Oltre l’architettura

Oltre l’architettura

Nella vita ci sono decisioni che vanno prese in momenti del tutto sbagliati: scegliere una carriera all’età di 17 anni, quando al massimo puoi decidere che film guardarti la sera. A quell’età, in preda a un eccesso di ormoni sgangherati, o provi un’empatia estrema verso qualsiasi cosa che il mondo possa offrirti, oppure odi senza ritegno l’intero universo, e ti chiedono di scegliere un indirizzo, una carriera, presumibilmente un titolo con cui essere chiamata, del quale i tuoi genitori possano essere orgogliosi facendosene un vanto in ogni circostanza.

Io amavo il design, ma non avrei voluto diventare un designer. Mi piaceva dipingere, ma non  avrei voluto diventare una pittrice. Amavo numeri e fisica, ma non mi vedevo come ingegnere. Amavo la psicologia, ma non mi immaginavo di vivere in una clinica. Amavo la legge, ma non volevo una carriera da avvocato. Alla fine, ho deciso di diventare tutto questo insieme.

Quando entri per la prima volta in una facoltà di Architettura ti dicono delle notti insonni con cui avrai a che fare, e delle commissioni insensibili alle quali presenterai i tuoi progetti (non è che più avanti le cose cambino). Le facoltà occupano in media da cinque a sette anni, secondo i programmi e i Paesi, per insegnarti moltissime cose, tanto utili quanto superflue. Quello che non ti dicono è che la tua professione non è una sola, e che le opportunità sulle quali puoi atterrare sono fortunatamente infinite. E, sebbene la cosa sia vera per ogni campo di studi, l’architettura potrebbe essere l’unica che ti forma (magari involontariamente) a essere assorbente ed elastica in modo da poter adattarti a quasi tutte le circostanze nelle quali potrai imbatterti.

(S)fortunatamente, l’andamento dell’istruzione si basa tuttora su metodi con cui, attraverso un processo di apprendimento, le teste dei millennials elaborano le informazioni in modo diverso fin quando diventano professionisti a pieno titolo, grazie a una scatola di strumenti anziché un approccio metodologico, una visione versatile e capace di adattarsi a qualsiasi ambiente, non importa quanto ostico.

Pensa, disegna, pianifica, spiega, ripeti: una formula magica che si può applicare a una serie infinita di variabili nella vita. E qualcuno potrebbe ancora credere che le sole opzioni disponibili per gli architetti è star seduti in un cubicolo dalle otto alle sei aspettando le vacanze dell’anno per ‘esplorare’ che cosa possa essere rimasto del mondo, mentre loro aspettavano l’aumento, oppure mandare avanti uno studio che produce case opulente e villaggi che stuzzichino i gusti dispendiosi di clienti bizzarri. No, non è così.

La Biennale Architettura 2018 di Venezia, per esempio, è una mostra internazionale che evoca la generosità con cui l’architettura affronta la realtà. Con settantuno partecipanti da diversi Paesi e una professione in comune, la mostra intitolata “Freespace” rimette in primo piano il fatto che l’architettura possa contribuire al benessere dell’umanità. Attraverso il linguaggio del ‘costruito’ e del ‘non costruito’, riflette la visione di una nazione e le sue aspirazioni. Dalle bilance scompaginate di “Home Tour” (padiglione svizzero) a “Infinite Places” (padiglione francese), ogni spazio riflette una nuova esperienza di tempo e spazio attraverso un linguaggio architettonico insolito che può rivolgersi a ciascuno in modo diverso. Su questo Shelley McNamara, co-curatrice della Biennale Architettura 2018, dice:

“Non c’è alcun motivo per sentirsi depressi se non si è capaci di risolvere i grandi problemi del mondo, perché gli architetti non hanno potere. L’unico potere che abbiamo è fare architettura. Ma siamo convinti che questo può produrre piccoli cambiamenti, e sappiamo che tanti piccoli cambiamenti possono portare a qualcosa di grande e costruire uno slancio”.

 

L’architettura non è un palazzo, un posto; è una storia capace di provocare sensazioni. Questo pianeta è grande: ci sono specie in via di estinzione, bimbi che muoiono di fame, paesi devastati dalla guerra, civiltà distrutte dall’estremismo, città che annegano in disastri naturali e democrazie trasformate in dittature della maggioranza. In questa giungla urbana che gli uomini hanno costruito nei secoli passati ognuno è responsabile ma è agli architetti che tocca ‘ricostruire’ il cambiamento. Dovrebbero prendersi da sé questa responsabilità e utilizzare il proprio ventaglio di competenze per andare oltre l’ambiente edificato, verso un’architettura evolutiva.

Un’architettura ambiziosa può fare la differenza. Nel mondo. Una che parli di cultura e d’arte, che si prenda cura della coesione e della responsabilità sociali, che offra case anziché ripari; un’architettura che crei oasi verdi in città soffocanti, che protegga gli spazi pubblici invece di violarli (è uno snodo sociale che porta le persone a stare insieme). Questo è l’architetto che aspiravo a diventare, questo è il cambiamento che ogni architetto dovrebbe impegnarsi a costruire.

 

 

Joya Sfeir

 

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Tools for Culture è un’organizzazione non profit attiva nel campo della ricerca, della consulenza e della formazione per l’economia, il management e le politiche dell’arte e della cultura. Il suo obiettivo è contribuire a estrarre il valore dalle risorse creative e culturali, rafforzando il loro impatto sulla qualità della vita, stimolando la creazione e il consolidamento di un network di professionisti, imprese e competenze, e fornendo assistenza strategica e tecnica in campo culturale.

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