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Musicista indipendente sì, ma a che prezzo?

By 24 Maggio 2020 No Comments

Come evitare l’aut-aut nella carriera del musicista indie.

Osservare, ascoltare, assistere con curiosità e ammirazione ad una qualsiasi forma di manifestazione artistica ci porta generalmente a evidenziare il lato creativo del prodotto. Nel fare ciò, spesso e volentieri vi è la tendenza a tralasciare l’aspetto che rende possibile la pubblicazione del lavoro artistico: la sfera economico-manageriale. Il fruitore dell’arte infatti non sempre ha la percezione dell’interconnessione tra questi due campi che sembrano essere distanti ma che in realtà sono complementari l’uno all’altro. Si tratta di una reazione chimica complessa che deve essere creata dall’artista in primis.

Fino a che punto quest’ultimo può mantenere e controllare l’indipendenza estetica del suo lavoro, evitando di diventare dipendente da fattori finanziari ed economici? Nell’ambito musicale indipendente (e non solo), questo equilibrio viene prima o dopo affrontato immancabilmente.

Postcard, Factory Records, Rough Trade sono state le prime grandi etichette indipendenti in Gran Bretagna, territorio fertile per lo sviluppo di questa nuova forma di imprenditoria musicale. Indipendenti da chi, da cosa? Dalle cosiddette majors, ossia i colossi dell’industria musicale quali Universal, Sony, BMG, Warner e dalle loro costrizioni economiche ed artistiche. Infatti, il principio cardine portato avanti con orgoglio dal settore indipendente è stato quello di rispettare la creatività e l’estetica dell’artista, preservando dunque libertà e purezza che un musicista non sarebbe stato in grado di mantenere con un altro tipo di contratto.

Gli artisti che operano in questo settore hanno l’opportunità di trattare argomenti che vengono generalmente evitati o che non occupano una posizione di rilevanza nella musica più ‘mainstream’; di conseguenza, essi assumono notorietà grazie alla loro identità, ambiguità e coraggio nell’esporsi e contrastare un mercato di massa. Tutte queste caratteristiche vanno a  dare corpo all’autenticità dei lavori, concetto correlato all’ idea di autonomia. Infatti “l’artista indipendente vede l’autonomia e l’autenticità come elementi caratterizzanti la loro purezza, e questa purezza anima la loro necessità di esprimersi attraverso la loro produzione culturale” (Newman, 2009).

Essere alternativi è una specie di mantra per molti artisti, una condizione necessaria al fine di sopravvivere nel mare tempestoso del mercato musicale e dar forma ad un appeal unico. L’autenticità può essere valorizzata attraverso varie tecniche e strategie estetiche – processo che è stato definito da vari studiosi come riconfigurazione della sensibilità. La questione che si viene a presentare dunque è quale forma l’opera d’arte ‘autentica’ debba avere per promuoversi secondo (o meno) le regole di mercato.

Una risposta a ciò si trova sicuramente nel raggiungimento dell’autonomia. Ottenere quest’ultima nella sfera creativa ed estetica significa guadagnare la libertà di esprimere i propri ideali, la libertà di criticare e la possibilità di offrire uno spazio di distinzione, dove gli ascoltatori potranno sentirsi compresi, capiti. A proposito di ascoltatori e di pubblico in generale, la relazione che si viene a creare tra questi e l’arte è probabilmente una delle più chiare e allo stesso tempo complesse che ci siano. L’arte non deve essere separata dai contesti sociali e storici della contemporaneità ma anzi deve essere in continuo dialogo con questi, al fine di emergere ed essere stendardo di una generazione, di un movimento, di un’epoca.

Per questi ed altri mille motivi, un musicista arriverà prima o dopo a questo fatidico punto di non ritorno. Essere o non essere indipendenti? Le strade possibili da intraprendere sembrano essere quindi due: da un lato, ottenere una sicurezza finanziaria firmando un contratto che possa assicurare un guadagno notevole con una clausola che, in maniera più o meno subdola, va a compromettere il controllo sulla sfera estetica del lavoro. Dall’altro, fare un voto di lealtà nei confronti dei propri ideali di artista e rinunciare all’offerta (anche se ci sarà probabilmente il giorno in cui la transizione verso una nuova strategia sarà necessaria per la sopravvivenza del progetto).

“Ti sei venduto” è considerato uno degli insulti peggiori nel mondo dello spettacolo e dell’arte e il motivo è abbastanza intuibile. Innanzitutto, è necessario considerare il fatto che l’industria musicale abbia inevitabilmente una connotazione capitalistica. Il capitale è conditio sine qua non in ogni campo aziendale, nessuno escluso. In questo caso, ciò influenza le scelte di un artista incoraggiando numerose pressioni sulla sua carriera. Per gli ‘indipendenti’, vendersi è una delle risoluzioni al punto di non ritorno precedentemente descritto. O almeno, lo era.

Il settore è cambiato radicalmente nell’ ultimo decennio grazie alla nascita di piattaforme streaming come YouTube, Spotify, Apple Music. Le possibilità di guadagno mediante il rilascio di brani è cresciuta esponenzialmente – ogni giorno vengono aggiunte circa 20.000 tracce nei servizi streaming (Dredge, WINTEL 2018). Inoltre, l’audience può facilmente usufruire di qualsiasi opera disponibile online e di conseguenza avere più familiarità con il business musicale. Dunque quanto si può affermare che un gruppo, un musicista, un artista si sia venduto? Quanto questa definizione può essere oggettiva e secondo quali criteri? I puristi dell’indie anglosassone avrebbero sicuramente la risposta pronta, partendo con la condanna ad Iggy Pop per essere stato ambassador di una compagnia di assicurazioni (blasfemia!).

Sembrerebbe quindi che il compromesso si sia trovato, che ci sia effettivamente la possibilità di mantenere la propria identità estetico-ideologica anche in un universo caratterizzato da un uso massiccio di media communication. Senza dubbio, un ruolo importante in questa decisione viene svolto dalla strategia manageriale. Mantenere un certo livello di controllo sulla sfera creativa dell’artista e allo stesso tempo cercare di gestire un’impresa non è affatto semplice. Da un lato, lasciar prendere certe decisioni rischiose ai musicisti potrebbe compromettere il risultato finale di un lavoro; dall’altro, la situazione appena descritta potrebbe non avverarsi e dunque non generare una conseguenza così influente. Ciò che le etichette indipendenti cercano quindi di fare è stabilire una relazione di fiducia tra managers e artisti che implichi una collaborazione mutuale al fine di giungere al successo del progetto.

La chiave per essere indie in un modo più mainstream è nascosta nella razionalizzazione del successo guadagnato grazie alla firma di un contratto ‘svolta carriera’,  oltre che nella garanzia di un continuum con l’immagine che l’artista ha costruito fino a quel punto. In altre parole, gli ‘indipendenti’ possono evitare di (s)vendersi riuscendo a negoziare una transizione dalla piccola-media distribuzione alla popolarità riempi-stadio. Probabilmente icone come i Joy Division o i The Smiths sarebbero scettici a riguardo … o forse no?

Ottavia Dorrucci

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