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Ripartenza? Cari Direttori, liberate l’arte contemporanea

By 2 Maggio 2020 No Comments

Se l’inizio dell’emergenza sanitaria si è rivelato motore di nuovi scenari per la fruizione della cultura da remoto, oltre che occasione per il nascere e fruire dell’arte in modalità online, ora il popolo italiano è stanco e darebbe quasi tutto, a volte persino la salute, per ritrovare quella quotidianità ormai sfocata. Eppure giorno dopo giorno il ritorno alla norma si rivela più effimero e lontano, così pallido. E proprio quando la linea del traguardo appare sempre più lontana, la serietà e portata dell’emergenza inizia a farsi chiara davanti agli occhi degli italiani. Non ci sono più dubbi, fase 2 o 3, libertà vigilata o meno, le tradizionali modalità di interazione con la realtà e con le persone dovranno essere riadattate alle nuove esigenze. Il tempo per sonnecchiare sul divano aspettando il vaccino non c’è e l’Italia, così come il mondo intero, chiama a una mobilitazione collettiva per lo scardinamento di modelli passati e la costruzione di scenari futuri.

Scrive Ilaria Bonacossa, direttrice di Artissima, che le fiere d’arte contemporanea sono destinate a cambiare faccia e interrogarsi sulle nuove modalità di fruizione. Ancora Ilaria ci ricorda che l’ingresso contingentato – e garantito specialmente a collezionisti e appassionati – doterà le fiere di una dimensione più contenuta e umana. Sulla stessa linea Luca Beatrice, il curatore più pop sulla scena dell’arte contemporanea, parla della necessità di una fruizione limitata a piccoli gruppi di collezionisti, riferendosi questa volta alle gallerie.

Un discorso simile potrà farsi per musei e fondazioni d’arte contemporanea, che si vedranno obbligati a limitare le entrate e somministrare al pubblico visite sempre più eremitiche e malinconiche. Se nel caso di fiere e gallerie le proposte avanzate, seppur opinabili, sono giustificate dall’assoluta necessità di vendita, per quanto riguarda i musei e le fondazioni, questo scenario porta con sé l’enorme rischio di alimentare la rigidità dei sistemi espositivi e di ricucire quella presuntuosa esclusività che stava muovendo i primi passi verso la sua dipartita.

Vista da una prospettiva meno borghese, l’emergenza offre l’opportunità di sgretolare quell’aura di esclusività ancora legata a modelli di fruizione ottocenteschi. Se il pubblico non va al museo – perché non può o veramente perché non vuole – si presenta con urgenza la necessità di immaginare un modello che permetta al museo di muoversi verso il pubblico. L’immediata risposta digitale generatasi a seguito del decreto ha positivamente colpito i professionisti, gli studenti e i pubblici della cultura. Tuttavia, è giunto il momento di riflettere sulla vera natura di una reazione nata spontaneamente e associata non tanto al digitale – da interpretare come mezzo piuttosto che come fine – quanto a una modalità di fruizione aumentata, resa tanto istantanea e diretta da facilitare e incentivare l’accesso alla cultura in ogni sua forma e genere.

Sasha Sosno, Bronzi di Riace

 

Alla fruizione aumentata si affianca un paesaggio cittadino del tutto modificato, non più animato dalle folle ma fatto di piazze sconfinate, vie enormi e cortili deserti. Risulta più chiaro quanto spazio possa essere regalato all’arte per permetterle di vivere al di fuori dei luoghi convenzionali, quante mura possano essere abbattute per coinvolgere i pubblici di ieri e raggiungere finalmente quelli di domani. In fin dei conti, la crisi sanitaria ha accelerato uno svecchiamento del sistema dell’arte e della cultura, che già da troppo tempo cercava di liberarsi dalle morse di un modello ormai insanabilmente arrugginito.

