Note di viaggio: Kenya_1

Note di viaggio: Kenya_1
Note di viaggio: Kenya_1

Filtro da togliere.

Mattino. Occhi appena aperti, ancora da stropicciare. Sdraiata, avvolta dal cono trasparente di una zanzariera. Una leggera membrana reticolare che cala dal soffitto e si adagia sui quattro angoli del letto, facendoti sentire protetta, o quasi in trappola.

Le pupille mettono a fuoco la camera e i nuovi compagni di viaggio. Sei a Meru. Anche l’udito si attiva. Angelica, una delle prime lavoratrici di Meru Herbs, ha sintonizzato la sua nuova radio su frequenze locali. Vocii incomprensibili, sporcati da interferenze e impastati con il tintinnio delle stoviglie per la colazione.

Fruscii esterni, fruscii interni. Ti godi l’oro del mattino, il silenzio. Richiudi furtivamente le palpebre e ripensi ai giorni appena vissuti. Kenya. Africa. Africa mutevole, diversa dalle esperienze precedenti: rigogliosa nelle fronde, verde e rossa nella terra, produttiva nelle bustine di carcadè e vasetti di marmellata, mite nella brezza e diligente nell’infanzia. Forse. Africa medesima, negli eccessi, non solo zuccherini e pepati, nei tempi allungati, nella tua propensione alla scoperta, nei quesiti, dubbi, contraddizioni e incoerenze; nella camminata calma e senza meta.

Le piccole vite di strada sono distanti, sparpagliate tra le strade di Nairobi. Allungano mani tra le autovetture in coda, fanno capolino agli svincoli a scorrimento veloce. Ma restano là, lontani.

Qui al villaggio, alle prime ore del mattino, un brulichio di minuti bambini si sparpaglia fra i campi, percorre a piedi chilometri e chilometri per raggiungere le scuole. Li vedi sbucare all’improvviso, tra fronde terrose o al di là di uno specchietto retrovisore, in variopinte divise: giallo e turchese, verde acqua e verde bottiglia, bordeaux e grigio. Di ogni accoppiata cromatica puoi indovinare la direzione.

Imparano in piccole aule spartane, con banchi in legno e pavimenti di terra. Imparano a far silenzio, ad ascoltare, a contare. Imparano filastrocche e canzoncine da sciorinare alla prima occasione, ancor meglio se a spettatori stranieri. Tutti in gruppo, memorizzano testi e passi. Richiamano le elementari dalle suore, il non amato grembiulino, l’obbligatoria recita di fine anno. Eppure qualcosa non collima.

Ad uno sguardo più attento, la perfezione d’insieme lascia spazio a fessure da cui sbirciare la realtà. Le divise sono strappate, polverose. Sbiadite. Nascondono vestiti quotidiani e la loro povertà. Ai piedi le scarpe sono lise o sostituite da infradito spaiate o inesistenti. Gli stessi canti d’accoglienza alimentano una recita perenne, un mostrarsi impartito allo scopo di raccogliere fondi. Non insegnamento fine a sé stesso ma esibizione ‘a profitto’. Una donazione monetaria? Un pacco di pennarelli? Attenzioni? Qualsiasi cosa, ancor meglio se possa aumentarne il prestigio. D’altronde anche la digital school non possiede, oltre al titolo, che un computer scassato, impolverato e dai cavi scoperti.

Perché? Passa nella testa un piki-piki, solleva, come sa fare nelle strade sterrate, una nebulosa di domande senza risposte. L’andare a scuola non dovrebbe offrire una possibilità di riscatto e crescita a chi la frequenta? Non occasione di arricchimento di chi la gestisce..

Sbagliato. Diffidi ma forse il punto di vista è improprio. Dopo tutto, resta comunque un modo per crescere, capire i propri spazi, tempi e potenzialità. Uno spazio dove poter conoscere in ogni caso. Dove dare peso a chi peso non ne ha. La stessa divisa, impacchettata e consunta, quasi solo adorno, non abolisce la miseria ma consente il pari, almeno tra i piccoli studenti. Il dispari regna fuori e noi restiamo ‘muzungu’, ahimè.

Cigolio di porte. Riapri gli occhi, riemergi dal torpore, scosti la zanzariera. Togli il filtro ed esci. Inizia una nuova giornata.

 

Ilaria Bollati

 

Tools For Culture

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