Pratiche artistiche-culturali per una nuova idea di rigenerazione urbana: un mezzo oltre che un fine

L'esperienza di FabricAltra a Schio, Vicenza.

Pratiche artistiche-culturali per una nuova idea di rigenerazione urbana: un mezzo oltre che un fine
Pratiche artistiche-culturali per una nuova idea di rigenerazione urbana: un mezzo oltre che un fine
Pratiche artistiche-culturali per una nuova idea di rigenerazione urbana: un mezzo oltre che un fine
Pratiche artistiche-culturali per una nuova idea di rigenerazione urbana: un mezzo oltre che un fine

Vi siete mai chiesti cosa diventa un simbolo se le persone smettono di prestarci attenzione? Quale durata ha la memoria storica collettiva di una comunità, se non continuamente alimentata di nuovi stimoli?

Si parla spesso di memoria, di identità culturale, di simboli e rigenerazione. Oggi noi parleremo anche di Fabbrica Alta, che raccoglie in sè questi e molti altri significati.

A Schio, cittadina in provincia di Vicenza nella quale sono cresciuta, si trova Lei, la Fabbrica Alta, il cui nome richiama gli alti camini che spiccano verso il cielo, lo sviluppo verticale di quello che è diventato il simbolo della città e che su di essa ha vegliato negli anni, dall’alto, come un gigante buono.

Con i suoi 80 metri d’altezza, le 330 finestre, la Fabbrica Alta è un sito di archeologia industriale dall’immenso valore per il territorio.

L’antica area industriale Lanerossi si estende a nord-ovest della città, su una superficie di circa 13 ettari all’interno della quale sono situati l’antico lanificio Francesco Rossi e la cosiddetta Fabbrica Alta, progettata nel 1862-63 dall’architetto belga Auguste Vivroux.

La Fabbrica è un imponente opificio che ospitava,  in ciascuno dei suoi sei piani (cinque più un sottotetto), una fase specifica della lavorazione della lana (cardatura, filatura, spolatura, ritorcitura, tessitura e rammendatura).

Essa ha un elevatissimo valore monumentale, sociale ed urbanistico nel contesto territoriale della seconda metà dell’Ottocento, rappresentando l’emblema del patrimonio industriale veneto e la chiara dimostrazione del primo sviluppo industriale italiano.

Tra il 1966 e il 1967 l’edificio venne  dismesso ed il ciclo produttivo trasferito nei nuovi capannoni della zona industriale cittadina, mentre rimasero in sede, per alcuni decenni soltanto, le funzioni amministrative della Società.

Rimase forte, tuttavia, la consapevolezza circa l’enorme potenziale del sito per la rivitalizzazione del territorio e così, sul finire degli anni ’70, inizia il fenomeno di riappropriazione storico-culturale-identitaria dell’area Lanerossi. Sono stati diversi, negli anni, i concorsi indetti per stabilire nuovi utilizzi degli edifici, con la stesura di vari Piani d’azione per il recupero dell’area ed interventi di urbanizzazione, fino ad arrivare al 2004 con la definizione del Piano di fattibilità ”Fondazione Altrafabbrica”. Il progetto nasce allo scopo di definire “un modello di gestione con finalità culturali ed ipotesi di utilizzo di strutture comunali” e vede la Fabbrica trasformarsi in uno spazio espositivo provvisoriamente denominato Euromuseo (dedicato a mostre di opere provenienti da musei europei), un museo storico-digitale e laboratorio di ricerca, nonché uno spazio per incontri e dibattiti – mai realizzato.

Solo nel maggio 2013  la Fabbrica Alta diviene ufficialmente di proprietà pubblica del  Comune di Schio.

Tuttavia, le problematiche strutturali ed il difficile e costoso restauro architettonico non hanno permesso alla Fabbrica di raggiungere gli obiettivi prefissati. E così, noi cittadini tutti, giovani e meno giovani, ci siamo abituati a vederla come appare: un “ammasso” inerte, vuoto, sospeso nel tempo e nello spazio

Però, la sua grandezza  e la  sua imponente, solenne ed austera presenza si stacca distintamente dal tessuto urbano di Schio, quasi a significare l’importanza di quanto successo entro le sue mura. L’edificio è un simbolo…ma di cosa?  Certamente un simbolo di lavoro, crescita e prosperità, ma ormai anche la più lontana eco della passata  attività che in essa si è svolta si è spenta. I ricordi di chi vi ha lavorato sbiadiscono e vengono a mancare.  Vogliamo davvero che venga a perdersi la conoscenza, l’identità, il significato culturale che rappresenta?

