Nessuno mette l’epica in un angolo: la mostra delle atrocità

L’epica americana nelle Mixed Martial Arts: 25 anni di violenza.

Nessuno mette l’epica in un angolo: la mostra delle atrocità

Rory MacDonald entra nell’Octagon nella tarda serata dell’11 luglio 2015. È la sua occasione: è il contendente per il titolo dei pesi Welter della Ultimate Fighting Championship, la più grande promotion di Mixed Martial Arts al mondo, il cui campione è Robbie “Ruthless” Lawler.

Non è la prima volta che si sfidano: il primo match è avvenuto quando Lawler non era campione, ed è difficile ricordarsene in termini particolarmente entusiastici, essendo terminato in una vittoria per decisione non unanime a favore di Lawler.

Le aspettative a questo punto non sono altissime, ma questo rematch è comunque inserito all’interno di uno degli eventi più importanti di sempre per lo sport.

Annunciati dal solito Bruce Buffer, da anni the voice of the Octagon, i due attendono solo l’inizio del match. Si chiude la porta della gabbia e la campanella suona.

 

Round 1 e 2: cosa sono le MMA

Gli Stati Uniti d’America hanno una relazione peculiare con lo sport e con gli atleti. Se in Italia e, più in generale, in Europa non manca l’ammirazione verso gli sportivi – si pensi a un Mennea, o a Coppi e Bartali, o al commosso saluto di Roma a Francesco Totti – negli Stati Uniti l’entità della cosa raggiunge livelli molto più alti.

Sia negli sport di squadra che individuali, infatti, il pubblico americano adora la narrazione. L’epica della vittoria, così come quella della sconfitta, il ragazzo venuto dai bassifondi che raggiunge l’apice della propria disciplina sportiva e il grande che finisce nella polvere: la letteratura e il cinema americano amano lo sport come poche altre cose al mondo.

Si pensi, infatti, al baseball raccontato in Underworld di Don De Lillo e in Moneyball, dove Brad Pitt ci chiede “come si può non essere romantici nel baseball?”, o al basket spesso usato per raccontare storie di emarginazione e riscatto sociale.

Tra tutti gli sport, gli Stati Uniti hanno una particolare relazione con gli sport da combattimento: Rocky, forse il più grande film sportivo mai girato, si regge sulle spalle di grandi romanzi come Il Professionista di Heinz e Città Amara di Gardner, e una grande intellettuale come Joyce Carol Oates ha dedicato al pugilato pagine fondamentali e di raro acume.

Gli sport da combattimento hanno in loro il nucleo fondamentale della narrazione: la vittoria e la sconfitta passano attraverso il dolore e il sacrificio, e le Mixed Martial Arts sono solo l’ultimo tassello di una storia vecchia come l’umanità.

Le Mixed Martial Arts – d’ora in poi MMA – nascono nel 1993 quando alcuni membri della famiglia Gracie (tra gli inventori del Brazilian Jiu Jitsu, uno stile di lotta a terra modulato dal judo classico) decisero di istituire un torneo che mettesse uno contro l’altro lottatori di tutti gli stili. A metà tra i combattimenti tra gladiatori e i film di Jean Claude Van Damme (cultura alta e cultura bassa, una contrapposizione che fa impazzire gli americani), i match si svolgevano senza regole, senza categorie di peso, senza guantoni e senza limiti di tempo, tutti in una sola notte, all’interno di una gabbia a forma di ottagono. Il direttore creativo era John Milius, regista, tra gli altri, di Alba Rossa e sceneggiatore di diversi dei film dell’ispettore Callahan con Clint Eastwood, e la cosa fu un successo.

Il primo match, disputato da un lottatore di savate contro un lottatore di sumo, termina dopo pochi secondi grazie a un calcio in testa ai danni di quest’ultimo. Un paio di suoi denti volano via, lui finisce KO, il suo avversario si rompe un piede per la violenza dell’urto: nascono le MMA.

