomix, questa volta a Bruxelles.

Museomix: Hallo Museum?

Stavolta si parla del progetto pilota realizzato a Bruxelles per Museomix, altra edizione dello stesso hackaton di cui ha già parlato Federica Antonucci.

Il museo di Bruxelles che ha ospitato la maratona progettuale era la storica Maison du Roi, in Grand Place, dove sono raccolte le testimonianze e le opere d’arte legate all’evoluzione della città e dove è custodito molto gelosamente il simbolo di Bruxelles, la statua originale del Manneken Pis.

Questa testimonianza ha lo scopo di raccontare da vicino uno degli otto prototipi realizzati dai tanti operatori culturali intervenuti all’hackaton. Il progetto in questione, chiamato FreeTheMuseum, aveva l’obiettivo di migliorare l’accessibilità al museo, che, pur trovandosi nel cuore della capitale, soffre di problematiche legate sia all’accessibilità architettonica, da parte di utenti fisicamente svantaggiati, sia all’accessibilità di una grossa fetta di potenziali visitatori che per variegate ragioni il museo stenta a intercettare.

Cos’è l’accessibilità? Le istituzioni culturali si confrontano continuamente con questo tema che a sua volta appare in continua evoluzione. L’accessibilità è come un cubo: ha sei facce. Accessibilità fisica, spaziale, psicologica, linguistica, digitale, sociale. Il museo della Città di Bruxelles non ha una rampa ne’ un ascensore per le sedie a rotelle; presenta didascalie in francese e fiammingo, ma non in inglese; non ha strumenti per l’accessibilità dei contenuti da parte di utenti non vedenti e non udenti; ha problemi a potenziare il numero dei visitatori, che non appare soddisfacente, rispetto specialmente alla posizione geografica così privilegiata; è solo parzialmente presente online; le sue esposizioni sono percepite come antiquate o noiose.

Quando un museo è accessibile? Per definire quando un museo è accessibile, paradossalmente non è il museo stesso che va osservato. La risposta si trova infatti tra le persone: visitatori + potenziali visitatori. Principalmente, un museo risulta accessibile quando riesce a costituire una comunità che condivide pratiche e valori in connessione con la propria offerta.  Per riuscire a costruire questo ecosistema, il museo deve lavorare sodo, definire obiettivi, elaborare strategie, utilizzare le risorse, confrontarsi con i pubblici.

Cosa abbiamo fatto. Il gruppo FreeTheMuseum, nell’ambito di Museomix, ha cercato di affrontare queste sfaccettature nel modo più semplice possibile. Museomix è infatti un workshop digitale in cui i team hanno a disposizione moltissimi strumenti ma solo due giornate e mezzo per pensare, progettare, costruire e far funzionare il prototipo. Consapevoli che l’unico vero modo per risolvere il problema strutturale della barriera architettonica sarebbe stato costruire un ascensore, il gruppo ha cercato di sfruttare il poco tempo in dotazione elaborando una vera e propria scorciatoia, che potesse in qualche modo offrire una soluzione multiscopo capace quantomeno di porre il problema all’attenzione di tutti. In che modo? Abbiamo usato un telefono, anzi due.

Scenario. Immaginate di trovarvi ad attraversare la Gran Place e di imbattervi in un telefono che squilla. Volevamo una cabina telefonica, ma poi abbiamo optato per utilizzare una nicchia del palazzo comunale. Insomma, voi siete per strada e c’è un telefono che squilla. Delle brevi istruzioni accanto al telefono recitano: “se qualcuno ti chiama, tu rispondi. Inizia una conversazione, ne sarai sorpreso”. Specularmente, un visitatore del museo si imbatte in un telefono nel bel mezzo dell’esposizione ed è invitato a utilizzarlo, a rispondere, a condividere la propria esperienza. Un modo del tutto normale, banale, ordinario per creare una connessione offline, inedita ma allo stesso tempo scontata.

Due telefoni. Nel corso della fase di realizzazione del prototipo ci siamo resi conto di due cose interessanti: che l’azione del telefonare sta assumendo una sfumatura che vira in maniera crescente verso il “vintage” e che al contempo offre la possibilità di superare almeno in maniera transitoria le barriere all’accessibilità. Vintage, perché i più giovani del team, appena ventenni, faticavano a immaginare un telefono con i tasti e con la cornetta, che il cavo del telefono e quello di internet sono due cose diverse. Eppure avevano ragione loro, perché ci siamo accorti che ormai gli unici veri telefoni in vendita sono quelli per le persone anziane, con i tasti enormi e gli spazi per le foto dei figli da contattare. Quindi non potevamo semplicemente acquistare due telefoni “della Sip”, abbiamo dovuto costruire dei contenitori in legno, in cui incastrare degli smartphone e metter loro delle briglie tecnologiche saldissime. Noi avevamo telefoni che a buon bisogno avrebbero preparato il caffè, ma volevamo solo un telefono con due tasti: chiama, rispondi. In questa corsa a ritroso contro il tempo e contro il multitasking abbiamo dato origine a due strambi telefoni, con tanto di cornetta vocale.