Memoria, conoscenza, identità culturale, appartenenza, riappropriazione, rigenerazione sostenibile: è in questa cornice che si inserisce il progetto Fabricaltra, nato nel Marzo 2017, Coordinato dal Laboratorio di Management dell’Arte e della Cultura (MACLab) dell’ Università Ca’ Foscari di Venezia per conto del

Comitato Tecnico Scientifico per la ri-generazione della Fabbrica Altra (2016), che vede nelle pratiche artistiche un mezzo per un recupero sostenibile ed una valorizzazione consapevole.

Come si legge nel sito del progetto:

Fabricaltra” consiste in un programma di attività culturali/artistiche site-specific che hanno l’obiettivo di lavorare sulla visibilità dell’edificio, sulla rielaborazione di una memoria condivisa, sulla verifica di nuovi scenari di riutilizzo/non riutilizzo consapevole, attraverso un percorso di riappropriazione del sito in qualità di bene pubblico, supportato da strumenti legati a pratiche artistiche, installazioni audio e video, narrazione teatrale. In questo modo le pratiche artistico-culturali divengono così un mezzo per la rigenerazione anziché un fine.

Il progetto – che rappresenta contemporaneamente una forma di rigenerazione culturale alternativa ai classici modelli, servendosi di forme d’espressione artistica, ed il coinvolgimento attivo della comunità locale in quanto portatore di interesse e detentore di memoria storica – si pone come obiettivo quello di ripensare la Fabbrica “da dentro”, evitando di ricorrere ai classici modelli di ri-utilizzo – spesso scontati, non sempre efficaci – per  mobilitare la percezione, i pensieri, le idee e le energie sociali ed economiche della comunità locale. Presupposto per fare ciò è un’attenta riflessione circa i processi sociali, ancor prima che strutturali, al fine di generare valore che si basa su nuove forme di coinvolgimento della popolazione, capaci di sviluppare un dialogo tra associazioni, professionisti, comunità ed imprenditoria locale.

Ad oggi sono quattro i percorsi di rigenerazione attuati – con successo, coinvolgendo attivamente scuole, artisti locali ed aziende – all’interno di Fabbrica Alta, ma uno in particolare merita un approfondimento.

Il progetto Deus Ex Fabrica (promosso dal Comune di Schio insieme alla Fondazione Teatro Civico di Schio, con il coordinamento scientifico del Laboratorio di management dell’arte e della cultura dell’Università Ca’ Foscari di Venezia) inaugura il 21 Dicembre 2017 e per 3 mesi permetterà alla Fabbrica di rivivere, di uscire dal suo lungo letargo. Fino a Marzo, infatti, l’imponente facciata del fabbricato sarà colorata di luce proveniente da neon montati su 50 finestre e suoni prodotti verranno amplificati dalla presenza di megafoni collocati all’esterno.

Il progetto nasce dallo spirito creativo del collettivo D20, un gruppo di professionisti che esplora ed espande intersezioni tra musica, cultura digitale e arti visive; una struttura flessibile che di progetto in progetto si avvale delle competenze di diversi collaboratori.

Secondo il collettivo di artisti “[…]la Fabbrica è sensibile all’ambiente, alla temperatura, alle presenze umane. Questi elementi suscitano in lei reazioni che si manifestano con suoni, luci, parole che a volte ricordano eventi del passato come in un sogno non ancora concluso e a volte raccontano del quotidiano, di quello che la circonda tutti i giorni. Come ogni organismo non ha orari per esprimere ciò che sente, ma le sue manifestazioni avvengono in modo imprevedibile. Può essere allegra, triste, divertita o divertente, ma ciò che desidera è essere nuovamente viva e avvicinarsi alla sua città.”

