Nessuno mette l’epica in un angolo

Continua l'esplorazione sull'epica contemporanea. Stavolta tocca al fumetto.

Nessuno mette l’epica in un angolo

Dei ed eroi del fumetto

Fra pochi giorni, il 19 ottobre, uscirà su Netflix la terza stagione di Marvel’s Daredevil, ennesima produzione a contenuto supereroico di questi anni. La stagione fa capo a una serie che, come molti altri prodotti Marvel, si riallaccia a un ciclo di più ampio respiro, i Defenders, che raccoglie e unisce i cicli dello stesso Daredevil, di Luke Cage, di Jessica Jones e di Iron Fist. Perché valga la pena raccontare tutto questo nell’articolo destinato ad una rivista che porta il nome di Culturefuture è (più o meno) presto detto, ma occorre tornare indietro di qualche anno.

Nel 2003 fa la sua comparsa nell’universo del fumetto “Superman: Red Son”, ideato da Mark Millar. Scrive l’autore sulla genesi dell’idea: “La mia infanzia è trascorsa all’ombra della Guerra Fredda, quindi l’idea di quello che sarebbe successo se i Sovietici [e non gli Americani] avessero avuto Superman dalla loro mi affascinava”. La ricezione del fumetto, quintessenza della distopia politica americana, è uniformemente positiva: David Thomson, sul Guardian, parla di “complessità morale… un lavoro affascinante e potente”, e all’Università di Magonza Tim Lanzendörfer, professore di American Studies, gli dedica un articolo scientifico dal titolo: “Superman: Red Son and the politically unconscious end of the Cold War”.

Spesso ho visto il pubblico del cinema, al pari di quello dei sedicenti lettori “impegnati”, storcere il naso davanti al fumetto supereroico e alla sua trasposizione su grande e piccolo schermo; chi legge Thomas Mann e David Foster Wallace preferisce, semmai, avvicinarsi al graphic novel: più elegante, più intimista, meno “mainstream”. La differenza fra i due è però ben meno ovvia: se infatti il graphic novel può essere dotato di un valore artistico più o meno soggettivo, nel fumetto di supereroi è insita una caratteristica ineludibile che il primo non possiede, ovvero la matrice epica.


Il fumetto di supereroi nasce, innanzitutto, da una domanda sociale: non occorre particolare acume per ritenere sintomatica la nascita di Superman nel 1938, giusto a cavallo fra l’uscita dalla durissima Depressione e l’entrata nella più sanguinosa guerra combattuta dagli esseri umani. Trovando nell’inquietudine sociale la sua ragion d’essere, esso non ha mai cessato di rappresentare, di volta in volta, la società americana: il fumetto è a un tempo creazione artistica e istanza culturale, espressione dell’estro individuale di chi gli ha dato vita con le chine e le parole, e del mondo circostante che cambia.

Quindi, per tornare a Red Son: perché questa risonanza, perché il duraturo, intenso successo fra i fan? Perché ha il sapore del renversement gargantuesco, del mondo alla rovescia che Superman, eroe americano per eccellenza, possa essere qualcosa di diverso da quel che è. È assurdo dunque perché Superman è perfettamente riconoscibile a tutti secondo uno schema di valori, di fattori identitari che lo rendono iconico: che lo rendono eroe.

Di china e di versi

Il più ovvio elemento “epico” del fumetto è la presenza dell’eroe: non meno dei suoi predecessori omerici, esso è più che umano, dotato di forza e intelligenza superiori ai mortali, ma non perfettamente divino, con i suoi amori, suoi errori, i suoi dilemmi – l’eroe epico è anche nel fumetto espressione didascalica di un modello, ma un modello vicino, imperfetto. Non meno di Teseo e di Giasone, errando compie imprese straordinarie, si circonda di nemici, di aiutanti, di amanti: al pari di loro il supereroe è didascalico, ma sfugge alla limpidezza favolistica.

Per tornare al sopracitato Daredevil, il suo protagonista, Matthew Murdock, è un personaggio intenso, sfaccettato, un avvocato combattuto fra la sua vocazione alla giustizia “ufficiale”, alla legge, quella sua propria di vigilante notturno mascherato, e quella divina in cui crede con fervore inquieto.

Non meno importante è la presenza, quando si parla di supereroi, di un medium unico e tipico: il fumetto, appunto, quella combinazione di immagini e parole che sta al verso epico come l’episodicità dei cicli narrativi sta alle infinite rielaborazioni del rapsodo. Al pari del rapsodo ciascun autore di fumetti ha arricchito ed elaborato sulla base della propria esperienza e introspezione una propria versione dei supereroi: il Batman tetro e nero di Frank Miller è diverso da quello eroico di Scott Snyder.

La cosa che in ogni caso fa del fumetto il genere epico del nostro tempo, più ancora dell’eroe, più ancora della sua identificabilità formale, è la perfetta adesione alla società cui fa riferimento: ambientato in una realtà amplificata, talvolta distopica, eppure radicato nel profondo dei valori e delle inquietudini del tempo in cui è scritto, il fumetto assorbe e rielabora con creatività inestinguibile i problemi dell’esistente, così da essere sempre aderente ad esso.


Un laburista inglese (Millar) cresciuto all’ombra della Guerra Fredda porterà con sé i suoi ricordi di bambino trasformando Superman in una distopia politica e morale sul conflitto fra le due superpotenze; la “Guerra Civile” che divide le fazioni di Captain America e Iron Man nell’omonimo lavoro (la penna è sempre di Millar) è un’immensa metafora del dibattito schizofrenico fra controllo finalizzato alla sicurezza totalitaria da una parte, la libertà e il suo sfociare nell’arbitrio della criminalità dall’altra; la nevrosi terrorista post 11 settembre di Joker nella lettura cinematografica del Batman nolaniano vede l’eroe (e i cittadini non meno di lui) alle prese con il difficile dilemma morale del bene comune opposto alla sopravvivenza individuale; nella New York di Daredevil centinaia di persone provenienti dagli strati più poveri della società rischiano di le istituzioni le costringano ad abbandonare le proprie case in nome di una rigenerazione urbana posticcia dietro cui si celano le speculazioni edilizie della criminalità organizzata.

Il fumetto super eroico è dunque sintomo e specchio di un mondo: il nostro. Con esso si evolve, ma senza snaturarsi: cercando una risposta ora ai grandi interrogativi universali su giustizia, identità, subconscio, solitudine, ora ai temi di più scottante attualità – terrorismo, corruzione, fiducia nella classe politica – la narrazione dei supereroi riesce a incantare e far riflettere al modo dell’epica, con la stessa vivacità immaginifica, la stessa astrazione (ineffabile caratteristica della forma d’arte), la stessa codificazione collettiva. Il fumetto supereroico è più che intrattenimento: è cultura.

 

 

Francesca Sabatini

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