 

Round 3 e 4: epica, the American way

Un vecchio tic di chi scrive di sport è l’abuso del concetto di “sport come metafora della vita”, e negli sport da combattimento è ancora più comune: chi scrive, tuttavia, non pensa assolutamente niente del genere.

Joyce Carol Oates ha liquidato il suddetto, stucchevole concetto in poco meno di un paragrafo, nel suo “On Boxing”: “[…] non mi riesce di pensare alla boxe in termini letterari come metafora di qualcos’altro. Chi come me ha cominciato ad appassionarsi di boxe da bambina – ho seguito la passione di mio padre – è improbabile che la consideri il simbolo di qualcosa che la trascende, come se la sua particolarità stesse nell’essere sintesi o immagine di altro. Posso però valutare l’idea che la vita sia una metafora della boxe – di uno di quegli incontri che si protraggono all’infinito, ripresa dopo ripresa, jab, colpi a vuoto, corpi avvinghiati, un niente di fatto, di nuovo il gong, e poi di nuovo, e tu e il tuo avversario così simili che è impossibile non accorgersi che il tuo avversario sei tu: e perché questa lotta su un palco rialzato, delimitato da corde come un recinto, sotto luci infuocate, crude, spietate, davanti a una folla scalpitante? -, il genere di metafora letteraria dell’inferno. La vita è come la boxe per molti e sconcertanti aspetti. La boxe però è soltanto come la boxe.».”.

Gli sport da combattimento vivono di regole che sono solo le proprie, in un tempo e in uno spazio che coincidono solo parzialmente con quello che noi, che combattenti non siamo, viviamo ogni giorno.

 

La grande distinzione è quella che si crea analizzando lo sport, in questo caso le MMA, nel suo insieme, dentro e fuori l’arena.

Fuori dall’arena abbiamo un gioco al rilancio, ovvero quello che nel gergo si definisce “vendere il match”. Lo schema è vecchio come il mondo, e non è certo stato introdotto dalle MMA (l’esempio classico, nella boxe, è Ali vs Frazier): il match viene annunciato mesi e mesi prima del suo effettivo svolgimento e i lottatori si impegnano a promuoverlo nel modo più convincente possibile.

Solitamente si costruisce una vera e propria rivalità, e la cosa è più complessa di quanto possa sembrare.

Insulti e minacce sono all’ordine del giorno tra lottatori, e proprio come nel 1993 sembra ammessa qualunque cosa: uno degli esempi più classici è quello di Chael Sonnen, per anni il re incontrastato del cosiddetto trash talking e considerato (principalmente da Chael Sonnen stesso) “The American Gangster”. Sonnen ha costruito una carriera sul suo personaggio di americano fieramente repubblicano, depositario di valori tradizionali e con una proverbiale faccia di bronzo, e grazie a questa miscela di realtà (il suo orientamento politico repubblicano), finzione (il suo essere un “gangster”) e ironia si può serenamente affermare che abbia ottenuto contratti e match migliori di quanto i suoi risultati nella gabbia gli avrebbero permesso di raggiungere. Non ha mai risparmiato nessun colpo basso, lanciato sempre col sorriso: quando gli dissero che, a differenza di lui, Anderson Silva, uno dei più grandi lottatori di sempre, interprete da sempre del ruolo del brasiliano educato, rispettoso e marziale, proveniva da una “cultura dell’inchino” (inteso come gesto tipico di saluto e rispetto delle arti marziali tradizionali, da cui Silva proveniva), Sonnen rispose: “Silva è brasiliano. In Brasile se ti inchini ti rubano il portafogli”.

Sonnen non è l’unico esempio, anzi: negli anni c’è stata una rincorsa all’angolazione originale per vendere un match, all’insulto intelligente, alla dichiarazione shock, e alla commistione tra vita privata e sport.

Una tracotanza, quella dell’eroe, cui dopotutto non erano sfuggiti  nemmeno i kaloi kai agathoi omerici: Ulisse che spazientito zittisce Tersite, che lo aveva contraddetto, colpendolo con un bastone e insultandolo, è forse l’episodio più eloquente.