Solo audio. Perché non una video chiamata allora? Al di là dei vincoli infrastrutturali che con il segnale 3G avremmo potuto superare, ci siamo accorti che telefonare, telefonare e basta, avrebbe permesso ai visitatori di vivere un’esperienza davvero a portata di mano. Il telefono in quanto medium freddo permette un alto tasso di coinvolgimento. Noi volevamo sfidare gli utenti a ingaggiare una conversazione inaspettata, che favorisse la permeabilità tra dentro e fuori, a simboleggiare la necessità di una seria fertilizzazione tra chi può e chi non può, mescolando l’accessibile e l’inaccessibile.

Com’è andata. Alle 16 della domenica l’hackaton si è concluso e i prototipi di tutti i team sono stati installati. Il museo ha aperto i battenti e una folla, circa il triplo dei soliti visitatori della domenica, è accorsa. Il telefono dentro al museo ha iniziato a squillare. Inizialmente, sono stati i mediatori culturali del team a chiamare e rispondere, sperando di farsi imitare. Le persone erano incuriosite. Erano invitate a rispondere. In piazza alcune tiravano dritto, pensando che fosse una trappola commerciale (“Non mi serve niente, grazie”).  A un certo punto una signora è entrata nel museo e con una certa fretta ha raggiunto la sala a destra, quella dove stava il telefono interno: “Dov’è il telefono? Mi hanno detto di venire qui!”. Aveva risposto in piazza e qualcuno da dentro l’aveva invitata ad entrare e incontrarsi. Dopo un po’ due ragazze coreane hanno risposto timidamente a una chiamata in piazza e, dopo un densa fase iniziale di contrattazione sulla lingua da utilizzare per impostare la conversazione, hanno capito che nel museo stava succedendo qualcosa di interessante, con dei prototipi digitali, delle caccie al tesoro e che solo per oggi l’ingresso sarebbe stato gratuito. Le due coreane hanno lanciato un urlo entusiasta, si sono messe il cappuccio (pioveva tantissimo) e hanno iniziato a correre verso il museo. Più tardi, verso l’orario di chiusura, un ragazzo, questa volta da dentro, ha intrapreso una conversazione lunghissima con uno sconosciuto, intima, ha incominciato a passeggiare (il telefono era portatile), raccontava tutte le opere che incontrava; intanto i suoi amici gli dicevano di sbrigarsi, che stavano perdendo il treno per tornare a casa.

Appropriazione.  Pur senza abbattere le barriere, i due telefoni hanno permesso a molte persone di scavalcarle temporaneamente. Passeggiare nel museo riflettendo su cosa raccontare allo sconosciuto che, da fuori, ti sta ascoltando, ti fa assaporare i tuoi passi, ti rende consapevole delle sensazioni. Lasciare che il proprio percorso sia deviato da una telefonata (“Entra al museo, dai”) modifica la percezione individuale del museo, modifica l’esperienza della visita, agisce sulla rete delle relazioni interpersonali. Chi telefonava non vedeva il volto del proprio interlocutore e non si vergognava. Il problema della lingua, già ingombrante di per se’ in una nazione bilingue, e l’urgenza di trovare una soluzione in tempo reale perché dall’altra parte della cornetta c’era uno in carne e ossa in attesa, favorivano spesso il coinvolgimento di più di un interlocutore: “C’è qualcuno che parla spagnolo? Io so soltanto il francese e l’inglese, aspetti le sto passando qualcuno che parla la sua lingua”. Le persone si sono appropriate dello spazio del museo e della piazza antistante, si sono appropriate del percorso, delle conversazioni intraprese.

Vorrei che iniziative come questa si moltiplicassero, che la dimensione umana, ancorata al qui e ora, prevalga, vorrei un museo nella città e una città nel museo, ogni giorno dell’anno.

 

Valeria Morea

Tools For Culture

Tools For Culture

Tools for Culture è un’organizzazione non profit attiva nel campo della ricerca, della consulenza e della formazione per l’economia, il management e le politiche dell’arte e della cultura. Il suo obiettivo è contribuire a estrarre il valore dalle risorse creative e culturali, rafforzando il loro impatto sulla qualità della vita, stimolando la creazione e il consolidamento di un network di professionisti, imprese e competenze, e fornendo assistenza strategica e tecnica in campo culturale.

RELATED ARTICLES

Pensare, o non pensare: ecco la domanda

Pensare, o non pensare: ecco la domanda

Il mondo dell’arte è diviso in due parti: quelli che adorano e proteggono l’arte contemporanea, e quel

LEGGI TUTTO
Da io a noi: quando la periferia è il Quirinale

Da io a noi: quando la periferia è il Quirinale

La mostra sul tema della Periferia al Quirinale, che si è conclusa il 17 dicembre, ha confermato ancora una volta

LEGGI TUTTO
Benvenuti a New York: un’Agorà POPolare

Benvenuti a New York: un’Agorà POPolare

Se lo scrittore Kurt Vonnegut andò a New York per nascere una seconda volta, le ragioni che mi hanno portato a dar

LEGGI TUTTO

Lascia un Commento