Suonare la Fabbrica, dunque, per darle voce, parole, possibilità di esprimersi e di dialogare. E per dare l’opportunità a giovani artisti, più o meno emergenti, di mostrare le proprie capacità. Il progetto Deus Ex Fabrica, infatti, prevede una call per artisti internazionale, nella forma di una residenza artistica virtuale all’interno della Fabbrica.

Nove artisti diversi si susseguiranno di settimana in settimana fino al 21 marzo, in qualità di  “deus ex fabrica”: incaricati di dare vita al gigante sonoro, potranno creare composizioni uniche e site-specific, interpretando i dati provenienti da sensori posizionati ad hoc, generando visuals sul ledwall della facciata principale e processando in tempo reale il suono di carillon meccanici azionati tramite pc.

Le installazioni sonore e le luci vengono, infatti, programmate grazie ad una piattaforma digitale che permette di combinare tra loro diversi input campionati e suoni scelti dall’artista, luci e colori, e trasformarli in ouput tangibili. Non solo arte, dunque, ma arte e tecnologia combinati assieme in un progetto che si spinge ben oltre ai suoi iniziali propositi, diventando un luogo di incontro ed ispirazione senza confini.

Qualche giorno prima dell’inaugurazione, ho avuto la fortuna di incontrare personalmente i D20 e di farmi spiegare da loro questo incredibile progetto, bevendo caffè e chiacchierando di arte, rigenerazione, comunicazione e molto altro.

“E’ nato tutto dal desiderio di rigenerare la Fabbrica dal suo interno, toccandone l’anima ancora prima del corpo – raccontano. “Abbiamo pensato di far dialogare Fabbrica Alta con la comunità locale ed il Mondo in senso più ampio, utilizzando anche le tecnologie digitali. Cercando di capire a cosa somigliasse la fabbrica,scherzando, l’abbiamo paragonata ad un grande gigante addormentato che sorgeva proprio al centro della città e ci è piaciuta l’idea di provare a risvegliarla”.

Mi spiegano velocemente come funziona questo grande meccanismo complesso, composto da molte parti diverse: all’interno della fabbrica troviamo delle macchine del suono – o carillon – costruiti grazie ai materiali recuperati in loco che, percuotendo pezzi di metallo, telai, vecchi strumenti del lavoro e trofei vinti per i riconoscimenti calcistici, producono suoni unici messi a disposizione degli artisti, che saranno liberi di manipolarli a loro piacimento con l’utilizzo di software quali Supercollider, Max/MSP, Pure Data, in aggiunta a suoni di repertorio (dei vecchi telai, del lavoro quotidiano nella fabbrica, ecc.) catturati e digitalizzati.

“Cosa vuol dire utilizzare il binomio arte-tecnologia in queste modalità?”, chiedo, incuriosita.

D20: “Si tratta di pensare a come la tecnologia possa essere usata in modo critico e riflessivo. Non ci piace l’idea di una tecnologia che si esibisca per dimostrare la sua spettacolarità, priva di significato. Ci piace pensare che possa essere funzionale ad un’idea poetica, critica, che rifletta sul presente e ne analizzi i limiti e le potenzialità, per spingersi oltre.”

“Penso sia incredibile, sul serio!”, affermo, senza nascondere il mio entusiasmo. “Immagino non sia stato facile. Quali sono state le principali difficoltà per arrivare a questo punto? E quali sono le potenzialità da sfruttare?”

D20: “In effetti, il progetto è abbastanza complesso!  E’ cresciuto via via che lo abbiamo affrontato… questo perché nei processi artistici ci si lascia coinvolgere dalle idee e dalle diverse possibilità che queste creano.

Dalla prima idea di <<immagini-e-suono>> abbiamo affinato i device necessari. Abbiamo capito che le proiezioni sarebbero state troppo costose e che puntare su ledwall sarebbe stato meglio, vista la superficie di cinque piani.  Così come le sonorità: da “audio” in generale, è nata progressivamente l’idea del carillon, della stazione meteo per raccogliere dati che potessero essere trasformati in input audio/luci, infine abbiamo raccolto campioni sonori dalla fabbrica e messo a punto tutta l’architettura software necessaria per far funzionare questa bella macchina. La forza del nostro collettivo è quella di riunire al suo interno molteplici competenze e questo ci ha permesso di affrontare tutte le difficoltà di allestimento e di gestione proprie di un progetto così articolato.