Tutto, potenzialmente, alimenta la narrazione e la costruzione di personaggi e storie nelle MMA. Quando Jon “Bones” Jones, uno dei veri “cattivi ragazzi” delle MMA, fece un incidente in macchina e, nell’ordine, ferì una donna incinta, scappò senza prestarle aiuto e successivamente ritornò sul luogo dell’incidente per recuperare alcuni oggetti dalla propria auto: questa combinazione di atti spregevoli si legò indissolubilmente al lottatore Jon Jones, che a quelle azioni ha certamente collegato una parte del proprio personaggio, ora in cerca di redenzione (anche dopo vari test antidoping falliti) attraverso tweet con passaggi della Bibbia, frasi motivazionali e parole gentili, fino ad essere utilizzato all’interno della stessa campagna promozionale targata UFC, nel promo del suo ultimo match (per la cronaca: Jones vinse per KO, ma fallì il test antidoping. Per la seconda volta.).

È da notare come questa sia un’angolazione dello sport prettamente americana. Non sono così le MMA in Giappone, nel resto dell’Asia, per certi versi nemmeno in Europa. La commistione tra pubblico e privato, dove gli sportivi scontano le loro azioni nella gabbia, e sono modelli, ed eroi, e antieroi, è cosa americana. Per loro lo sport è narrazione, è racconto, e va oltre il gesto atletico.

Ma se la narrazione fuori dalla gabbia diventa sempre più preponderante, all’interno della gabbia spesso le cose sono radicalmente differenti. Negli anni le regole si sono fatte più stringenti, i colpi più violenti e pericolosi ora sono stati vietati, ma soprattutto c’è una cosa che si nota più di tutte: il silenzio. Il rispetto, la concentrazione. Dentro la gabbia il tempo si ferma, lo spazio si restringe, i tweet si fermano, le luci sono concentrate su quei pochi metri, e contano le azioni.

Molti match non sopravvivono al cosiddetto “hype”: quando ogni incontro è il regolamento di conti del secolo è difficile entusiasmarsi per una decisione non unanime al termine di 25 minuti di fasi di studio prudenti e colpi lanciati stando sempre attenti a non scoprirsi.

Molti match sono così, ma non tutti: Lawler vs MacDonald non è uno di questi.

 

Round 5: tutti sono arguti fino a che non prendono un pugno in faccia

C’è un preciso momento di Lawler vs MacDonald che è rimasto nella memoria collettiva degli appassionati di MMA. Non è il KO subito da quest’ultimo, e non è nemmeno la rottura del naso di MacDonald e la trasformazione del suo volto in un’irriconoscibile maschera di sangue. È cosa normale nelle MMA vedere nasi sanguinanti e mani rotte da colpi tirati con troppa violenza, ma qui c’è qualcosa di inedito: è il momento in cui lo sguardo di Rory MacDonald si spegne, e avviene molto prima della fine.

Per la prima volta, in un match dominato da Lawler ma che non ha mai visto MacDonald mollare di un centimetro, il contendente al titolo capisce che è finita, e va avanti per inerzia. Porta lo stesso i colpi a segno, ma questi non sembrano sortire effetto, il dolore è evidentemente troppo forte. Nella boxe si dice che un pugile che sfida le avversità “ha cuore”, e questo è senz’altro valido per MacDonald. MacDonald, e la sua anima che sembra scivolare via dal suo corpo, è il perfetto esempio di ciò che lo spettatore vuole vedere: è un perdente, ma va avanti. Sta soffrendo, ma stringe il paradenti e prosegue, fino a che non ce la fa più, e allora si ferma.

L’epica americana è tale perché, anche se non è la tua, è comprensibile, è coinvolgente. È universale.

Universale come un uomo che soccombe alla fatica, e cede sotto la pressione dei colpi, del proprio naso rotto, sotto un peso troppo grande per essere sostenuto da chiunque. Anche da un eroe, anche da Rory MacDonald.

 

 

Enrico Procopio

Tools For Culture

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