E quindi uscimmo a riveder Starlùc

Teatro sci-fi per un’epoca pop .

E quindi uscimmo a riveder Starlùc
E quindi uscimmo a riveder Starlùc
E quindi uscimmo a riveder Starlùc
E quindi uscimmo a riveder Starlùc

Starlùc.

E allora tu, abituato come sei agli anglicismi imperanti, lanci un’occhiata alle stelle pieno di sogni e con il desiderio di rimanere il più a lungo possibile in quello stato di grazia, fissi le volte astrali con la speranza di non dover mai distogliere lo sguardo.

Così, ti trovi a partecipare con stupore alla storia di una sentinella spaziale un po’ scema, uno “starlùc” appunto, così come dicono in Val di Sole. Uno di quei sempliciotti che popolano i nostri dialetti e le storie dei nostri nonni e dei loro nonni e così via, ma anche uno scemo che con una vertigine e un po’ di mal di collo ci fa tornare in mente quell’Idiota buono di un principe della letteratura.

Già dalle premesse la pièce scritta da Jacopo Giacomoni e portata in scena dalla Compagnia Malmadur con la regia di Alessia Cacco al Teatro Ca’ Foscari di Venezia (9-10 febbraio 2018) e successivamente al Teatro Ferrari di Camposampiero (17 febbraio 2018) è un arco teso tra diverse polarità. La falcata del suo procedere incalzante poggia con un piede nelle geografie e negli stilemi del pop, nel linguaggio ritmato e nei tòpoi delle produzioni cinematografiche di avventura e fantascienza, mentre con l’altro piede occupa i territori dell’epica, della filosofia morale, della politica.

A chi a questo punto si sta iniziando a domandare come tutti questi ingredienti possano andare a comporre un piatto strutturato e ben calibrato, rispondo: ci vuole molto talento, varietà nella consistenza – come direbbe Alessandro Borghese –  e soprattutto ironia.

Si diceva quindi, speranza e stelle e una sentinella spaziale di nome Ah Xupan Nahuat un po’ starlùc che aspetta incapsulata giù giù nello spazio profondo e finalmente assiste al ritorno di Dore.

Dore era una donna, una politica paladina di una costituzione giusta e cofondatrice della nuova colonia umana sotto l’egida dello slogan “Pensa in grande, non temere”.  Subito dopo la morte precoce subisce un processo di divinizzazione e trasfigurazione: Dore diventa Dio e, in quanto tale, motivo di adorazione di guerre e di guerre. Di divisioni ed estremismi, superstizioni e assoggettamenti.

Passano mille anni dalla sua morte, così ci informa il corifeo, e sulla scena il tempo è precipitato in una storia danzata surreale degna di Park Chan-wook, un fumetto coreografato che sorvola un millennio e fa da preambolo alla microstoria del viaggio che la sentinella Ah Xupan Nahuat e il fattorino Wanguelien intraprendono per annunciare il ritorno di Dore.

L’avventura è proprio un’avventura di quelle che un po’ fanno paura da portare sul palco: ci sono peripezie, morti, un oggetto da consegnare, capovolgimenti. Si intravedono omaggi a Star Wars, Star Trek, alla letteratura di fantascienza di Asimov, a Black Mirror.

La scena creata da Caterina Soranzo è minimale e malleabile, sul nero abisso delle quinte si stagliano come strutture di luce dei moduli tubolari che con estrema semplicità e creatività scompongono e ricompongono un mondo siderale di architetture eleganti. Scenari in cui si svolgono, con l’acume brillante e quell’ironia un po’ folle tipica dei Malmadur, i sentieri pericolosi del capitalismo immorale degli inurbati, del razzismo, e soprattutto i rivoli e le ramificazioni delle religioni organizzate.

Attraverso la lente di una comicità che trabocca di creatività viene portata in scena l’espressione di una religiosità autoritaria in cui il pensiero logico è sostituito dal pensiero magico dell’ordalia, strumento superstizioso di conoscenza; dove la ricerca della spiritualità si compie nella morte e il potere incarnato nella divinità non tiene ad altro se non alla propria preservazione e riproduzione, anche attraverso la costituzione di corpi militari. Gli attori, Elena Ajani, David Angeli, Jacopo Giacomoni, Davide Pachera e Marco Tonino, giocano virtuosi sul crinale di una recitazione meta-teatrale riuscendo a farci riflettere, intrattenere, immaginare e incredibilmente anche ridere, ma ridere tanto.

Nel mentre il nostro scemo dalla mente senza macchia continua a vivere con sempre maggiore coscienza l’inquieta ricerca di una spiritualità che dia a ciascuna cosa un nome, un posto; teso com’è a fissare le stelle, con lo sguardo ingenuo del sognatore puntato verso un assoluto che rischia di essere un deserto di sabbia che scivola tra le dita.

Ed è con lo sguardo ingenuo dei sognatori che noi spettatori vediamo scaturire la magia dalla commistione dei linguaggi, dalle scelte musicali che spaziano dall’Equipe84 al suono delle onde dell’Universo. Dal coraggio di proporre un approccio onnivoro e rispettoso verso qualsiasi tipo di produzione immaginifica, che diventa una strada esemplare per una proposta teatrale di altissima qualità che vuole anche essere inclusiva.

Un teatro che, bandendo atteggiamenti snobistici da albatros dei palcoscenici, getta un ponte tra i racconti dei nonni e la grande letteratura, tra gli starlùc della Val di Sole e quelli dello spazio profondo.

La Compagnia Malmadur ha pensato in grande, e non ha avuto timore

 

 

Diana Cardaci

 

Photo credits: Ginevra Formentini (foto 1 e 2), Giovanni Tomassetti (foto 3 e 4).
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