Parla come pensi

Parla come pensi

7 Dicembre 2018 0 di Tools For Culture

Quando ho accettato di recensire in anteprima Le parole sono importanti (DOTS edizioni, in uscita in questo mese) l’ho fatto confidando nella mia rapidità di lettura e nella “penna facile”: il titolo mi stuzzica, scrivere mi diverte. Ho aperto il file e l’ho scorso velocemente: per le sue dimensioni ridotte e la sua struttura antologica può essere divorato in una domenica pomeriggio o centellinato come fosse una dispensa di aforismi. Il suo contenuto è presto detto, e il titolo non lascia molto spazio all’interpretazione: le parole, appunto; eponime di ogni capitolo, costituiscono un’enciclopedia ridotta ad una sola voce per ogni lettera dell’alfabeto; ogni parola è ragionata da un autore diverso. Solo quando ho approfondito le mie impressioni superficiali e ho iniziato a discernere quali fossero queste parole (ne basteranno quattro, in ordine, dall’indice: analfabetismo, bolla, Costituzione, decoro), ho tirato un sospiro interdetto davanti al computer, ho intrecciato le braccia sul petto e ho capito che mi ero sobbarcata un compito le cui asperità esulano dalle mie doti scrittorie.

Una recensione con riserva

Questo libro è innanzitutto una proposta: ripartire dalla parola come strumento di pensiero, soppesarne la pesantezza con rigore illuminista e fervore rinascimentale, per far fronte all’appiattimento irriflessivo e sordido delle parole che, inferocite dall’uso improprio che ne viene fatto, diventano proiettili sparati in ogni canale mediatico da politici, personaggi pubblici e vicini insopportabili. Proposta intelligente eppure quasi disperata: manca infatti, al discorso di noi timidi, occasionali opinionisti quell’immediatezza, irriducibilità e oltranzismo del linguaggio di chi sente il bisogno di tutelarsi da scie chimiche e sostituzione etnica.

Qui sorgeva la mia prima riserva: ripartire dalla parola, ovvero dalle origini del problema, è un tema non solo di stringente attualità e di necessaria urgenza, ma anche liso e consunto da pagine e pagine di inutile letteratura che in proposito si è espressa su quotidiani, saggi e libelli da più di nove mesi a questa parte; una letteratura che interroga esclusivamente se stessa sul perché abbia fallito ad arginare quest’ondata di odio. Insomma: avevo paura di andare ad alimentare non un dibattito, bensì il blasone autoreferenziale di una fazione (perché di fazioni, a conti fatti, si tratta) tanto intellettualmente impenetrabile quanto lo è quella di complottari ed estremisti.

Questo libro dunque è una proposta. Non solo: è una risposta. Perché ai suddetti toni feroci, alle suddette parole velenose, all’ondata di odio e fake news risponde con ironia ed esattezza fattuale, con parole ponderate e pregne come università e lavoro culturale. Il peso del linguaggio proprio e altrui è posto sul piatto di una bilancia che posiziona il lettore di fronte alla sinistra consapevolezza di stare opponendosi a un’ondata dilagante di ignoranza, ancor prima che di odio; tanto da avere l’impressione di essere tornati alla lotta illuminista contro la superstizione perpetratasi in secoli di gerarchie intellettuali.

Un manifesto identitario della lingua che si definisce per contrasto rispetto a un oscurantismo retorico. Però, ancora una volta, sono stata posta di fronte a un dilemma personale: io, che ho nascosto dalle mie notizie di Facebook i post di tutti i miei attempati conoscenti, indignatissimi paladini del web affamati di calunnie e di honestà, sto per infilarmi in una tediosa bolgia telematica di ripicche e caratteri cubitali – niente a che vedere, comunque, con il martirio di giornalisti calunniati diffamati insultati per aver espresso un’opinione, così come glielo consente l’articolo 21 della Costituzione, o testimoniato fatti scomodi. Basta però il solo pensiero di incappare nel vituperio arrogante di quelli che chiamerò i non-destinatari di questo libro a scoraggiarmi mentre scrivo.

Insomma, Le parole sono importanti esce in un periodo buio in cui si rischia di parlare a se stessi, senza peraltro ricavarne granché, o di non parlare con nessuno, rischiando di ricavarne solo insulti.

