Naturali inclinazioni

Progettare il paesaggio per farlo fluire (e fruire).

Naturali inclinazioni

Per cominciare, l’immagine del Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto appare per l’uomo contemporaneo – anche quello più metropolitano – la sintesi di connessione equilibrata tra artificio e natura. È del resto in un’ipotesi scientifica del 1984 che il pulitzer E.O. Wilson rivelava le radici genetiche della nostra tendenza biofila, ossia l’innata attrazione per la natura. Questo perché, lungo tutto il corso della nostra storia evolutiva, se tanto abbiamo perso e tanto guadagnato, immutato è rimasto il nostro istinto di sopravvivenza, che dalle aride distese del continente africano continua a rivelarsi a noi tramite l’immediato senso di benessere e fascinazione in presenza di spazi aperti e ricchi di vegetazione.

Questa piacevolezza del paesaggio naturale è stata di fatto impiegata per accelerare il processo di guarigione e alleviare la sofferenza fin da tempi molto antichi, basti pensare ai chiostri degli ospedali del tardo medioevo e ai giardini zen giapponesi, fino ai moderni healing gardens americani.

È ragionevole allora affermare che l’intelligenza naturalistica rappresenti una manifestazione di abilità umana (la Teoria delle intelligenze multiple, Howard Gardner) e quindi che, per quanto innata, possa essere sviluppata sotto stimolazione, così come decadere quando le aree naturali o la possibilità di accedervi vengano ridotte o addirittura eliminate.

Basta questa scioccante considerazione per indurci a ragionare sul percorso da intraprendere per la nostra società futura? Strana umanità la nostra, animata a volte da una feroce volontà di conservare il peggio. Convinta peraltro che l’idea di progresso includa – anche per un rimando etimologico – l’immagine del movimento in avanti.

Tra i due poli pendoliamo, dall’avanti all’indietro, tanto che c’è sempre più bisogno di piantarsi bene in questo presente. E così dunque, il nostro disorientato Paese si muove a piccoli passi lungo la strada che incrocia conservazione e innovazione, e in questo disordine mentale il made in Italy finisce per rivelarsi più utile all’estero.

Per fare un esempio: l’Olanda salva dall’artificio e dall’inutilità l’operazione extra lusso del bosco verticale (fun fact il parallelo tra la piccola Eindhoven e l’internazionale Milano!), interpretandola in maniera molto inclusiva e per niente esclusiva in risposta alle grandi sfide contemporanee del cambiamento climatico, dell’espansione urbana e del social housing, con la realizzazione di alloggi di qualità ad alta efficienza energetica da affittare a basso canone a un’utenza popolare.

Benessere sociale e pianificazione urbanistica sostenibile, i proverbiali due piccioni con una fava.

Così come la produzione alimentare non può essere considerata l’unico fine dell’agricoltura, essendo il paesaggio che la stessa contribuisce a costituire indubbiamente un bene pubblico essenziale (c’è a riguardo un’apposita convenzione europea, ma il diritto internazionale – quello sì – è oggi Utopia), la riflessione sulla relazione che il genere umano intrattiene col contesto ambientale non può ritenersi una pura preoccupazione ecologista.

Apro una parentesi perché da brava italiana trovo che spesso il cibo descriva tutto e riesca a spiegare tutto: ho letto da qualche parte del lavoro dello chef italo-scozzese Jock Zonfrillo, che tramite la sua fondazione australiana (Orana Foundation) sviluppa progetti di archeologia culinaria, partendo dalla relazione unica che lega la ricchezza del paesaggio alla cultura folkloristica per combinare la salvaguardia delle conoscenze e la biodiversità del patrimonio antico dei prodotti aborigeni con metodi e innovazioni contemporanee. Chiusa parentesi.

Ho, ed è ‘naturale’, la netta impressione che in fine l’uomo viva di natura e di cultura. Così, se è vero che l’unico mezzo per preservare la natura è la cultura (Wendell Berry in una delle sue massime più segnanti), particolare paradosso è la nostra difficoltà nell’immaginare che la bellezza possa essere più di un ricordo o di una promessa, e che non basti solo ad appagare aspirazioni puerili, al punto che forse a salvarci sarà l’equilibrio tra ricerca artistica e ricerca scientifica.

Si sono aperte in questi giorni le adesioni al LAGI – Land Art Generator Initiative, call internazionale audace e ambiziosa nata nel 2010 con l’obiettivo di far progredire l’implementazione di soluzioni progettuali sostenibili integrando processi creativi interdisciplinari nella concezione delle infrastrutture energetiche rinnovabili. Una piattaforma che finanzia opere d’arte pubbliche di artisti esordienti fa ben sperare nella possibilità di combinare in una relazione stretta architettura e installazioni e terra ed energia pulita.

Una progettazione che migliora le città come spazi prima sognati e poi realizzati crea le fondamenta per nuovi stili di vita e modi di pensare e sentire, apre nuove prospettive di scoperta e immaginazione.

Qui, proprio sotto i nostri piedi abbiamo ancora tanto da scoprire e realizzare. Un’energia (pulita) simile verso l’avvenire mi fa ben sperare e non dovrebbe lasciar scuse possibili per non lavorarci.

In conclusione, almeno finché le parole avranno un senso, la città sarà una polis, micro-cosmo complesso in accordo con uomo e ambiente, per cui vale in generale l’assioma che tutto può cambiare, ma non l’essenza che ci portiamo dentro. “D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”.

Ecco, armonia è la parola che viene in mente.

 

 

Fabiana Lanfranconi

Tools For Culture

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Tools for Culture è un’organizzazione non profit attiva nel campo della ricerca, della consulenza e della formazione per l’economia, il management e le politiche dell’arte e della cultura. Il suo obiettivo è contribuire a estrarre il valore dalle risorse creative e culturali, rafforzando il loro impatto sulla qualità della vita, stimolando la creazione e il consolidamento di un network di professionisti, imprese e competenze, e fornendo assistenza strategica e tecnica in campo culturale.

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