Parliamo di politica per la cultura?

Parliamo di politica per la cultura?

In un periodo segnato dal nervosismo e dal conflitto un po’ di ragionevolezza pacata può aiutare. Quello che chiamiamo cultura, ogni tanto abusando della sua forza simbolica, è da molto tempo al centro di polemiche accese. Tra lamentele e proclami siamo finiti in un campo di battaglia ai bordi del quale si fronteggiano, molto arrabbiati, guelfi e ghibellini: da una parte i custodi del sacro fuoco, protetti da autocertificazioni etiche e da un certo conservatorismo acritico; dall’altra gli innovatori a tutti i costi (e spesso a buon mercato), che vorrebbero trasformare il sistema culturale in una trappola disneyana per folle in cerca di effetti speciali.

 

Come avviene nei campi di battaglia scritti e orali lo strepitare è grande, l’azione sostanzialmente nulla. Nel frattempo il sistema culturale langue, aspettando che qualcuno se ne occupi. Ha attraversato stagioni enfatiche, che ricorderemo per il bizantinismo delle forme e l’accattonaggio della sostanza: scatole giuridiche acrobatiche da una parte (basti pensare alle fondazioni di partecipazione, ossimori rognosi che ogni giorno di più mostrano la propria fragilità ambigua), negoziati opachi nascosti dietro algoritmi esoterici dall’altra (ricordiamo ai curiosi che un algoritmo è qualsiasi operazione svolta con i numeri arabi, come dire 2 + 2 = 4, finché qualcuno se ne rende ancora conto).

 

Andiamo al punto. Da anni si sente parlare di ‘politiche culturali’, raccogliendo un insieme magmatico e talvolta contraddittorio di provvedimenti che hanno ben poco di politico e di culturale. La declinazione al plurale la dice lunga rivelando la logica da orticello che funesta i diversi comparti, renitenti a elaborare una strategia e bravissimi a tentare molte tattiche senza mai considerarsi parte di un tutto. Quello che definiamo impropriamente ‘politiche culturali’ si concreta in atti volti al mero finanziamento della sopravvivenza di musei, teatri, siti archeologici, biblioteche, archivi, festival, imprese cinematografiche e ogni altra organizzazione in cui si realizzino attività culturali. La cosa ha finito per calcificare un sistema che è costretto a preferire la burocrazia alla creatività, e magari ogni tanto ne è anche contento. Così, tra dichiarazioni pompose e proteste acide (troppe tanto le une quanto le altre) un’atrofia oppressiva aleggia sulla cultura italiana.

 

Certo, non mancano i casi coraggiosi, che nonostante l’ostilità dell’eco-sistema guardano lontano nel tempo e nello spazio costruendo progetti solidi e attivando relazioni cosmopolite. Ma sono pochi casi, scaturiti da visioni individuali e da condivisioni ristrette, restando isolati e di norma negletti dalle istituzioni. Si aggiungano alcune stupide porosità degli addetti ai lavori, che protestano per i direttori stranieri nei musei, litigano sulla gratuità domenicale ma non si preoccupano di agganciare i visitatori di una volta per farli tornare incuriositi, discutono sui prezzi subendo la percezione infondata che la cultura costi molto ma non sono in grado di chiedere a gran voce il ridisegno dei rapporti tra pubblico e privato. In ogni caso si tratta di atti amministrativi privi di un vero orientamento strategico. La cultura, da questa prospettiva, è una classificazione convenzionale che accoglie alcuni oggetti e ne rifiuta altri.

Così, con una sequenza di governi di segni diversi ma similmente poco interessati a un’azione strategica, abbiamo bruciato molti anni riposando su allori stantii, dai siti Unesco al Made in Italy, al simposio di Pinocchio per stabilire se con la cultura si mangi o si digiuni, all’illusione che un capolavoro portato all’estero convinca gli imprenditori stranieri a firmare qualsiasi contratto, dal dilemma vintage su ‘cultura alta vs cultura popolare’, allo stiracchiamento strutturale pur di rientrare nelle scatole rigide e dissennate costruite da un legislatore cavilloso, dalle etichette emergenti come ‘beni comuni’, all’azione curatoriale di assessori che dovrebbero onorare il proprio mandato pubblico senza togliersi sfizi personali.

 

Ah, il legislatore non è stato cattivo. Ha semplicemente capito di poter gestire senza troppi patemi d’animo un insieme di interlocutori incapaci di fare squadra, ansiosi di ricevere l’agognata ‘legge di sistema’ senza preoccuparsi di suggerirne metodi e contenuti, convinti di competere l’un contro l’altro ignorando la sostanziale unicità del proprio progetto e le sue opportunità sinergiche, invidiosi di televisione, cinema, Sky, Netflix e ogni cosa di massa, dimenticando che gli abbonati al teatro sono più numerosi di quelli allo stadio, mostrandosi snob nei confronti del pubblico emergente solo perché ha delle aspettative percettive sofisticate, e restando innamorati del milieu che frequenta teatri, musei e tutto il resto solo perché può dar conforto senza chiedere chiavi di lettura.

 

A ben guardare, in questo quadro scomposto il legislatore una cosa cattiva l’ha fatta: ogni intervento normativo, parziale, provvisorio e soprattutto emergenziale, ha costretto le organizzazioni e i professionisti a cambiare passo, a compilare nuovi moduli, ad assumere o licenziare confidando di salvare il bilancio; la cosa ha creato nuovi problemi, e il legislatore ha prontamente fabbricato un nuovo intervento volto a mettere l’ennesima pezza sulla falla appena creata. Così all’infinito. Si chiama emergenza permanente, e l’impressione è che a conti fatti nessuno ne voglia davvero uscire: una volta capite le regole del gioco la partita può continuare senza perturbazioni. Se il pubblico c’è, meglio; se non c’è, è colpa della sua ignoranza, della scuola che è tediosa, delle serie televisive che sono seducenti. In un sistema culturalmente tardo-agricolo è sempre colpa di qualcun altro.