Richard Long, Paddy-Field Chaff Circle

 

D’altronde un’arte fruita all’esterno del museo non è certo novità, neanche da un punto di vista storico, in quanto già dichiarata intenzione artistica delle neo avanguardie. Tramite una generale e sottesa critica all’istituzione museale, movimenti come Happening, Fluxus e Land Art sono nati e sopravvissuti oltre gli abituali luoghi espositivi, per fondare e validare una rinnovata modalità di produzione e fruizione dell’arte. I direttori di oggi dovranno quindi dedicarsi all’applicazione di un modello a tutti gli effetti contemporaneo e abbandonare l’esempio ottocentesco, ormai remoto e inadeguato a ogni genere di pubblico. Il museo contemporaneo dovrà impegnarsi a demolire le mura che lo allontanano dal suo pubblico o, ancor meglio, aprire una porta e lasciarla socchiusa, così da guidare chi già entrava timidamente all’interno delle sale del museo o chi, ancor più frequente, ancora non osa metterci piede.

Liu Ruowang, Black Wolves

 

Il primo ostacolo per i direttori è costituito dall’annosa questione del deterioramento dell’opera d’arte. Argomento, non ci sarebbe neanche necessità di dirlo, più che fondato per ogni opera antica e moderna, che di deterioramento soffre per davvero. Tuttavia, quando si parla di contemporaneo, bisogna ricordare come quest’arte non sia mai stata neanche lontanamente concepita per una fruizione o durata futura, quanto piuttosto per il godimento immediato. L’artista di oggi parla al presente e cerca disperatamente un interlocutore vigile e reattivo davanti a un’arte che deve essere lasciata libera di dialogare con il contemporaneo, lasciandosi alle spalle una volta per tutte l’idea di conservazione come intrinseca all’arte. Talvolta, il concetto di deterioramento risulta persino intento dichiarato di un’artista che chiede al suo interlocutore di guardare, vivere e usare l’opera per esaurirne il potenziale. È necessario sempre di più entrare nell’ottica di un’arte da tempo non più costruita per riposare in una teca, quanto per nutrirsi dell’istantaneo e vivido rapporto con il suo spettatore.

Jeff Koons, Puppy

 

In fin dei conti, gran parte dei musei dedicati all’arte contemporanea espone già al suo esterno un’opera che agisce da teaser per il visitatore. Un esempio per quanto banale interessante per le sue implicazioni, quando se ne considera l’impatto effettivo. Posizionando una scultura all’esterno, il direttore del museo regala un assaggio della sua collezione a un pubblico già selezionato, escludendo in questo modo un impatto meditato e allargato. L’emergenza sanitaria ha creato un’opportunità per i direttori del contemporaneo, che saranno chiamati a mollare la presa e liberare le opere d’arte, insediandole negli spazi più esposti e più reconditi delle città.

Tanto abbiamo parlato di resilienza del settore culturale e di scenari futuri collegati al digitale, dimenticandoci di quella che sarà la più normale reazione al lockdown. Una volta raggiunto il traguardo finale, una volta riconquistata la (semi)libertà, il popolo italiano mostrerà un’incontenibile bisogno di fisicità, distaccandosi momentaneamente dal digitale. E allora la oggi ancor timida pratica del museo aperto andrà valorizzata e coraggiosamente trasformata in un modello prevalente per il museo del presente e del futuro. L’onda della crisi andrà cavalcata e l’arte posizionata sui tragitti giornalieri di ogni cittadino: vie, corsi, cortili, luoghi di lavoro e quartieri di movida. Ne risulterà il coinvolgimento di un pubblico nuovo, restio al museo, che si troverà spiazzato, un po’ scosso e realizzerà infine di aver sempre temuto il contenitore, più che il contenuto. Solo allora, per trattenere e coccolare il pubblico conquistato, si potrà immaginare un modello più raccolto e accogliente per l’interno dei musei.

Matilde Ferrero

 

L’opera dell’immagine di copertina è una air sculpture di Nicolas Lavarenne

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