Allora… a che serve?

Perché

È un libro che non parla di politica – o almeno, non nell’accezione ormai quasi putrefatta che ha assunto in questo clima di guerriglia. Diciamo che nella politica non si fa incastrare, restituendole un po’ di quel dignitoso spirito di scambio che poteva avere in origine – scambio che è in prima istanza verbale, nella politica, e che in questo libro si arma di spessore e chiarezza retorici necessari a un clima dialettico ora come non mai scabroso.

Mi permetto, per chiarire questo concetto, di appellarmi a una definizione più limpida e più autorevole della mia: in Vita Activa (eloquentemente intitolato in originale The Human Condition), Hannah Arendt classifica le tre sfere dell’attività umana in lavoro, opera e azione. L’azione, la più effimera e al tempo stesso la più importante di queste attività, è l’interazione umana, la cui dimensione pubblica altro non è se non la politica.

Allo stesso modo che in Arendt, anche in questo libro la politica è intesa come sfera pubblica in cui si interagisce e, più banalmente, si scambiamo opinioni. Ed è, io credo, da questa concezione di politica come vivere civile e comunitario che questo libro vuole tornare a pensare la parola e il pensiero dietro di essa – forse l’unico, soave modo possibile di sbrogliare la matassa intricata di questi odî imperturbabili dalle cause quasi obliate.

Ciascuno degli autori ne Le parole sono importanti ha due pagine di tempo per raccontare una parola; dove con sarcasmo, dove con rigore, nello spazio di pochi paragrafi ciascuna parola è spogliata delle sovrastrutture impostele dall’acuta strategia di marketing dei guerrafondai del web e riposta da un lato nei confini del proprio valore assoluto, e del contesto vivo e reale dall’altro.

In quest’operazione la parola decoro, purificata, torna a essere il rispetto dell’altrui dignità in un dibattito, e la parola tifo fa riflettere su come la politica non debba essere fede cieca o oltranzismo calcistico bensì confronto e messa in discussione di sé.

Per certi versi, questo è un testo che somiglia a un’intelligente, colta ripicca: a ogni parola lapidaria, a ogni etichetta sbrigativa (sia essa radical chic, buonista, pidiota) fa da contrappunto un paragrafo lucido, dai toni decisi e mai acri.

Ce n’è per tutti i registri e tutti i gusti: dalle parole che sono oggi un tabù demonizzato (femminismo, emigrazione) a quelle abusate e artatamente travisate (Costituzione, qualunquismo, privacy).

Ve ne sarete accorti: al momento queste righe spiegano perché il libro è bello, non perché è utile. Torna il problema principale del mio articolo: si sta di nuovo ragionando fra noi, con noi, per noi, sulle minacce alla democrazia, mentre fuori le piazze si riempiono contro vaccini e immigrati?

… O piuttosto, per chi

Quando ho iniziato a leggere questo libro ho capito che non mi si chiedeva una recensione – o almeno non solo. È stato questo a bloccarmi: mi si chiedeva una presa di posizione.

Mi sono ritrovata dunque nella condizione non di leggere, bensì di usare questo libro, e dunque, di fare ciò che prima non avevo ancora trovato il pretesto (diciamolo: il coraggio) di fare pubblicamente: rispondere, con questo articolo, ai miei tanto temuti contatti di Facebook. Le parole sono importanti, e credo lo sappiano anche gli autori, più che un manifesto vuole essere un breviario: un breviario laico da recitare e usare, perché le parole della politica non vanno (solo) scritte, sono dette.

Perché abbia un senso, come tutti i libri, è necessario non lasciarlo solo. Come a me è capitato di recensirlo, che capiti a voi di scriverne, di ragionarne, ancor meglio di discuterne, e non con rabbia, ma con vivacità, con quell’arma intelligente che è la parola soppesata, elaborata, finanche amata; affinché la politica, e con lei le parole, non siano appannaggio di chi le urla più forte, ma di chi le usa meglio.

Fate un favore a me, a questo bel libro e a voi stessi: non leggetelo, parlatelo.

 

Francesca Sabatini