 

Ecco che cosa manca al sistema culturale: la responsabilità. Un progetto culturale dovrebbe emergere da un’urgenza creativa ed espressiva, magari condivisa e connessa alla società e alle sue ebollizioni. E soprattutto dovrebbe cercare uno spazio di autonomia quanto più esteso e lungo, esplorando i suoi possibili mercati, stanando il pubblico potenziale che di norma è del tutto ignorato, ridisegnando i luoghi della cultura come spazi di partecipazione aperti per tutta la giornata, cercando in tutto il mondo i talenti emergenti. La società contemporanea, pur accettandone l’eterogeneo spirito critico e la quota fisiologica di frettolosi e di individui contenti di rimanere fermi, è un calderone ricco di fermenti, intuizioni, visioni e desideri. Sprecarla nelle lamentele è sbagliato.

 

Quali possono essere i compiti per casa di chi voglia davvero disegnare una politica per la cultura? Intanto evitare l’identità tra politica e sostegno monetario: le istituzioni pubbliche, dal governo centrale ai piccoli Comuni, possono offrire un’efficace regolamentazione (si pensi ai rapporti tra organizzazioni culturali e imprese, o al governo del territorio urbano), utili infrastrutture (quanti immobili pubblici sono inutilizzati?), un’incisiva dotazione tecnologica che allargherebbe lo spettro di condivisione e partecipazione, una solida formazione che superi il nozionismo becero tanto a scuola quanto all’università e che costruisca pensiero critico, una crescente atmosfera creativa ospitando artisti e professionisti in azioni di scambio tecnico, in workshop, in residenze.

 

Non sarebbe poco, ma non basta. Lo snodo di fondo risiede nella costruzione di un percorso parallelo di opportunità e responsabilità, quello che si definisce impresa culturale. La questione ha la sua delicatezza, e non può essere ridotta all’ennesima classificazione formalistica. Quando si parla di impresa culturale dovrebbero affiorare quei progetti ambiziosi e solidi che hanno accettato di rischiare pur di costruire un’identità in uno specifico territorio. Un museo o un teatro pubblici non riescono ad agire imprenditorialmente, con buona pace dei professionisti brillanti che ogni tanto ci lavorano: il reticolo normativo impedisce qualsiasi azione che non sia la routine burocratica.

L’impresa culturale – gruppo multidisciplinare di professionisti – nasce dall’intuizione, passa per la passione, cresce nella consapevolezza e nella lucidità progettuale. Non serve dunque ingabbiarla nell’ennesima camicia di forza che le garantisca i contributi monetari finendo per mummificarla; al contrario, è indispensabile – ed è questo il salto culturale verso il quale molti sono del tutto renitenti – accentuarne la flessibilità e la versatilità, mantenendo elementi di garanzia per i lavoratori che spesso naufragano su zattere precarie e occasionali, e incoraggiando al tempo stesso una gestione strategica che possa anticipare lo spirito del tempo.

 

Le imprese culturali, o comunque le si voglia definire, di un tempo erano strutture generate e alimentate dal carisma di un demiurgo. Il Pantheon della cultura italiana è ricco di nomi che hanno lasciato tracce fondamentali. Ma adesso l’impresa culturale è più un atelier rinascimentale, in cui si diventa maestri nel corso del tempo, si apprende e si matura un proprio approccio, si condivide e si affronta il mondo con spirito di squadra. Sennò si rimane una burocrazia che dipende dalle ubbie del principe di turno, si accetta la diluizione progressiva delle intuizioni e si consolida il formalismo bizantino.

 

Gli strumenti non mancano, e si possono attivare gradualmente: esenzioni fiscali per chi acquista libri, biglietti teatrali, visite ai musei; riduzione dell’imposta sul valore aggiunto per ogni transazione culturale come l’acquisto di opere d’arte, programmi congiunti con scuole e università che possano sfociare in esperienze culturali strutturate, produzione interna di beni e servizi finora affidati all’outsourcing à la Ronchey, piano strategico di conservazione e restauro secondo una scala di priorità nazionale, incentivi alle amministrazioni municipali per mantenere ed estendere l’apertura dei luoghi della cultura nel loro territorio, flessibilità garantita per il lavoro culturale, incentivi all’internazionalizzazione.

 

Non si tratta di spendere di più, ma di ridisegnare la logica stessa della spesa, superando lo scambio tra sopravvivenza e ottemperanza per costruire una strategia fondata su sinergie, negoziati trasparenti, valutazione dell’impatto sociale, emersione delle nuove generazioni. Tempo di agire, qualcuno avrà capito che le parole sbagliate possono fare molti danni. Meno pennacchi e più azioni, così potremo finalmente parlare di un sistema culturale e di una politica per la cultura.

 

 

Michele Trimarchi

 

Nelle fotografie:
[1] Tempio di Adriano, II Secolo, Piazza di Pietra, Roma.
[2] Blood Tears Spunk Piss, Gilber & George, 1996, Collezione Pinault.
[3] La Scuola di Atene, Raffaello Sanzio, 1509-1511, Musei Vaticani.
Tools For Culture

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Tools for Culture è un’organizzazione non profit attiva nel campo della ricerca, della consulenza e della formazione per l’economia, il management e le politiche dell’arte e della cultura. Il suo obiettivo è contribuire a estrarre il valore dalle risorse creative e culturali, rafforzando il loro impatto sulla qualità della vita, stimolando la creazione e il consolidamento di un network di professionisti, imprese e competenze, e fornendo assistenza strategica e tecnica in campo culturale.

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