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Percorsi di consapevolezza. Tra Neuroscienze e Danza Terapia

By 21 Maggio 2019 No Comments

Nel sistema educativo occidentale, la divisione del sapere, declinata in una sorta di “gerarchia” che pone al vertice più alto le discipline intellettuali legate al pensiero astratto e alla base la dimensione corporea, “abita” lo spazio di scuole, Università, Istituti di ricerca. Si è, infatti, concretizzata l’idea che ciò che facciamo con il nostro corpo sia un po’ meno nobile rispetto ai ragionamenti della logica, del linguaggio. D’altro canto, se ci soffermiamo sulle “eredità” che hanno lasciato le grandi tradizioni mistiche, non possiamo non considerare (ironicamente proprio a partire dalle parole) una visione e una concezione unitaria dell’essere umano che tiene conto della realtà corporea.

L’ebraismo biblico, ad esempio, non conosce il dualismo anima-corpo e, anche dal punto di vista linguistico, ogni termine parla sempre della totalità dell’uomo sottolineandone, semmai, una prospettiva diversa, come l’interdipendenza e l’appartenenza reciproca. La parola Basar, termine ebraico, indica l’uomo nel suo insieme visto sotto l’aspetto della precarietà, caducità, mentre Nefes è la vita stessa del corpo, ciò che ne anima i desideri e le emozioni e non l’anima intesa come “prigioniera del corpo” (Naccari, 2006). Le parole quindi non ci rimandano all’idea di “separazione” ma all’idea di un passaggio, di una evoluzione a partire dall’esistere concreto sino al perfezionamento possibile, sottolineando l’appartenenza reciproca di anima e corpo.

Nel campo delle neuroscienze, l’insieme degli studi condotti sul sistema nervoso che ha conosciuto un progresso significativo a partire dalla seconda metà del XX secolo, si è evidenziato come non solo l’organismo corpo-cervello interagisce con l’ambiente come un tutt’uno, ma che anche lo “stato emotivo del corpo influenza i processi cognitivi” (Damasio, 1994). La teoria dei tre cervelli di MacLean, a partire dagli anni ’70, ha evidenziato come il nostro cervello, secondo un’impostazione evoluzionistica, sia composto da tre sistemi principali quali il cervello rettiliano, il cervello mammifero (sistema limbico) e il cervello “umano” (neocorteccia) e, a partire dal 1998, Michael Gershon della Columbia University con il suo libro “Il secondo cervello”, ha descritto appunto l’esistenza di un secondo cervello situato nell’addome chiamato cervello enterico. Abbiamo, quindi, nella pancia un vero e proprio centro neurale complesso e autonomo che conta più di 500 milioni di neuroni, che invia e riceve segnali nervosi comunicando direttamente con il cervello della testa e che produce una serie di ormoni e neurotrasmettitori quali la serotonina. C’è poi, un terzo cervello localizzato nel cuore, il cervello cardiaco, in cui sono stati trovati più di 40 mila neuroni e che rappresenta il più potente generatore di energia elettromagnetica nel corpo umano.  Inoltre, la comunicazione tra cuore e cervello è molto più intensa e rilevante di quella che avviene nella direzione opposta, tra cervello e cuore.

Riflettendo, quindi, sul nostro “modello” di funzionamento, affinché un’azione risulti coerente con i nostri “cervelli” diventa necessario che l’intento autentico del cuore sia tradotto in pensiero (e non viceversa), il quale pensiero consente di formulare ipotesi di intervento, scelte, decisioni verso le azioni da fare e supportato anche a livello emotivo dal cervello della pancia che veicola il “sentire più profondo”. Come si può intuire, il percorso non è semplice  perché intervengono, anche involontariamente, i nostri “sabotatori” interni o le nostre “ombre”, citando il lessico junghiano.

L’unitarietà psicofisica (ciò che gli anglosassoni chiamano “the embodied self”) risulta una condizione per l’essere umano necessaria per “riconoscersi”, per costruire relazioni che, in modo globale, attivino momenti di contatto con la dimensione interiore e immaginativa.

I percorsi artistici e i metodi delle Arti terapie sembrano dunque costituire un ambito privilegiato per attivare esperienze creative, immaginative, corporee, relazionali ed espressive per l’essere umano nella sua complessità somato-psichica. E, nella specificità della dimensione di gruppo, si evidenzia come “le esperienze che si conducono in gruppi impegnati in attività artistiche stiano aprendo interessanti prospettive riguardo allo sviluppo della creatività intesa come un processo transpersonale e non come semplice sommatoria di individui” (Cruciani, 2006).

L’interdipendenza, parola che oramai ricorre spesso anche grazie o a causa dell’incalzare della tecnologia, sembra dunque costituire la “chiave di volta”, il ri-congiungimento tra passato e futuro, la consapevolezza che siamo interconnessi, interagenti, che siamo collegati e ri-suonanti. E sempre attingendo alle grandi riflessioni, Jung evidenziò come la psiche non fosse solamente individuale ma, essendo gli uomini “collegati” da una grande psiche (archetipo, dal greco antico col significato di immagine: arché originale e tipos modello, l’immagine primordiale), descrisse con il termine inconscio collettivo questo “grande mare” che connetteva l’inconscio di tutti gli esseri dai primordi della specie umana.