I primi risultati di questa “bella macchina” in movimento già si colgono, con numerose adesioni di artisti, soprattutto all’estero. I primi due artisti selezionati sono stati, infatti, Juan Duarte, artista multimediale messicano che si muove nella linea di confine tra analogico e digitale utilizzando le interferenze tra ambiente, oggetti e sensori, e Ryan Carlile, artista statunitense il cui progetto prevede musica “generativa”, ossia creata attraverso degli algoritmi che egli stesso programmerà da Portland. Seguirà, in ordine temporale, l’artista svedese Åke Parmerud, compositore, musicista e artista multimediale noto principalmente per le sue opere acustiche ed elettroniche.

“Siamo soddisfatti dei risultati raggiunti fino ad oggi –concludono i D20 – e del successo che il progetto ha riscosso all’estero. Ci ha fatto molto, molto piacere, però, avere anche l’adesione di artisti locali, proprio di Schio, perché per noi significa il raggiungimento di un obiettivo, essere riusciti a creare un dialogo col territorio. Ci sarà modo di conoscerli meglio nelle prossime settimane.. saranno proprio loro, infatti, a chiudere la permanenza in Fabbrica con l’ultima settimana di residenze.”

Con Deus Ex Fabrica si giunge alla fase conclusiva del percorso di rigenerazione culturale FabricAltra, che  ha accompagnato come una sorta di filo rosso il 2017, anno di celebrazione del bicentenario della fondazione della Lanerossi, ancora oggi considerato uno dei maggiori lanifici italiani.

Un percorso culturale complesso che ha scosso la città dal suo interno, riattribuendo significato ad un simbolo addormentato da anni, costruendo, parlando, illuminando, coinvolgendo. La città si è aperta alla novità, a nuovi paesi, a nuove vie ricche di stimoli.

Come afferma  Fabrizio Panozzo, docente del Laboratorio di management dell’arte e della cultura dell’Università Ca’ Foscari ed ideatore e coordinatore scientifico di FabricAltra, “[…]è stato un modo per ascoltare uno spazio suggestivo, simbolo del lavoro, per comprendere cosa potesse raccontarci del passato e cosa abbia da dirci per il futuro. I linguaggi dell’arte e della creatività permettono di sollecitare un ascolto e uno sguardo nuovi sulla fabbrica e di rigenerarla, di trasformarla da reperto di archeologia industriale a nuovo luogo di vita, socialità, cultura per la città e il territorio.”

 

 

Denise Bianco

Tools For Culture

Tools For Culture

Tools for Culture è un’organizzazione non profit attiva nel campo della ricerca, della consulenza e della formazione per l’economia, il management e le politiche dell’arte e della cultura. Il suo obiettivo è contribuire a estrarre il valore dalle risorse creative e culturali, rafforzando il loro impatto sulla qualità della vita, stimolando la creazione e il consolidamento di un network di professionisti, imprese e competenze, e fornendo assistenza strategica e tecnica in campo culturale.

RELATED ARTICLES

Penzo + Fiore ospiti nella Vetrina di Via del Consolato: IMPERO come metafora del Made in Italy

Penzo + Fiore ospiti nella Vetrina di Via del Consolato: IMPERO come metafora del Made in Italy

  Impero è un’installazione aerea dove l’oggetto ready-made vede la propria funzione posta in secondo pia

LEGGI TUTTO
E alla fine arriva Manifesta 12

E alla fine arriva Manifesta 12

Manifesta è una biennale di arte contemporanea che ha sede ad Amsterdam ma la sua peculiarità è quella di essere

LEGGI TUTTO
La Calabria spiegata agli italiani

La Calabria spiegata agli italiani

Quando mi chiedono da dove vengo rispondo che vengo da un luogo che si è seduto dalla parte del torto, dato che tu

LEGGI TUTTO

Lascia un Commento