Note di viaggio: Kenya_2

Note di viaggio: Kenya_2
Note di viaggio: Kenya_2

Ferma ma in moto. In moto ma ferma.

Imbrunire. Appena sopravvissuta ad un tornado di vita, vorticoso e sfiancante. Appuntamento fisso della settimana. Più di cento bambini del villaggio accolti in un moderato appezzamento verde, all’interno di Meru Herbs, per qualche ora pomeridiana.

Ti siedi a peso morto e gambe ciondolanti sul muretto del porticato della guest house, dai tratti coloniali, che volge lo sguardo proprio verso quel prato investito fino a pochi minuti prima da scalmanate piccole presenze. Presenze dall’età variabile dai due anni ai quindici circa, con qualche inaspettata, e soprattutto folle, eccezione di poche settimane. Una fontanella ancora in testa e via, affidato a un gruppo di insoliti sconosciuti. Presenze scomposte, irruenti, non impettite dietro banchi di scuola o balletti preconfezionati.

L’occhio cade sui tuoi piedi. Neri, terrosi. Perfino il colore dei sandali è mutato. Un tutt’uno. Passi alle mani, non meno sporche. Terra, sempre e ovunque; impiastricciata di colori a tempera. Capelli arruffati, annodati, e ditate seccate su guance e volto. Superstite della battaglia, a colpi di giochi, appena tenuta.

Né vincitrice, né sconfitta. Non decifri il tuo sentirti. Sei lì nel limbo. Sul confine tra il tuo e altrui spazio, o attribuito tale. Ci sei seduta sopra, sul muretto e sui pensieri. Ciondoli. Ne cogli il limite, la sua forza, il tuo lottare. Il tuo rassegnarti, o farti domare, controvoglia.

In fondo, Africa è sempre stato limite. Da superare, con la tua persona e le tue convinzioni. Soglia di pensiero da spostare. Soglia di comprensione con cui raffrontarsi. Rebus da risolvere, che intriga e spazientisce al tempo stesso. Confonde. Mette in discussione i tuoi credo. Spiazza. Disorienta e, letteralmente, sottrae spazio. Spazio dove collocarsi. Ciondoli, ancora. Ferma ma in moto.

Hai sorriso poco prima. Hai stretto mani imbrattate di colore, passato palla, roteato la fune, costruito maracas e intonato bans. Hai preso parte al tornado, ne sei stata complice. Complice fino a quando hai udito muzungu. Appellativo scomodo, a te rivolto. Poco conforme, acido. Fastidioso. “Bianco ricco”, non sei. Non ti vuoi riconoscere. Il limite lo senti improvvisamente prepotente, come fosse barriera e prendi silenziosa distanza da quella forma di razzismo.

Razzismo all’inverso ma egualmente ingiusto. Noi muzungu li abbiamo colonizzati, abusati, messi in competizione. Vero, è la storia a dircelo. Ma siamo persone, come tali diverse, coscienti e responsabili di se stesse. Il limite invece appiattisce le differenze e sfumature. Pone l’accento sul gruppo, o peggio razza, e non sul singolo. Sei bianca, corretto. Hai soldi, giusto; abbastanza per pagarti un volo fino qui. Eppure non sei venuta per ostentare o insegnare nulla.

Il limite si tramuta in denso filtro di conoscenza e pensiero per ambo gli interlocutori. Previene. Inaridisce. Si frappone fra le parti, trattiene a sé concetti senza mai farli giungere a destinazione opposta. L’impressione di non esser compresa, o non aver compreso fino in fondo, ti accompagna assiduamente.

È soglia, da valicare mentalmente e fisicamente. È la tenda ‘plasticosa’ che funge da separé tra sala e cucina, tra il luogo del l’ospite e il regno di Angelica e Treza. Delimitazione tra campi d’azione e participi del verbo servire, servito e servente. E ancora, locale e muzungu. Dapprima irrita, talvolta è comoda, sia come loro ulteriore fonte di sostentamento sia alla tua stanchezza o pigrizia di fine giornata; spesso è sfida. Impari a far capolino con la testa, per sbirciare ed intrufolarti in punta di piedi. Ti ritrovi così a tagliare pomodori, rimestare greengrams, grattugiare carote, il segreto del ciapati, arrotolarlo e filtrare il rosso carcadè. Lusingata e imbranata segui i suggerimenti di Treza. Lei, lusingata e curiosa, ti indirizza nelle azioni.

Finalmente si abbozza una qualche forma di sintonia. Vieni distolta dal flusso mentale. Una mano sfiorando fugacemente la gamba, ne placa il ciondolio. È una ragazzina del villaggio a toccarti, non ancora uscita dal cancello. Ti chiama per nome, cancellando qualsiasi appellativo stereotipato. Elimina la distanza. Ti invita a domani.

Salti giù dal muretto, il tuo limite di pensiero. Affievolisci, o posticipi, la frustrazione. In moto ma ferma.

 

 

Ilaria Bollati

Tools For Culture

Tools For Culture

Tools for Culture è un’organizzazione non profit attiva nel campo della ricerca, della consulenza e della formazione per l’economia, il management e le politiche dell’arte e della cultura. Il suo obiettivo è contribuire a estrarre il valore dalle risorse creative e culturali, rafforzando il loro impatto sulla qualità della vita, stimolando la creazione e il consolidamento di un network di professionisti, imprese e competenze, e fornendo assistenza strategica e tecnica in campo culturale.

RELATED ARTICLES

Un decalogo creativo: le cappelle vaticane all’Isola di San Giorgio

Un decalogo creativo: le cappelle vaticane all’Isola di San Giorgio

“In una sorta di trittico, che include le precedenti esperienze delle Biennali d’Arte del 2013 e 2015,

LEGGI TUTTO
Dietro le quinte: memorie del Sessantotto al Teatro Comunale di Bologna

Dietro le quinte: memorie del Sessantotto al Teatro Comunale di Bologna

Cinquant’anni fa tutto il mondo è stato attraversato dal fenomeno delle contestazioni studentesche, con tutt

LEGGI TUTTO
Les Fleurs Bleues

Les Fleurs Bleues

Quando forma e contenuto si allineano, il messaggio che si vuole consegnare acquista rinnovata efficacia. Nell’er

LEGGI TUTTO

Lascia un Commento