Nessuno mette l’epica in un angolo: 4 3 2 1 di Paul Auster

Viaggio tripartito nell’epos americano del nostro tempo.

Nessuno mette l’epica in un angolo: 4 3 2 1 di Paul Auster

Quando si parla di cultura vige una brutta abitudine: un’abitudine retaggio di secoli di interpretazioni binarie della nozione stessa di cultura, che gli anni ’70 hanno poi cristallizzato nella dicotomia fra cultura “pop” e cultura “alta” (leggi: cultura “vera”); un’abitudine che si è mascherata di una serie di deboli tentativi di avvicinamento, e di un’allettante retorica recante stendardi di democratizzazione, multimedialità e incursione dell’una e l’altra cultura nei reciproci ambiti di competenza, laddove in realtà le “due culture” si comportano non troppo diversamente da un’anziana coppia, costretta da un annoso formalismo a coesistere nello stesso ambiente, il quale tuttavia non impedisce loro di non rivolgersi ostinatamente la parola.

Questo disinteresse, oltre a impoverire l’una e l’altra sponda di prodotti culturali, è fortemente limitante laddove si tenti di fare un’analisi sociale e culturale della Weltanschauung di un popolo: equivarrebbe a trarre conclusioni sull’Impero Romano leggendo esclusivamente Orazio e ignorando l’epigrafia quotidiana. Ciò è tanto più vero per il popolo americano, che come ogni popolo degno di tale nome si è munito di un epos, in epoca moderna e contemporanea, le cui forme principali di espressioni spaziano attraverso i registri di entrambe queste (apparentemente) diverse culture: in particolare il romanzo, il fumetto, lo sport.

Ora, poiché il pantheon estetico americano è fin troppo denso per pretendere, nello spazio di un articolo, di delinearne foss’anche i confini, l’archetipo della narrativa “epica” americana giunge in soccorso di chi scrive nella forma di 4 3 2 1 di Paul Auster, romanzo di formazione pubblicato nel 2017.

È il 1947 quando viene al mondo Archibald Isaac Ferguson: figlio di immigrati ebrei di seconda generazione, Archie cresce attraversando l’infanzia, l’adolescenza, la prima età adulta; sullo sfondo, l’America del Dopoguerra, del mito Kennedy, della presidenza Johnson e della guerra in Vietnam.

Fin qui, niente di più di un Bildungsroman ben costruito, affascinante affresco dell’America del Novecento. Ciò che però rende particolarmente degno di nota il romanzo di Auster è che i numeri che compongono il titolo rappresentano i quattro diversissimi svolgimenti possibili della vita del suo protagonista: 4 3 2 1 è costruito sulla base dell’escamotage narrativo “what if” (“cosa succederebbe se?”), immaginando un esito o un’ambientazione diversa per una vicenda già costruita con una determinata struttura – tecnica mutuata già dal filone di genere distopico, fino ad arrivare ai disaster movies, ai fumetti e alle fan fiction del web: citando un esempio per ognuno, La svastica sul sole di Philip K. Dick, Godzilla di Roland Emmerich, Superman: Red Son di Mark Millar e gli innumerevoli racconti prodotti e messi in rete dal fandom delle saghe più amate.

Auster immagina dunque quattro possibili sviluppi per la vita di Archie Ferguson, in cui a cambiare sono i suoi rapporti con la famiglia e gli amici, i suoi incontri con figure che saranno determinanti per la sua formazione individuale, persino con la storia del suo Paese, verso cui assume atteggiamenti diversi. Divorzi, decessi, crisi adolescenziali, innamoramenti, si alternano nelle varie versioni della storia, una sorta di esercizio di stile à la Raymond Queneau, in cui Auster testa lo spettro umano della propria narrativa su una serie di archetipi: rapporto col padre, con la sessualità, con lo sport, con l’amore della vita.

È attraverso il romanzo di formazione (e in particolare attraverso un libro come 4 3 2 1) che l’America costruisce il proprio epos: la cultura, i valori, i conflitti di Archie Ferguson abbracciano la cultura, i valori, i conflitti di un’America che si rispecchia nell’esperienza personale di un suo cittadino, attraverso i dilemmi e gli scontri del ventesimo secolo. A rendere Auster particolarmente “omerico” nella sua narrazione non è solo il contenuto ben delineato, storicamente ed emotivamente, bensì la forma: anziché raccontare la storia di Archie, di scrivere un romanzo di formazione, quello che Auster scrive è un romanzo di formazioni.

In questo modo, Auster diventa aedo di se stesso: al pari dei multiformi cantori della materia omerica, l’autore adatta e riplasma continuamente la sua leggenda americana, spargendo qua e là dei riferimenti formulari ricorrenti che aiutino il lettore a sbrogliare la matassa dei quattro sviluppi paralleli.

Dando questo taglio caleidoscopico alla sua scrittura aedica, Auster consacra un novello Odisseo alla storia americana, un viaggio attraverso le molteplici possibilità che la vita gli offre. È più di una storia, è la Storia, è tutte le storie.

 

 

Francesca Sabatini

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