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Pieter Bruegel. L’esercizio della ragione genera mostri

By 14 Marzo 2019 No Comments

… E, ovunque, le valli ove si raccolgono i semplici, le rocce ove si celano i metalli, ciascuno dei quali simbolizza un momento della Grande Opera, le formule magiche infilate tra i denti dei morti, gli dèi, ognuno con la sua promessa, le folle tra cui ogni soggetto si pone come centro dell’universo. Chi sarà tanto insensato da morire senza aver fatto almeno il giro della propria prigione ?

Le Fiandre del XVI secolo assumono nella mia memoria i tratti in chiaroscuro di un indimenticabile volto, quello di Gian Maria Volonté nei panni del filosofo, medico, alchimista Zenone Ligre, protagonista del film e prima ancora del libro L’Opera al nero, con cui Marguerite Yourcenar affonda  nel viaggio onirico, eretico, errante di un visionario alle prese con un mondo in profonda trasformazione, in cui si va delineando, tra complesse contraddizioni e spericolate speculazioni, il ritratto dell’uomo moderno.

Gian Maria Volontè, Zenone, in L’opera al nero, 1988.

A quel mondo –  in cui come instabili placche terrestri tremano dogmi centenari, in cui si esplorano audaci teorie troppo spesso destinate a bruciare in piazza al primo sospetto di errore, di imperi in crisi e di confini labili –  a quel mondo appartiene Pieter Bruegel il Vecchio, errante del pensiero, pellegrino laico di quella stessa prigione cui si riferisce Zenone, ritrattista spietato e impeccabile di un’epoca di crisi, per questo fertile di idee e di mostri, di fecondi sbagli, di spazi imprevisti.

Abitante di un tempo incerto e nebbioso in cui si moltiplicano le verità, ciascuna con la propria ambizione di assolutezza, Bruegel offre più lacune che certezze a chi voglia indagare la sua figura, a partire dal nome, così oscillante tra l’ipotesi di un patronimico e il paese di origine, e dal quale, strada facendo, oscilla cadendo anche un’acca. Morto, non vecchio, nel 1569, Bruegel ha vissuto gli anni del dominio spagnolo dei Paesi Bassi, di Carlo V e Filippo II, per concludere la sua parabola nell’era delle sanguinarie repressioni del Duca (di ferro) d’Alba.

Di questo scenario conflittuale e plurale coglie ogni minuta imperfezione, ogni oscena perversione, ogni ironica macabra realtà, segnando quella sensibilità nordica alle umane debolezze che da Bosch passa per le tetre carnevalesche disperazioni di Ensor e che si chiariscono, non pacificano, tra le piane griglie di Mondrian. Ci porta in giro per questa nostra prigione, Bruegel, senza sconti ma con quella sottile raffinata ironia, il sorriso beffardo, che sempre accompagna la più profonda delle depressioni.

Pieter Bruegel, Proverbi fiamminghi, 1559, Gemäldegalerie, Berlino, particolare.

Pittore contadino, borghese, colto umanista o integralista castigatore di immorali costumi, cattolico e libertino, esoterico alchimista, ultimo dei primitivi e primo dei moderni;  le infinite contraddittorie etichette con cui si è accompagnato il suo nome e provato a definire la sua opera restituiscono la complessità di un artista e del suo intricato universo simbolico, ridicolizzando al contempo quella pratica che ancora stenta a tramontare e che crede possibile tradurre la creatività in categoria, collocandola di volta in volta in artificiose gabbie semantiche che non conducono in nessun dove. Se tuttavia, un poco forzando, si dovesse scegliere una ed una sola parola che descriva il visionario universo di Bruegel, si potrebbe forse tentare con “Apocalisse” che, non esaurita nel rovinoso quadro dell’ultima fine, porta con sé il senso più esteso di rivelazione, di velo sollevato appunto.