Ma oggi, l’uomo contemporaneo come può attingere a questa grande riserva? Come può far appello al patrimonio psichico comune? La danza, intesa nella sua specificità e potenzialità in senso terapeutico, può costituire uno strumento di attivazione simbolica e immaginativa individuale e collettiva “rituale”. L’uomo ha sempre “avvertito” che oltre alla sua presenza, esisteva al di là del visibile, un altrove a cui riferirsi e a cui attingere per equilibrarsi con la natura, con il cosmo tutto. E la danza era proprio questo, un’alterazione dello stato di coscienza per rinforzare il legame collettivo e spirituale, e le varie danze richiamavano ad esempio, la forza se la tribù doveva prepararsi per un’importante impresa, scandivano i riti di passaggio (nascita, pubertà, matrimonio, morte), si danzava nella intermediazione con il mondo trascendente.

Erich Neumann, che ha studiato a lungo l’evoluzione della coscienza umana, descrive la danza “come l’operare in cui una figura archetipica che sta alla base del rituale, il cerchio, la spirale, il labirinto viene realizzato dal corpo stesso. Questa via ha un carattere personale che convive con un carattere universale e porta con sé una potenzialità evolutiva notevole”.

Nei setting di DanzaMovimentoTerapia, l’assenza della comunicazione verbale mette le persone in uno stato di coscienza in cui si vive il livello sottocorticale, un livello molto vicino all’inconscio dove il controllo dell’Io si affievolisce. Ciò dà modo, all’interno di un’esperienza condivisa, di attingere alla propria creatività, di recuperare immagini e sentimenti inconsci e di tradurli in movimenti, suoni, colori e forme. La produzione artistica, nella libertà dell’esplorazione, non ha una funzione “adattativa” verso l’ambiente ma di ricerca e sperimentazione e la dimensione ludica offre la possibilità di mantenere un atteggiamento di gioco, impegnandosi in attività senza “finalità”, in cui quello che conta è il tipo di esperienza che si vive. L’apprendimento quindi – pensiamo al nostro sistema scolastico italiano ingessato ancora sull’“erudizione” – sulla staticità presente semplicemente a partire dalla disposizione delle classi e sul rapporto docente/discente, viene, in questa prospettiva, legato all’idea di cambiamento, il quale porta con sé la capacità di mettersi in discussione, di tollerare il dubbio, l’incertezza e la frustrazione, di contemplare l’imprevedibilità, di poter affrontare il nuovo e “non conosciuto”.

La pratica del movimento creativo, attraverso la ri-definizione dell’immagine di sé, sollecita nuove narrazioni e prospettive rispetto alla propria Weltanschauung, al proprio modo di stare al mondo, ampliando aspetti quali la flessibilità, la consapevolezza rispetto a se stessi, la capacità di de-centrarsi, di relazionarsi e comunicare. Alla luce dunque di queste riflessioni e delle “nuove conoscenze” di cui disponiamo, quali sono le possibili strade da percorrere che ci offre l’Arte Terapia e nello specifico la Danza creativa? Si tratta, in definitiva, di ri-appassionarsi di sé, di “sentire la vita”, di esplorare le nostre capacità, di investire nella ricerca di se stessi.

Il viaggio verso il Sé  che, per citare Gurdjieff, porta l’uomo verso il suo “centro permanente” rappresenta il viaggio di cui i più noti artisti hanno ri-percorso e ri-proposto nelle loro opere: dalle tenebre alla luce, dall’Inferno, attraverso il Purgatorio al Paradiso, da marionetta (uomo eterodiretto) a bambino in carne ed ossa.

Il percorso che attende l’uomo attuale (ma che da sempre lo ha accompagnato) è dunque il mettersi in cammino, coltivando la sua parte sana, ri-scoprendo la propria naturale inclinazione,  cercando di oltrepassare i limiti dell’individualità per raggiungere la sapienza del Sé, l’unità nella quale gli opposti trovano la loro sintesi, il collegamento con il Tutto (Anima, Coscienza), il risveglio dal sonno in cui l’umanità sembra cullarsi, la luce della scintilla divina presente in ognuno di noi.

 

 

Marina Raglianti

 

 

Riferimenti
Damasio, Emozione e coscienza, Adelphi, Milano, 2000
Mignosi, E. Il corpo e l’arte come risorsa formativa all’Università: un percorso attraverso la danza-movimento terapia per futuri formatori, atti dattiloscritti, n.d.
Naccari, A. Persona e movimento, Armando Editore, Roma, 2006
Neumann, Storia delle origini della coscienza, Astrolabio, Roma, 1978
Ouspensky, P.D. La Quarta via, Astrolabio, Roma, 1974
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