Il velo si alza sui minimi gesti precisi di masse umane indaffarate, a scandire un caos quotidiano che Bruegel sapientemente compone senza la pretesa di ordinarlo – questo sì da iperrealista – popolando le sue tele di grotteschi omuncoli, nature travolgenti, bestie fantastiche che potrebbero senza difficoltà animare un film dei Pink Floyd, ma che trovano un puntuale riscontro nel repertorio iconografico europeo e non solo del tempo, frutto e rielaborazione di un alfabeto multiforme che Bruegel mostra di possedere e in cui si muove con disincantato agio.

Pink Floyd, The Wall, 1982.

Tra gli uomini ingobbiti e affaccendati nel proprio meschino quotidiano, si agitano umoristiche apparizioni, assurdi animali: un maiale cammina indifferente alla lama conficcata nel suo ventre; pesci-insetto e grassi rospi squartati si confondono tra la folla degli angeli ribelli, caduti; uova alla coque zompettano già muniti di posata, in attesa di essere consumati. In questo panorama surreale e bizzarro l’uomo non è meno bestia, sorpreso con lucidità, ma senza giudizio, nell’infinita varietà dei suoi inutili affanni; nel goffo tentativo di garantirsi ricchezza, abbondanza, un proprio particolare vantaggio, nella più completa distratta indifferenza, sia o meno consapevole, al bene.

Pieter Bruegel, La Torre di Babele

Ecco che allora Icaro è destinato a cadere ancora prima di avvicinarsi al Sole; la Torre di Babele, simbolo e denuncia per eccellenza di superbia e della sterilità di ogni umano sforzo di assomigliare a Dio, assume la forma assai familiare del Colosseo, di un Impero che per quanto potente è destinato a frantumarsi, simbolo di una città, Roma, che solo pochi decenni prima aveva subito il peggiore degli affronti, il Sacco del 1527.

Tra le folle formicolanti e tra le anatomie così a fondo scrutate non si scorge segno alcuno di devozione che non sia vana superstizione; il senso del sacro, se proprio ci si ostina a cercarlo, sconfina piuttosto nella blasfemia, nel ghigno divertito, in uno scettico ‘ma’. A ricollocare l’uomo al suo posto contribuisce la grandiosità di un paesaggio che ristabilisce le dovute proporzioni, che offre una dimensione interpretativa diversa al recupero di un equilibrio, per quanto instabile e precario, tra uomo e cose, tra uomo e spirito.

Pieter Bruegel, Caduta degli angeli ribelli, 15 Musée Royaux des Beaux Arts, Bruxelles, particolare.

Allora, pur non offrendo soluzioni, questa sembra essere forse la consolazione di uno sguardo contemporaneo su Bruegel: l’invito a cercare una corretta distanza, ad osservare dall’alto, ma al contempo più a fondo, i nostri piccoli deliri e tormenti, quel cafarnaio diabolico e grottesco, per dirla con Baudelaire, che è la nostra quotidianità. Lo stimolo a recuperare un approccio critico e non rassegnato al reale, divertito all’occorrenza, facendoci capaci di coglierne quella dimensione collettiva e “cosmica”,  anche naturalmente comica,  che da sempre ci accomuna –  cambiando il tempo –  nelle medesime paure.

“Just  … lost souls swimming in a fish bowl, year after year / Running over the same old ground

What have we found / The same old fears…”

Ma questa è un’altra storia, un’altra allucinazione…

 

 

Paola Guarnera

 

***

 

Nel 2019 ricorre il 450esimo anniversario della morte di Pieter Bruegel e sono molte le iniziative in calendario tra Paesi Bassi ed Europa per promuovere la conoscenza della sua opera.  Chi non avesse occasione di viaggiare può immergersi tra le straordinarie allucinazioni in altissima risoluzione la piattaforma di Google Arts and Culture → https://artsandculture.google.com/entity/m0h6nl
Per chi volesse –  lo consiglio di cuore –  conoscere le vicende e il pensiero di Zenone Ligre:
Marguerite Yourcenar, L’opera al nero, in tutte le sue edizioni e, nella traduzione cinematografica, L’oeuvre au noir per la regia di André Delvaux, produzione franco-belga del 1988.
Per chi invece volesse immergersi tra brueg(h)eliani mostri e psichedelici viaggi in un altro tipo di prigione: Pink Floyd The Wall, Alan Parker, 1982)
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